In teoria oggi avrei dovuto finire una recensione per una rivista.
In pratica mi sono messa a devastare la mia cucina, tra marmellata di fragole, travaso del mio nuovo geranietto e i carciofi (una parte finita in decotto, l'altra in padella con l'arista di maiale...e poi nel mio stomaco!).
"Agriturismo" batte "Ricerca" 3 a 0.
Buona domenica!
domenica 21 aprile 2013
venerdì 19 aprile 2013
Il 5 aprile e la meglio gioventù
Ritornerei sotto tesi per un unico motivo: avere quel qualcosa che "premeva" e che mi spingeva a scrivere qualche riga da queste parti, prima di affrontare la mia pagina quotidiana. Ma la tesi è finita, è stata consegnata a febbraio e discussa due venerdi' fa. Si è chiuso cosi' uno dei percorsi più dolorosi della mia vita, con molta probabilità IL più doloroso, cominciato con grande, grandissimo entusiasmo e finito con un grosso sospiro di liberazione. Sono stati 4 anni duri, duri pure da spiegare. Di certo non sono stata l'unica a vivere una situazione del genere, ma sono dell'idea che ogni dolore sia una storia a sé. Ma non per la pretesa di dire: "Il mio dolore è più grande del tuo", ma semplicemente perché il mio dolore è stato mio e basta, anche se - fortunatamente - condiviso con tante persone meravigliose. Come ve li spiego il terrore della gogna alle riunioni, le mail minatorie, le umiliazioni varie ed eventuali da parte di chi avrebbe dovuto aiutarmi e invece non ha fatto altro che insultarmi, minacciarmi, trattarmi come un'idiota? Ho passato 4 anni nel labirinto degli specchi, come quello che c'era all'Edenlandia quand'ero bambina, e a dire: "Ora lascio, mollo tutto" un secondo prima di dirmi: "Non puoi farlo, è troppo tardi, anche se non hai fatto niente."
E poi la rabbia. Quella verso i rappresentanti di una casta di privilegiati, quelli che prendono più di 3 000 euro al mese e poi fanno fare lezione ai loro dottorandi (da cui magari si fanno offrire pure il caffè), fanno rientrare i bagni termali nella nota spese dei rimborsi per i convegni (tanto paga l'università, cosa vuoi che sia?) e si permettono pure di deriderti se provi a dire che magari quella persona importante potrai incontrarla solo se trovi un biglietto aereo economico o se quel giorno non dovrai lavorare, visto che in qualche modo devi pur campare...
La rabbia per questi sessantottini del cazzo che, una volta ottenuto cio' che volevano, si sono tristemente imborghesiti e non accennano minimamente a mollare la poltrona.
E l'irritazione per tutti i complimenti che mi sono arrivati dopo, in questo valzer di "all's well that ends well" che suonava un po' come "il caso era disperato, ma sapete, grazie a me ce l'ha fatta".
Allora che ho fatto? Ho approfittato di tutte queste smancerie per togliermi qualche sassolino dalla scarpa, inserendomi nella conversazione. Li ho ringraziati per i complimenti (perché sono pur sempre una signora e somiglio a una contessa), ricordando a tutti le asperità del mio percorso. Non ho potuto dire: "mi avete affidata alle mani di una pazza", ma spero che qualcuno di loro se ne sia reso conto. Ho detto invece qualcosa come: "vi ho dimostrato di non avere paura e mi sono completamente riciclata. ora sta a voi dimostrare alle istituzioni che dall'università italiana escono ancora persone valide, che non hanno paura di lasciare l'orticello per avventurarsi altrove, e non parlo solo di me ma di tutti gli amici-colleghi che avete formato. ora sta a voi permetterci di continuare. Je vous fais confiance". Tradotto, suonava con: "bene, mi avete rotto le palle e l'autostima per 4 lunghissimi anni. mi avete costretta a fare una cosa che mi faceva vomitare. non l'avete fatto solo con me ma pure con gli altri. ora, cortesemente, levatevi di 'ulo e dateci un posto. grazie"
Sulla quindicina di destinatari mi hanno risposto in tre. Un posto non l'avro' comunque, forse dopo questa brillante idea ancora meno, quindi tanto valeva farlo. Ad ogni modo, sono due settimane che penso a questa scena, tratta da uno dei miei film preferiti. E che, manco a farlo apposta, ci sta bene pure con quello che succede in questo momento a Roma:
E poi la rabbia. Quella verso i rappresentanti di una casta di privilegiati, quelli che prendono più di 3 000 euro al mese e poi fanno fare lezione ai loro dottorandi (da cui magari si fanno offrire pure il caffè), fanno rientrare i bagni termali nella nota spese dei rimborsi per i convegni (tanto paga l'università, cosa vuoi che sia?) e si permettono pure di deriderti se provi a dire che magari quella persona importante potrai incontrarla solo se trovi un biglietto aereo economico o se quel giorno non dovrai lavorare, visto che in qualche modo devi pur campare...
La rabbia per questi sessantottini del cazzo che, una volta ottenuto cio' che volevano, si sono tristemente imborghesiti e non accennano minimamente a mollare la poltrona.
E l'irritazione per tutti i complimenti che mi sono arrivati dopo, in questo valzer di "all's well that ends well" che suonava un po' come "il caso era disperato, ma sapete, grazie a me ce l'ha fatta".
Allora che ho fatto? Ho approfittato di tutte queste smancerie per togliermi qualche sassolino dalla scarpa, inserendomi nella conversazione. Li ho ringraziati per i complimenti (perché sono pur sempre una signora e somiglio a una contessa), ricordando a tutti le asperità del mio percorso. Non ho potuto dire: "mi avete affidata alle mani di una pazza", ma spero che qualcuno di loro se ne sia reso conto. Ho detto invece qualcosa come: "vi ho dimostrato di non avere paura e mi sono completamente riciclata. ora sta a voi dimostrare alle istituzioni che dall'università italiana escono ancora persone valide, che non hanno paura di lasciare l'orticello per avventurarsi altrove, e non parlo solo di me ma di tutti gli amici-colleghi che avete formato. ora sta a voi permetterci di continuare. Je vous fais confiance". Tradotto, suonava con: "bene, mi avete rotto le palle e l'autostima per 4 lunghissimi anni. mi avete costretta a fare una cosa che mi faceva vomitare. non l'avete fatto solo con me ma pure con gli altri. ora, cortesemente, levatevi di 'ulo e dateci un posto. grazie"
Sulla quindicina di destinatari mi hanno risposto in tre. Un posto non l'avro' comunque, forse dopo questa brillante idea ancora meno, quindi tanto valeva farlo. Ad ogni modo, sono due settimane che penso a questa scena, tratta da uno dei miei film preferiti. E che, manco a farlo apposta, ci sta bene pure con quello che succede in questo momento a Roma:
lunedì 15 aprile 2013
Donne architetto e principi azzurri
E la primavera approdo' pure a questi lidi, e ci porto' 24 gradi d'un botto, quasi raddoppiando la temperatura della vigilia, un sabato climaticamente inutile e loffio (cioè nella media parisienne).E formichina si aggrego' a un gruppo di amici-conoscenti per un picnic a parc de la Villette, che non è proprio un parco à proprement parler ma per picniccare va benissimo lo stesso. E l'Architetta marchigiana chiamo' formichina per sapere se poteva aggregarsi pure lei, e si trovarono tutti allegramente davanti alla fontana coi leoni, commentando con gioia l'esplosione del bel tempo. E c'era pure il Marmotta, l'uomo-jolly delle feste e dei picnic, quello che hai un 80% di possibilità di trovarti a casa di amici, perché ha vissuto diverso tempo alla maison d'Italie e ha cosi' esteso notevolmente il suo réseau social. E proprio alla maison d'Italie s'è guadagnato il suo simpatico soprannome, dovuto prevalentemente alle occhiaie perenni. Ma questa è un'altra storia.
L'allegra compagnia si installo' sul prato, che portava ancora i segni dei giorni precedenti (cioè, il prato era bagnato). Marmotta, da uomo organizzato, aveva la sediolina. Una coppia di amici del Marmotta, invece, il plaid con un lato impermeabilizzato, elemento che ha suscitato nella formichina un senso di profonda inferiorità nell'organizzazione di picche-nicche (ne hai ancora di strada da fare, bambina!). Formichina e l'Architetta si sistemarono sul pareo arancione di formichina, con una busta di plastica arrangée alla meno peggio sotto le chiappe per evitare l'effetto mi-so'-pisciataddosso.
E cominciarono a raccontarsi le ultime novità, tra un pezzo di frittatina di maccheroni e e un tozzo di baguette e Brie. Oltre alle incredibili sfighe dell'Architetta col mercato immobiliare parigino, il grande soggetto della conversazione fu il principe azzurro dell'Architetta, che lo descrisse con la formula seguente:
"E' talmente perfetto che se l'avessi disegnato con Autocad, non sarei riuscita a farlo meglio."
E formichina passo' il resto del pomeriggio a chiedersi perché gli ingegneri continuassero a sfottere gli architetti, quando questi ultimi sono nerd quanto loro. E si disse che forse la risposta stava in quel pizzico di romanticismo che ancora caratterizzava gli architetti.
L'allegra compagnia si installo' sul prato, che portava ancora i segni dei giorni precedenti (cioè, il prato era bagnato). Marmotta, da uomo organizzato, aveva la sediolina. Una coppia di amici del Marmotta, invece, il plaid con un lato impermeabilizzato, elemento che ha suscitato nella formichina un senso di profonda inferiorità nell'organizzazione di picche-nicche (ne hai ancora di strada da fare, bambina!). Formichina e l'Architetta si sistemarono sul pareo arancione di formichina, con una busta di plastica arrangée alla meno peggio sotto le chiappe per evitare l'effetto mi-so'-pisciataddosso.
E cominciarono a raccontarsi le ultime novità, tra un pezzo di frittatina di maccheroni e e un tozzo di baguette e Brie. Oltre alle incredibili sfighe dell'Architetta col mercato immobiliare parigino, il grande soggetto della conversazione fu il principe azzurro dell'Architetta, che lo descrisse con la formula seguente:
"E' talmente perfetto che se l'avessi disegnato con Autocad, non sarei riuscita a farlo meglio."
E formichina passo' il resto del pomeriggio a chiedersi perché gli ingegneri continuassero a sfottere gli architetti, quando questi ultimi sono nerd quanto loro. E si disse che forse la risposta stava in quel pizzico di romanticismo che ancora caratterizzava gli architetti.
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