Visualizzazione post con etichetta mummy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mummy. Mostra tutti i post

lunedì 27 febbraio 2012

Altri modi per dirlo

- Ah, poi ieri sera ho detto a tua sorella che voglio un nipotino... mi ha mandato a quel paese.
- Chissà come mai...
- Ha pure aggiunto: rivolgiti a tua figlia grande.
(grazie eh, sister)
- Eh mamma, se vuoi un nipotino da me devi aspettare ancora un po'.
- Quanto???
- Ma non lo so, almeno qualche anno, il tempo di trovare qualcuno con cui farti un nipotino, al momento non ho nessuno.
- E forza su, diamoci una mossa, vedi di trovarlo.
- Ok, va bene. Ora pero' devo proprio farmi lo shampoo ché devo uscire.
- Chi ti trattiene? Mi hai chiamato tu! Cià!
- ...

Mia madre è passata alle perifrasi per dirmi di trovarmi un fidanzato. Solo che io il fidanzato proprio non lo voglio, almeno ora. Figuriamoci il nipotino... ma voi non glielo direte, vero?

mercoledì 11 gennaio 2012

Ci risiamo

- Mà, secondo te devo tagliarmi i capelli?
- Tagliarli corti?
- No, macché. Spuntarli.
- Si', un pochino si'. Ma perché non te li fai lisci?

Ecco. Ogni volta che chiedo un parere a mia madre sui miei capelli la risposta è sempre la stessa: "fatteli lisci". Si', perché coi capelli lisci sembro proprio une fille rangée, una di quelle con una scrivania e un armadio ordinatissimi, senza uno spillo fuori posto. Con un lavoro e un fidanzato fisso, educato, lavoratore e ricco.
Ma io con i capelli lisci non mi piaccio. Non mi stanno male, ma non sono io. Perché io sono una casinara di prim'ordine, più che una stanza ho un bazar, e manco l'ombra né di un lavoro né un fidanzato fissi. E nei miei capelli ricci trovo tutto questo, che non sarà perfetto ma mi rassicura, soprattutto dopo aver rivisto delle foto di quando ero a Pisa, periodo in cui il liscio era la norma. Ho rabbrividito. Ma ciononostante, quando sono andata da Tonino (il mio esauritissimo ma bravissimo parrucchiere), gli ho chiesto di asciugarmeli lisci, giusto per fare contenta mia madre. Povera donna, diamole una soddisfazione ogni tanto, pure se significa guardarsi allo specchio con poca convinzione.

Poi finalmente arriva il momento dello shampoo, con un po' di timore per le lunghezze (quanto me li avrà tagliati, stavolta?). Ci risiamo: ho un po' la testa di Maga Mago' dopo che le è esploso in faccia il contenuto del calderone, ma va benissimo cosi'.

A proposito di Maga Mago', ci avete mai fatto caso che lei e Margherita Hack sono praticamente identiche???

domenica 18 dicembre 2011

Il compleanno di orsacchiotto

Dopo qualche anno di latitanza, quest'anno mi sono impegnata per essere a casa il 18 dicembre, giorno del compleanno del mio papino, in arte orsacchiotto. E con la complicità di mummy e Zorrino, sono riuscita a fargli persino la sorpresa, andandolo a svegliare al mio arrivo.
Zorrino ci ha portati a pranzo fuori, da Arturo al Fusaro, dove quella sera d'estate c'era la tatangelo, ricordate?
E' stato un pranzo perfetto: parmigiana di mare, sformatini di verdura con gamberetti, insalata di mare, scialatielli cozze e zucchine, gnocchi vongole e pesto di rucola... il tutto annaffiato da un'ottima Falanghina dei Campi Flegrei. E siccome noi non usciamo mai di casa tutti insieme, il cielo ha ben pensato di festeggiare l'evento con grandine, tempesta e venti monsonici.

Al momento del conto, mummy - con la solita prontezza che la contraddistingue in certi casi - ci gaurda uno ad uno e fa: "Ma qualcuno ha preso le chiavi del portoncino?"
Ehm, nella fretta non le aveva prese nessuno. E le chiavi della Zorrino-mobile sono sprovviste di chiavi del portoncino.

E come facciamo adesso???
Il tragitto da Bacoli a casa è stato un susseguirsi di ipotesi e proposte improbabili, tra il Vesuvio spruzzato di neve e un arcobaleno qua e là. Io, in pieno abbiocco post-prandiale, aggravato dal non aver dormito ieri notte, mi sono accovacciata sul sedile posteriore della Zorrino-mobile, accanto a mummy. Più o meno questo quello che ho recepito:

1)
O: saliamo per il muretto di Tommaso - detto anche "Tom informazione gratuita" per la sua naturale predisposizione agli inciuci, ndF - e poi scavalchiamo. C'è la scala in cortile?
Z: Eh no, pà.
O: E vabbè, gli chiediamo se ce la presta.
Z: Pà, ma come facciamo? E poi sul muretto c'è il filo spinato, io non ci salgo. Qua bisogna solo chiamare i pompieri.

2)
O: Ma la porta del negozio è chiusa?
M: Eh si'.
O: E quella del portoncino laterale?
M: Pure.
O: Ma che la chiudi a fare?
M: E perché dovrei lasciarla aperta?
Z: Beh mà, potevamo entrare dalla porta delle scale.
M: Ma quella porta da fuori non si apre, impossibile. Mi sa che l'unica è chiamare i pompieri.

3)
O: Ma dico io, tu chiudi il lucchetto e non ti porti la chiave? Sei sicura che è chiuso?
M: Sì, è sicuramente chiuso perché ho dovuto provarci più volte, non voleva proprio chiudersi.
O: E perché hai insistito tanto allora? Non hai capito che era un segno e che non dovevi chiuderlo?!

4)
O: Ci facciamo dare il palo di ferro da Tommaso e forziamo il portoncino.
Z: Pà, ma hai idea di quanti soldi ci vogliano poi per il portoncino? Non è meglio se ci facciamo dare il martello, così rompiamo il lucchetto?
F: E perché non provate con una forcina?
Z: Purtroppo non si vedrà niente, sarà quasi impossibile farlo con la forcina.
F: Ah. E se chiamassimo i pompieri?
O: Ma quali pompieri! Entriamo dall'attico, piuttosto.
F: Pà, scordatelo. Dove ti arrampichi? E poi hai addosso il maglione che ti abbiamo appena regalato, già vuoi rovinartelo?
M: E poi soprattutto: hai pensato che se apri la porta dell'attico tutte le tue carte del ragioniere volano via, col vento che c'è oggi?
Z: Bisogna chiamare i pompieri, è l'unica soluzione.
F: Sì, penso anch'io.
O: Ma quali pompieri... vengono ad aprirci? E che gli diciamo, ci siamo chiusi fuori?
F: Beh sì. Li chiamano per far scendere i gatti dagli alberi, perché non dovrebbero chiamarli per far entrare le persone in casa propria?
M: Sì, chiamiamo i pompieri. Tanto mica dobbiamo per forza dirgli che abbiamo scordato la chiave...

E così orsacchiotto, dopo essersi visto smontare tutti i piani uomo-ragno, ha ceduto e ci ha concesso di chiamare i pompieri, che sono arrivati dopo poco. Erano 5 o 6, di cui quasi la metà anche abbastanza appetibile. Hanno sfoderato la mega tenaglia e spaccato il lucchetto, aprendoci la porta di casa nostra.
Nel frattempo la Schwester seguiva tutti i movimenti via telefono, e alla compagnia si era aggiunto anche Raffaele, detto "il leone" o anche "il polacco". Ma di lui parleremo un'altra volta, è un personaggio talmente surreale che, in un post già così ricco, potreste accusarmi di essermi inventata tutto. Ma vi assicuro, a casa mia la realtà supera spesso la fantasia: grazie a Dio, siamo gente allegra.

sabato 5 novembre 2011

Di creme, farmaciste fancazziste e formichine vendicative

- Ciao mammina bella,come stai?
- Uè ciao, sto bene, grazie.
- Com'è andata la giornata?
- Bene, grazie a Dio. Tu che dici?
- Che sono stata in farmacia a ritirare la crema che avevo ordinato. Ho fatto presente alla farmacista che io la crema la prendevo perché ormai la sua collega me l'aveva ordinata, ma che la prossima volta, prima di lanciare l'ordine, sarebbe bene comunicare al cliente quanto costa, per sapere se va bene.
-Ah. E lei?
- Beh, mi ha detto che di solito fanno sempre cosi'. Ma con me la sua collega l'ha ordinata direttamente senza dirmi che mi veniva a costare 5 euro in più e mi ha messo di fronte al fatto compiuto e lo scontrino già fatto. Quindi questa qua ha detto che se volevo, potevo non prendere la crema ed essere rimborsata.
- E che hai fatto, quindi?
- Gliel'ho lasciata li', non pago 20 euro per un barattolo di crema quando ce ne sono 2 di un'altra marca in offerta a 22.
- Hai fatto bene, brava! Fatti valere!
- E visto che la tipa che mi aveva servito mi aveva fatto perdere un quarto d'ora e per tutto il tempo non ha fatto altro che masticarmi la gomma in faccia, ho anche aggiunto, prima di andarmene: "Ah, e dica alla sua collega che è davvero sgradevole parlare con qualcuno che ti rumina in faccia tutto il tempo". E me ne sono andata.
- (verso a metà strada tra una risata isterica e la disperazione) Ma a vuo' ferni'?!

Povera donna, in quel momento deve aver pensato: "Ho messo al mondo un mostro".

lunedì 3 ottobre 2011

Communiste sans le savoir

- E fatt 'a spesa?
- Eh no, nun teng manco nu centesimo. Tu l'e fatt 'a spesa?
- No, aspettavo ca 'a facive tu. Manco je teng 'e sord.
- Sient, mo facimme 'na cosa: facimme fà nu fioretto a coccheruno cchiù chiatto, accussi' nuje ce mangiammo 'o loro. Vabbuono accussi'? *

Non c'è che dire, non fa una grinza, come al solito. Mia nonna è comunista a sua insaputa. 

*
- Hai fatto la spesa?
- Eh no, non ho neanche un centesimo. Tu l'hai fatta, la spesa?
- No, aspettavo che la facessi tu. Non ho soldi neanch'io.
- Ascolta, ora facciamo una cosa: facciamo fare un fioretto a qualcuno più grasso, cosi' noi mangiamo la loro parte. Va bene cosi'?

N.B. coccheruno si legge [kokrun].
P.s. Vediamo se indovinate la citazione da cui ho preso ispirazione per il titolo del post (Gùgol non vale)!

venerdì 5 agosto 2011

Oggi

La mia giornata è cominciata alle 6.30, orario del tutto insolito per me. Ancora assonnata, sono uscita sul balcone a cercare di capire il cielo. Volevo andare al mare, ma il sole non aveva ancoa fatto capolino e l'aria era fresca, quindi me ne sono tornata a letto. A piangere di stizza perché è un anno che non lo vedo, il mare, e speravo uscisse una giornata decente. Già mi vedevo spalmata sul lettino col costumino verde ottanio...
Lasciamo perdere poi l'evoluzione della mattinata. Sì, lassamm' stà.
Non ho combinato granché, quindi mi meriterei una cazziata doppia. Ma ma ma... sono riuscita a far vendere in negozio una quiche (o una kitsch, come la chiama Dino) fatta con queste zampine. Se torno indietro di qualche anno e penso a quante me ne ha dette mia madre sulla quiche e che oggi mi chiede di farle per venderne in negozio...

Anche il pomeriggio non è stato molto produttivo, sono riuscita a farmi dire "ma quando te ne vai?" finanche da mia nonna e quindi me ne sono andata davvero. All'ipercoppe, pure se la vettura ce l'ho già. E ho comprato mezzo chilo di yogurt greco, domani ci faccio lo tzatziki, i tarallini pugliesi e gli anelletti siciliani di Libera e 3 libri in Feltrinelli: Moby Dick, Le parole non le portano le cicogne (sono curiosa di vedere se Vecchioni scrive bene anche i romanzi, oltre alle canzoni) e Il paese delle nevi (vediamo se Kawabata il Nobel se l'è meritato davvero o se l'ha fregato con qualche anno d'anticipo a sandrobondi e alle sue poesie lassative). E anche stavolta, sono riuscita a non comprare nulla della Mondadori (e vi assicuro, è stata dura, c'era il 30%).
Tutto sommato, non è stata proprio una pessima giornata...

mercoledì 22 giugno 2011

Sembra ieri

Sembra ieri che aprivo la busta e leggevo le tracce del tema. In barba a tutte le previsioni, era uscito Pavese per l'analisi del testo, distruggendo il mio fermo proposito "faro' l'analisi del testo, cascasse il mondo".
Non sapevo niente di Pavese, ne so poco ancora oggi. Ci avevo pure provato, ma poi avevo desistito ed ero passata ad altro. Ovvero: saggio breve sul "valore sociale e politico della piazza", scartando il tema storico sulle donne e l'articolo di giornale sugli OGM o quelque chose comme ça.
Sembra ieri che esultavo perché il testo da analizzare alla prova d'inglese era l'incipit di 1984 che conoscevo bene. O che ritagliavo le fotocopie rimpicciolite del libro di fisica e le nascondevo nel dizionario di tedesco per la terza prova.

Mi ricordo della cartucciera di Pina, con un centinaio di temi. Me n'ero fatta prestare una anch'io da mio cugino Francesco, l'avevo foderata di testi di D'annunzio, che manco avevamo fatto. Mi ricordo il prof. esterno d'italiano che leggeva Repubblica, il cellulare da lasciare sulla cattedra. Il caldo intenso di giugno, l'ansia delle ore che passavano troppo veloci, le mamme ad aspettarci fuori la Matilde Serao.

E poi della semi-sbronza da sangria il sabato dopo i primi due scritti, da Ciruzzo Berlin. Mi ricordo di quando ho rapito per un pomeriggio Maria Laura, per farmi spiegare la mitosi e la meiosi, che nella mia testa proprio non entravano. Mi ricordo i cazziatoni di mia madre, che ogni tanto faceva irruzione nella mia stanza per intimarmi di uscire a prendere una boccata d'aria. Ricordo pure di quando mi ha costretta ad andare dal parrucchiere, che sembravo "una scippata" (testuali parole).

Ricordo dell'ora e venti del colloquio, della mia magliettina rossa che da quel giorno in poi avevo usato per tutti gli esami all'università. Della delusione al momento di fisica: tutti avevano portato un argomento a piacere, cosi' mi ero preparata la pila di Volta, che mi era parsa l'unica cosa interessante in due anni. Ma il tizio volle sapere qualcosa di più sulla prima legge di Ohm, visto che nel compito l'avevo appena enunciata. Non lo feci neanche allora, non la sapevo. Quando qualcosa non mi piaceva, non la studiavo. Ho sempre risolto il problema cosi'. Mi ricordo di mia madre che assisteva al colloquio dal corridoio, perché non avevo voluto farla entrare.

Mi sembra ieri, invece sono passati già dieci anni. E se penso che oggi potrei essere in una commissione d'esame, ma dall'altra parte della cattedra, mi vengono i brividi.

giovedì 25 novembre 2010

Choices

Sono a letto, quello che leggerete domattina viene direttamente dal mio Moleskine.
Non posso riaccendere il pc, ma devo scrivere, c'ho un tarlo e lo devo vivisezionare sulla carta per vederlo meglio. Dunque: la famosa supplenza di cui sotto. Ero già decisa a rifiutare, ma un esercito di grilli parlanti s'è messo in moto per dissuadermi. La ziiina me lo prospetta come un treno che potrebbe non passare più (tra un po' approveranno la lista salva-precari di Enterogelmini e per quelli di 3a fascia saranno volatili per diabetici, per dirla con un amico), mia madre ovviamente le dà ragione, Ale pure, sottolineando che cosi' troverei nuovo slancio per la tesi, amiche varie pure si sono pronunciate pro. I contro finora sono due: l'ing. Dippi', che vede le cose dalle vesti di un direttore di tesi, e Silvia, che dice che diventerebbe un delirio per la tesi. In mezzo, mia sorella: l'unica a metterla su un piano ragionato, quello delle scelte.
Delle persone di cui sopra, nessuno sembra essersi reso conto che il dono dell'ubiquità non ce l'ho ancora, faccio già una grossa fatica a stare in un posto e tornare ogni tanto in un altro, figuriamoci ad accettare una supplenza di 18 ore a Pisa da Parigi con furore.
Mi sento in ballo, entre deux chaises, come dicono i mangiaranocchie. Da un lato vorrei tornare a insegnare, e so che data la situazione attuale della situazione italiana, potrebbe davvero essere un treno che  non passa più. Dall'altro penso a tutto lo sbattimento che la cosa comporterebbe: chiedere l'autorizzazione al collegio docenti, ergo affrontare Ciclopi e Lestrigoni, notamment Aviopenia; voli continui tra Pisa e Parigi, senza godermi nessuna delle due; pochissimo tempo libero, che dovrei in realtà usare per la tesi. E a dirla tutta, pure fare a meno di Parigi: ecco, questo si' che è un treno che potrebbe non passare più.
Forse quello che mi manda in tilt è la presa di coscienza della mia pusillanimità: sento di mancare di coraggio, di subire il motore degli eventi. Di non riuscire ad essere primitiva, come bisogna esserlo nei momenti decisivi, a dare ragione a Hans Schnier, clown.

Era il 1 aprile 2001 quando ho messo piede per la prima volta in CMV. Quasi per beffa (ebbeh, senno' che 1 aprile era?), quel giorno si parlava di scelte. Io ero li', col mio maglioncino azzurro, e decidere di andarci era stata una scelta ardua: avevo deciso tipo alle 22h30 della sera prima, telefonando alla mia compagna di classe Simona per darle l'ok. Mi ricordo del cantinone, e di questo esempio per spiegare quanto "scelta" e "rinuncia" siano le due facce di una stessa medaglia: se ho bisogno di una penna e ne ho a disposizione 10, chiaro che dovro' rinunciare alle altre 9.
Se la matematica non è un'opinione, bell'osservazione del cass, direte voi. E c'avete ragione. Ma per quanto scontata, la storia delle penne è vera. Non si puo' fare o avere tutto, e quasi 10 anni dopo ancora non l'accetto, soprattutto quando vado a fare shopping (chiedete a chi mi accompagna).

Bene, vi diro' cosa faccio domani. Ora nanna. Prima pero' vi regalo una chicca della chat di oggi con Ale, mi perdonerete la volgarità (tanto è stata lei).

- Dai, accetta! Tanto lo scoglio grosso è la Senzaca**i, ma devi fregartene, perché tanto tu di ca**i ne troverai... ihihih.
- Mmmh, se continua con questo andazzo...
- Guarda che è un circolo vizioso! Se torni a fare qualcosa che ti fa stare bene, ne guadagni in fascino...


E se avesse ragione lei???

Ora, al di là di tutto (e questo è un pensiero estemporaneo): e se l'atto di coraggio sarebbe invece proprio rinunciare? E di rimando, avere la speranza che le cose in Italia potranno migliorare?

martedì 16 novembre 2010

Il negozio di ventagli

- La juventud estudia, y la artesania se està perdiendo.
Quello che succede un po' ovunque, in Europa almeno: tutti vanno all'università e i mestieri stanno scomparendo, col risultato che le università sono piene di capre e quando devi trovare un calzolaio è come cercare un ago in un pagliaio. Oppure che se vuoi comprare una cosa, o è cineseria world widespread a pochi spiccioli, o la paghi l'iradiddio perché è un pezzo unico.

Questo è un negozio di almeno 60 anni fa: nelle vetrine solo ventagli fatti a mano, i più preziosi sono in legno di rosa e di palissandro, e di pizzo ricamato a mano o decorati con disegni, sempre fatti a meno. Molti sono bianchi, per le spose. Tutto il negozio è per le spose: oltre ai ventagli, fermagli importanti, pettini leziosi e gioielli vistosi. Compro un paio di orecchini di perle a mia madre, sono quelli che durante il viaggio di nozze a Palma de Mallorca aveva portato a tutte le mie zie, ma non aveva preso per sé.

.
 Questo bugigattolo polveroso e un po' sbiadito, con questa vecchina che si ribella come puo' all'insipida omologazione del mondo globalizzato, mi fa venire voglia di promettermi che se il giorno dei fiori d'arancio dovesse arrivare pure per me, tornero' a Malaga per comprarmi un ventaglio e farmi regalare un bouquet di gelsomino del Marocco.

domenica 3 ottobre 2010

Oggi invece è sabato

Oggi invece è sabato, e io mi sono svegliata alle 10.30. Il cielo è un po' incerto ma fa abbastanza caldo.
Oggi è sabato e io sono andata al No B-day 2 a Trocadéro e ho parlato davanti a tutti senza emozionarmi, sullo sfacelo della scuola e dell'università.
Oggi è sabato e sono tornata dal vendipapero: ho comprato ça-va-bien-se-passer, è bellissimo.
Oggi è sabato e nella cassetta della posta ci sono 3 guarnizioni per la moka e un biglietto di mia madre.
Oggi è sabato e io sorrido con convinzione, e ho a cena 3 amici che mi fanno stare bene, anche se ho un piatto in meno.
Oggi invece è sabato e a Parigi c'è la notte bianca, la Chambre de commerce des Artisans Boulangers et Pâtissiers è aperta al pubblico e vedo gli omini della farina che corrono come formichine bianche impazzite e sfornano in continuazione. Vedo tavoli da lavoro del 1850 in legno di noce e un'impastatrice che mi ricorda una che avevamo anche noi a casa e che per me era "la giraffa".
Oggi è sabato e un odore familiare e dolcissimo mi sale su per le narici, ricevo un sacchetto con un croissant, una mini brioche e un panino, che svuoto sul Lungarno sur Seine con una certa meticolosità. Poi un bacio a tutti, vado a prendere la 8 a Bastille.

mercoledì 29 settembre 2010

Lo dico sempre io...

Lo dico sempre che bisogna diffidare dai ragazzi belli ed eclettici, e che bisogna puntare su quelli tanto buoni e cari che piacciono alle mamme.

Lo dico sempre che l'ottimismo bisogna lasciarlo allo psiconano e a Gianni dell'Unieuro, e invece mi ero detta: ma dai, stavolta andrà bene... mica può andare sempre male?

Lo dico sempre che devo ascoltarmi un po' di più, ma poi non lo faccio mai.

D'altronde, lo diceva pure Carroll: Di solito Alice si dava degli ottimi consigli. Raramente però li metteva in pratica.

Quando Bionda mi ha regalato una tazza con questa frase, ho capito perché ogni tanto mia madre mi chiama Alice...

martedì 3 agosto 2010

Opinioni

In vista delle vacanze, i miei sono andati a fare spese. Diciamo pure che ormai la pancia di orsacchiotto sembra un mappamondo, ché se si sparge troppo la voce ci troviamo davanti casa una fila di scienziati curiosi di osservare il fenomeno. Spese per orsacchiotto, quindi. Massima urgenza: pantaloni e costume.

Tornano a casa.

Mummy: Ah, tuo padre ha finalmente trovato i pantaloni.
Io: Ah bene, e di che colore sono?
Mummy: Uno beige carico e uno piombo.

Vado dal diretto interessato.

- Hai trovato qualcosa, allora?
- Sì, ho comprato 2 pantaloni.
- Bene, di che colore?
- Uno verde, e l'altro melone.

Ora aspetto con ansia che la sarta ce li consegni: chissà se sono gli stessi...

lunedì 26 luglio 2010

Discrepanze

Orsacchiotto e mummy all'aeroporto, il letto pronto, insalata di pasta e parmigiana di zucchine come cena. Zia Patrizia, zio Franco e Andrea. Nonna che mi chiama "Celestina". Rispetto all'ultima volta, in cui ero una suora, facciamo progressi: almeno rimane nel campo cromatico.
E stamattina un sole vero, caldo, ma con un bel venticello che sposta le foglioline della bouganvillea che cadono sulle piastrelle azzurre della terrazza.

Si scrive "casa", ma si legge "tanti cuori".