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sabato 11 gennaio 2014

IN STAMPATELLO

Qualche sera fa mi hanno raccontato un aneddoto parecchio succulento, che merita di essere diffuso.
Si era allegramente in un ristorante antillese a festeggiare la prossima partenza, quando arriva "la sposa", cioè la prossima (e anche la prima!) ragazza del nostro gruppo a fare il grande passo. La poveretta aggiunge lo stress da matrimonio a un lavoro già stressante di suo, l'educatrice all'asilo. Ha perciò una faccia talmente sconvolta che io le chiedo: "ma sei contenta di sposarti???" Mi risponde di sì e mi chiede se conosco un posto dove possano farle manicure e pedicure senza prendere un rene in cambio. "Ma hai le scarpe aperte?", chiede l'Abruzzese. "No, però meglio farla...", fa lei, "...perché non succede niente - dico io - ma se dovesse succedere qualcosa, mica si può presentare coi piedi non fatti?"
"Succederà sicuramente qualcosa, succederà di tutto quel giorno", fa la sposa.
"Sì, ma non te la chiamare però, cosa vuoi che succeda?"
"Cos'altro deve succedere? Non te l'ho raccontata la storia delle fedi??"
"No, dimmi, sono curiosa."
"Beh, sono andata con la Dido a ritirare le fedi, la commessa nel sacchettino al posto dell'anello ha trovato un bigliettino e non sapeva come cominciare..."
"???", dice la mia faccia ribattezzata da Bionda "addò-è-caruta-a-bomba", la faccia dell'incredulità, insomma.
"Allora, noi avevamo chiesto che in ogni anello ci fossero i nostri nomi e la data del matrimonio, in lettres bateau (stampatello, ndF). Mi dà l'anello di lui, è tutto a posto. Nel mio, quel genio dell'incisore ha scritto il suo nome, il mio nome, la data del matrimonio e... EN LETTRES BATEAU!!!"
"Non ci credo, ha inciso en lettres bateau? Certo che bisogna proprio essere scemi! E soprattutto, dove l'ha trovato lo spazio per scrivere tutte 'ste cose all'interno di una fede?!"
"Infatti a un certo punto si è reso conto che non ce la faceva e ha scritto en lettres b."
"Ahahahahahahahhaha oddiooooo, ma è un orafo Carasau? Sono sicura che quando lo racconterò a P.A. mi dirà la stessa cosa, roba da non crederci! Ma ti hanno fatto uno sconto almeno, quando tutta 'sta tarantella è finita?"
"Sì, un gesto commerciale - udite udite - del 5% sul prossimo acquisto..."
"No vabbè, ci rinuncio."

Una volta tornata a casa, ho telefonato a P.A. e gli ho prontamente raccontato l'aneddoto, adeguandolo all'italiano.
"Capisci, amore? E' come se questo avesse inciso sulla fede nome dello sposo, nome della sposa, data e poi IN STAMP."
"Noooo, ma che assurdità! Senti, ma che tu sappia, c'è mica un orafo nella famiglia Carasau?"

"Le cose che abbiamo in comune sono quattromilaottocentocinquanta" (cit.). Stronzaggine inclusa, quando serve.


mercoledì 1 gennaio 2014

Ciao ciao, 2013

Mi ero affezionata al 2013, è stato un anno così bello che avrei voluto non finisse mai. E' stato un anno talmente bello che, per la prima volta in vita mia, mi sono sentita in dovere di andare alla messa di ringraziamento di fine anno che ogni anno fanno nella mia parrocchia.
Il prete ha voluto farci fare un giochino, ci ha invitati a chiudere gli occhi e a pensare agli eventi dell'anno mentre lui scandiva i nomi dei mesi uno ad uno. Il mio cortometraggio è stato il seguente:

gennaio: tanto freddo e tanta neve, la dernière ligne droite prima di consegnare il manoscritto della tesi.

febbraio: la consegna della tesi, i festeggiamenti doppi per i miei 30 anni, il concerto dei Negrita, la scoperta che quello che poi sarebbe diventato P.A. aveva davvero un buon odore e mi piaceva come mi abbracciava, un giovedì mattina a fine mese a Capodichino.

marzo: il lavoro a Les Canons, ancora neve, un amore che germogliava al telefono, prima di avere qualche certezza in più una volta che si era di nuovo occhi negli occhi. E un pianto disperato a Capodichino al momento dei saluti.

aprile: la discussione della tesi, il matrimonio di Sarina, un giro a Pisa, ancora lavoro a Les Canons.

maggio: l'inizio del mini post-doc tra i sociologi, la prima volta di P.A. a Parigi, la sorpresa di compleanno a P.A.

giugno: il matrimonio di Lisa, la festa della musica e il week-end ad Amsterdam.

luglio: due week-end parigini con P.A., il matrimonio romano, la fine del post-doc, la partenza per Vieste.

agosto: ancora qualche giorno a Vieste, qualche giorno al mare mordi-e-fuggi, i film insieme sul divano, la mostra di Dalì a Sorrento.

settembre: il convegno-vacanza a Faro, il matrimonio napo-russo, il concerto di Daniele Silvestri, la frattura al piede.

ottobre: l'inizio del lavoro in azienda, la stampella e la chaussure-barouk, la festa anni '50, ancora giorni belli passati insieme. Uno dei due giorni ad Assisi.

novembre: l'altro giorno ad Assisi, il concerto di Paolo Conte, l'inizio dell'avventura siciliana.

dicembre: la bottiglia di champagne, il concertino col coro, il primo Natale insieme.

Penso di poter dire con certezza che è stato l'anno più bello della mia vita: un anno di grazia e amore, dopo anni di noia e delusioni. E spero che anche questo 2014 sia un anno di grazia e di amore, con tutti i cambiamenti che ci sono in programma.

Buon 2014, lettori della formichina! Magari riesco ad avere un po' di tempo in più per passare di qua e dai vostri blog... un abbraccio!

sabato 28 settembre 2013

L'ef.bi.ai di paese

No, questa ve la devo raccontare, perché quando l'ho vissuta pensavo di essere un alieno capitato per sbaglio nel posto in cui ero.
Ma andiamo con ordine.

Venerdi' della settimana scorsa: dopo una notte a Orly e un aereo all'alba, arrivo al mio ridente paese natale. Causa matrimonio in famiglia il giorno dopo, avevo prenotato una seduta di restauro dall'estetista di fiducia, per tentare di salvare il salvabile. Mentre quella fissata dell'estetista mi abbelliva i piedini - che erano ancora tutti interi, ma questo è un altro discorso - driiiin driiiin... arriva una telefonata. Dopo qualche scambio di battute tra la fissata e la donna misteriosa all'altro capo del filo, capisco che si parla di me. Sfodero una delle mie migliori faccine perplesse e provo a protestare con la fissata: "ma forse vorrà parlare con mia zia..." (mia zia ha un nome molto simile al mio, solo con 3 lettere in più). E invece no: la tizia vuole proprio parlare con me. Me la passa. Io, in preda a mille punti interrogativi, prendo la telefonata:
- Si'?
- Buongiorno, formichina? Noi non ci conosciamo, io mi chiamo G.P. e sono amica della sorella del marito di tua zia (sempre quella con le 3 lettere in più nel nome).
- Ah, mi dica.
- Ma tu sei la sorella di C.?
- No, sono la nipote di C. Signora, ma lei è davvero sicura che vuole parlare con me e non con mia zia?
- Voglio parlare con te. Sei la figlia del signore della panetteria?
- (.....) si', sono io.
- Bene, tu stai a Parigi, vero?
- Si', perché?
- Ah, e cosa fai a Parigi, lavori?
- (penso: oddio, ma quando finisce 'sto terzo grado? chi è questa? e che vuole da me?) Cerco lavoro per ora.
- Ah, e fino a quando rimani?
- Signora, non lo so, dipende.
- No, ti spiego, è per la figlia di una mia amica, che viene a Parigi a inizio dell'anno prossimo... le sto cercando un contatto come appoggio là.
- (ci risiamo: un'altra che mi ha preso per un'agenzia immobiliare) Ma cerca una casa questa ragazza?
- No no, era giusto per compagnia, perché parte da sola... ma se tu non ci sarai più, forse non so se è il caso. Ma quindi fino a quando resti? Resterai?
- (comincio ad alterarmi) Signora, ma come faccio a dirle cose che non so io per prima?!
- Vabbè, posso comunque dare il tuo contatto a questa ragazza? Poi se non sarai più a Parigi non fa niente...
- (profondo respiro) Sisi', non c'è problema, questo è il mio numero, poi si vedrà più in là. Arrivederci, eh.

Cioè, io non so se vi rendete conto del grado di sofisticazione della cosa. Ricostruendo l'accaduto: la sorella del marito di mia zia dice alla sua amica che conosce una a Parigi (io). Quella scema dell'estetista fa la soffiata a entrambe circa il mio passaggio in sala restauro. Madame ef.bi.ai, con la prontezza di un avvoltoio, telefona all'estetista all'ora del mio appuntamento e mi bracca, fregandosene altamente del mio momento di relax dopo aver passato la notte sulle poltroncine di Orly e del fatto che magari non mi andava di farmi fare il terzo grado da una persona che manco conosco. Ma sono io troppo bacchettona o è la gente che è troppo invadente?
En tout cas, dite all'ef.bi.ai che le prossime reclute le venga a cercare al mio paese: una proposta ce l'ho già.

lunedì 10 ottobre 2011

La mia parte intollerante

Da qualche tempo covavo il sospetto che qualcosa nella mia alimentazione non andasse per il verso giusto. C'è stato un periodo, qualche mese fa, in cui ogni volta che mangiavo pane o pasta (ma soprattutto pasta) mi pareva di avere come un sasso fermo sul petto. Una sensazione orrenda.
Allora mi sono finalmente decisa a fare il test delle intolleranze l'ultima volta che sono stata a casa (si' Alex, lo so che tu non sei d'accordo, ne abbiamo discusso spammando un po' sul blog di Ondalunga ^_^).
Dei miei amici hanno aperto una parafarmacia e ho fatto da loro questo "test", che consiste nel farsi punzecchiare un punto particolare del dito medio (chi ha ideato 'sta cosa dice di essersi ispirato ai principî dell'agopuntura, non al padre del Trota) con un aggeggino collegato a un pc (si', è un test un po' nerd, per la gioia di voi nerd lettori del blogghino). Il testatore seleziona un alimento (o una categoria di alimenti) e preme il cavetto (che dopo un po' fa pure male) sul ditino. A seconda del tipo di suono prodotto dal pc, viene calcolata la tollerabilità dell'alimento. Più il suono è acuto, più l'alimento è ben tollerato.

Le mie previsioni erano le seguenti: latte e derivati, pomodori, zucchine e pasta, visto che sono cose che consumo in grandi quantità. E invece gli esiti sono stati quasi del tutto sorprendenti: farina, lattuga, funghi e ravanelli.
Al momento della farina il pc ha emesso il suono di una sirena con le pile scariche... e io, composta all'80% da acqua e farina e al restante 20% da lievito, malto e sale, nata e cresciuta nel pane, mi sorprendo ad essere intollerante all'adorato compagno di vita. I due dottorini me l'hanno proscritto per 10-15 giorni, e con lui la pasta e tutto cio' che si fa col grano. Per 5 giorni sono stata ligia, ma sabato ero a un matrimonio che era la sagra del carboidrato, con tanto di lasagne home made di una signora siciliana... potevo mai dire di no? Ma, sarà stata suggestione o che, dopo le grida di giubilo delle papille gustative, lo stomaco ci ha tenuto a farmi sapere che non aveva gradito e che dovevo ricominciare a "comportarmi bene". E da ieri di nuovo niente pasta e pane, solo cracker wasa e Vollkornbrot o come si chiama lui (il pane di segale krukko, in vendita al monoprix).
Fare a meno della lattuga e dei funghi non è un grosso sacrificio. Del tutto inspiegabile invece l'intolleranza al ravanello, che potrebbe pure essere messo nel catalogo delle invenzioni inutili. Non ne mangio mai, mi fa proprio schifo. E i dottorini mi hanno spiegato che molto spesso, dietro al "non mi piace", si nasconde proprio un'intolleranza. Forse il profondo astio della Schwester per le mie adorate zucchine si potrebbe spiegare proprio con un'intolleranza.

La prima cosa che faro' quando sarà finita la sospensione, sarà una bella infornata di biscotti e una crostata gigante... siete tutti invitati.

(No, non sto rischiando di perdere il neotrovato lavoro disquisendo di futilità sul blogghino: alla fine il mio primo giorno di lavoro è slittato a venerdi', la mia formatrice è malata. Vi faro' sapere come va.bacibaci)

venerdì 10 giugno 2011

Scene da un matrimonio

Capelli semiraccolti, trucco discreto ma strategico, tubino aderente blu con fantasia marinara, giacca bianca dai bordini e bottoni dorati, sandali platino con tacco sottile e tanto di swaroski. Cosi' conciata, mi avvicino con fare disinvolto a uno dei tavoli del buffet, quello delle verdure. Mi giro un attimo a sinistra e scorgo - meraviglia delle meraviglie! - un banchetto con un ragazzo intento a tagliare pezzetti di carne rosa e grigi. Mi stupisco che non sia preso d'assalto, a differenza degli altri tavoli. Un giovane mussaiuolo* solitario, si direbbe.

Sotto il suo sguardo meravigliato e compiaciuto, gli porgo il piatto, indicandogli un angolino rimasto libero:
- Posso avere un po' di trippa, per favore?

Si rifiuta di aggiungerla alle altre cose, mi dà un piattino pulito e lo riempie di quella delizia grigia e dalla consistenza tutta particolare. Un pizzico di sale, un po' di limone e me ne torno al mio posto con questo trofeo sul palmo della mano sinistra.
Vengo accolta con giubilo dalla commensale alla mia destra, che trasmette prontamente notizia e piattino a due altre commensali del tavolo accanto.
Ne infilzo un pezzetto, lasciando affondare i denti della forchetta in quella vischiosità multistrato e poi ci affondo i miei, di denti. D-I-V-I-N-A.

Uomini, dormite sonni tranquilli: esistono ancora le donne autentiche, quelle che preferiscono la trippa al caviale e non si vergognano di darlo a vedere.

*Mussaiuolo: uomo addetto alla preparazione e alla vendita di "'o pere e 'o musso", piede e musetto, oltre che trippa e altre simili amenità, delizie del palato.

sabato 30 aprile 2011

Io non mi sposo (almeno per ora)

Non so se c'è stata un'epidemia o se i preti potranno celebrare matrimoni fino al 2012, ma sembra che tutti debbano sposarsi tra quest'anno e il prossimo (persino l'uomo che credevamo insaisissable, il nostro Da-miii-aaaano, che va a sposarsi a Las Vegas). Senza contare tutti quelli che sono convolati a nozze l'anno scorso, almeno tra amici e conoscenti. E tutti mi guardano come se fossi un po' un animale strano, che alla mia veneranda età (28 anni, eh) non ho né l'idea di dove voler stare, né di cosa fare, né uno straccio di fidanzato o amico speciale che potrebbe candidarsi per l'altare. E quindi io non mi sposo, almeno non quest'anno e neppure l'anno prossimo (molto probabilmente manco nel 2013, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).
Non mi sposo perché non ho passato buona parte della mia vita a sognare di farlo, a pensare a cosa manca nel corredo (già la parola è brutta), al vestito, ai testimoni e alle tende e alle piastrelle che mettero' a casa mia.


Non mi sposo non solo perché non ho il candidato, ma perché in questi ultimi anni ho avuto altre priorità, per esempio imparare a camminare con le mie gambe in un Paese straniero, in cui non conoscevo nessuno; accompagnare 50 ragazzini scalmanati in gita a Napoli; sentirmi dire che ho  un joli accent; festeggiare il 14 luglio, la fête de la Musique e san Ranieri; riempire valigie e scatoloni e svuotarli una volta arrivata a destinazione, per poi ricominciare a riempirli e svuotarli; andare in Bretagna in macchina e dormire in campeggio; guardare il mio Paese da lontano; valutare il bidet come una delle più grandi invenzioni progressiste; capire quanto è importante la mia famiglia; imparare un sacco di gros mots; capire meglio il significato della parola straniero; conoscere gente da dovunque e farmi raccontare cosa significa vivere in Palestina o in Cina; amare Parigi, odiare Parigi, tornare a Parigi per amore di Parigi e chiedermi se un giorno riuciro' a vivere lontano da Parigi senza rimpianti; scoprire e innamorarmi della cucina orientale; conoscere delle persone eccezionali; aiutare dei cuccioli di mangiaranocchie a fare i compiti; prendere aerei e treni, poi solo treni, poi di nuovo aerei e di nuovo aerei e treni; imparare a bere vino; contare i giorni che mancano per tornare a casa; desiderare di essere a casa per il PomiglianoJazz; scrivere lettere e mail; scoppiare in lacrime davanti a un flic mentre cerco di denunciare una vecchia scroccona; collezionare regali e biglietti d'auguri; andare di nuovo in bicicletta; caricarmi lo zaino in spalla e camminare da sola alle 5 terre; fare tante foto; visitare la casa di Monet; andare a lezione in Sorbona; sdraiarmi a piazza dei Miracoli; cambiare 13 coinquilini; sentire un posto come casa ma capire che nessun posto potrà mai essere casa se non casa soltanto. Ah, e nel frattempo ho fatto pure un po' di casting (sempre per il candidato all'altare), raccogliendo materiale per tutta una saga sul blog (cose che voi umani...).


Tanto,  finché questo rimbambito di formichino azzurro non trova la strada, hai voglia di fare!!!

martedì 16 novembre 2010

Il negozio di ventagli

- La juventud estudia, y la artesania se està perdiendo.
Quello che succede un po' ovunque, in Europa almeno: tutti vanno all'università e i mestieri stanno scomparendo, col risultato che le università sono piene di capre e quando devi trovare un calzolaio è come cercare un ago in un pagliaio. Oppure che se vuoi comprare una cosa, o è cineseria world widespread a pochi spiccioli, o la paghi l'iradiddio perché è un pezzo unico.

Questo è un negozio di almeno 60 anni fa: nelle vetrine solo ventagli fatti a mano, i più preziosi sono in legno di rosa e di palissandro, e di pizzo ricamato a mano o decorati con disegni, sempre fatti a meno. Molti sono bianchi, per le spose. Tutto il negozio è per le spose: oltre ai ventagli, fermagli importanti, pettini leziosi e gioielli vistosi. Compro un paio di orecchini di perle a mia madre, sono quelli che durante il viaggio di nozze a Palma de Mallorca aveva portato a tutte le mie zie, ma non aveva preso per sé.

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 Questo bugigattolo polveroso e un po' sbiadito, con questa vecchina che si ribella come puo' all'insipida omologazione del mondo globalizzato, mi fa venire voglia di promettermi che se il giorno dei fiori d'arancio dovesse arrivare pure per me, tornero' a Malaga per comprarmi un ventaglio e farmi regalare un bouquet di gelsomino del Marocco.

lunedì 28 giugno 2010

Domenica

Il macellaio del mercato mi ricorda Quenu, quello del Ventre di Parigi. Almeno per come me lo sono immaginato io. Bonario e sorridente, sempre gentile con tutti. Grande e grosso. Gli ho fatto una foto. Me l'ha concessa, a condizione che non lavorassi per la polizia.
Il caldo fa desistere gli habitués dal pollo con patate novelle, ora sono tutti ai banchi di frutta e verdura. In inverno erano tutti lì davanti in fila indiana, come se avessero vissuto tutta la settimana nell'attesa di quel rituale.

Il pomeriggio mi ha regalato uno spettacolo insolito. Sulla strada per la missione, nella fetta di place François Ier e rue Jean Goujon, clima di festa. Saranno i tifosi, ho pensato. Invece è un matrimonio alla chiesa armena: gli invitati, disposti fuori dalla chiesa in cerchio, accolgono gli sposi accompagnando la musica del battito delle mani. All'improvviso, liberano due colombe bianchissime, che partono a razzo verso l'azzurro del cielo. Gli sposi le guardano raggianti. Le portrait du bonheur.