sabato 30 ottobre 2010

Energy

Stasera ho conosciuto l'energia in persona. Era alta circa un metro e sessanta, ai piedi dei sandali dorati e addosso un vestitino bianco e nero con le frange, tutto frou-frou.
La sua voce come una cioccolata calda al punto giusto che ti entra in corpo e lo riempie tutto, andando a scaldarti là dove è freddo.
L'energia in persona mi ha autografato il biglietto, concesso una foto insieme e un bacio. Il suo nome è Sharon Jones, e ve ne regalo un pezzetto:

venerdì 29 ottobre 2010

Mon jeudi soir

Camminavo sul pont d'Austerlitz, di fronte a me il cielo si cambiava d'abito per la sera, e mi offriva uno spettacolo unico, di rosa e lilla. Mi sono ricordata che è l'ultimo giovedi' "di luce" e mi sono gustata lo spettacolo un po' di più, prima di salire sulla barca.

Anche questa settimana ho il privilegio di essere a tavola e di rimanere in sala con gli ospiti per il dopocena. Qualcuno propone uno Scrabble e mi invita a giocare. Per la prima volta, siamo 6 invece che 4 e Assouan non c'è. Forse ho qualche speranza di vincere... E alla fine vinco, 109 punti: in 6 mesi non era mai successo. Mi porto a casa il foglio, firmato dagli altri concorrenti. Per ora è ancora nello zaino, ma domani lo appendo in stanza.

Dopo, ero nel vestiaire con una delle ragazze. Arriva uno degli ospiti, mi chiede come sto. Gli rispondo che ça va très bien e spero anche lui. Lui guarda l'altra e le fa: Ce que j'aime de cette fille c'est qu'elle a toujours  une grande banane sur son visage*.

L'ho ringraziato e solo dopo mi sono accorta che per aver regalato un sorriso, in cambio mi era scesa sul capo una corona da principessa.


*Quello che mi piace di questa ragazza è che ha sempre un gran sorriso.

Nation, stamattina

Ho fatto tardi, stamattina. Abbastanza da indurmi a limitare la colazione (che di solito mi prende almeno 20 minuti) a un caffè ed avere cosi la scusa per prendermi un pain aux raisins alla boulangerie all'angolo. L'ho mangiato in metro, tra Daumesnil e Nation, mentre Dalla cantava Anna e Marco solo per me e il tipo dello strapontino di fronte mi lanciava allo stesso tempo un sorriso e un "bon appétit".

Nei corridoi a Nation, una signora bassina dagli occhi verdi e l'accento molto familiare mi ferma per chiedermi quale treno prendere per andare a Disney. E' il secondo anello biologico del branco. Prima di lei, la "masta" (moglie del "masto"), probabilmente sua madre, capelli lunghi e vaporosi, tirati indietro a scoprire un vistoso paio di cerchi dorati. Dopo, 3 o 4 ragazzine, troppo truccate e troppo "alla moda" per la loro età.

- Ma sei italiana?
- Si'.
- E lavori qui?
- Si', lavoro qui.
- Per favore, aiutaci. Accompagnaci e facci vedere come si arriva a Disney.

Non si sono ancora accorte che siamo conterranee: in questi casi sfoggio sempre il mio accento neutro, ho imparato a farlo quando lavoravo al call center ed era la mia difesa contro gli 081 che, quasi sicuramente, avrebbero chiesto uno sconto impossibile o uno strappo alla regola.

Arrivate sul quai, spiego loro il sistema di lucine dell'RER. Si sentono più sicure e cominciano a ringraziarmi, imprecando contro i Francesi che non si sono fermati ed esaltando la solidarietà fra connazionali. Poi, la domanda bomba:
- Di dove sei?
Esito un attimo, mi godo il momento e accendo la miccia, scandendo bene: Pomigliano d'Arco.
Ecco, è esplosa: - Uaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaà, noi Pompeiiiii!!! Che bella cosa, e' napulitan! Grazie bella, grazie assai!
- Di niente, figuratevi. E divertitevi a Disney!
- Grazie grazie! In bocca al lupo per tutto!


mercoledì 27 ottobre 2010

Il cielo del Nord

Forse mi sbaglio, ma in Terronia (e anche a Pisa), il cielo sembra sempre a portata di mano, che a volte ti dici "Salgo le scale e vado a giocare a nascondino con gli angeli, o a prendermi un caffè col Padreterno".

Il cielo del Nord è diverso: è vicino vicino quando è grigio e le nuvole ti si abbassano sulla fronte come una tapparella pesante. Ma poi all'improvviso si apre e diventa immenso, sconfinato, si espande in lungo e in largo, come se ti facesse indovinare un altro cielo e un'altra terra.

I miei occhi scavalcano la collina azzurra e bianca e davanti a loro si parano mulini a vento e tulipani rossi.

martedì 26 ottobre 2010

Ciucciotto

Disegnare non rientra proprio tra le mie abilità. A volermi fare un complimento, disegno come una bimba di 6, massimo 7 anni.
Quando facevo la lettrice a Fontainebleau ero più o meno costretta a farlo: un po' per evitare di dare la traduzione di tutte le parole (la pedagogia nel sangue!), un po' perché spesso non sapevo la traduzione francese delle parole italiane (dicesi paraculismo).

Un venerdi' pomeriggio, in una classe di 3ème (il nostro primo superiore), i soliti due si facevano i dispetti, costringendomi a doverli riprendere. Allora ad un certo punto mi stufo e dico: Ragazzi, se non la smettete di fare i bambini, la prossima volta vi porto un CIUCCIOTTO.
E loro: Madame, c'est quoi?
- Ben, c'est un ciucciotto, ora ve lo disegno.

Prendo il gesso e mi lancio nella mia opera d'arte. Uhm, forse non ci siamo tanto con la forma, ma si dovrebbe capire.
Uno di loro mi guarda perplesso: Madame, on dirait plutôt un préservatif!

Visibilmente imbarazzata, lo cancello. - De toute façon, vous avez compris, non, ce que c'est un ciucciotto?
- Ouais, ouais!
- E come si dice in francese?

Credo che finché campo mi ricordero' sempre che in francese ciucciotto si dice tettine...

lunedì 25 ottobre 2010

Parole a dieta

"Concrétisez vos rêves."*

*(Concretizzate i vostri sogni.)

La scritta, bella grossa, campeggia in bianco su un manifesto blu notte a Nation, un manifesto con tante stelline bianche come la scritta. E' la pubblicità del centro commerciale Val d'Europe,dove i "rêves" da concretizzare sono moda, shopping e divertimenti vari, con un posto di spicco all'animazione per bambini il mercoledi' (giorno senza scuola per i bimbi francesi, nota di formichina).

Da quando ho visto questa pubblicità, 3 o 4 mattine fa, non faccio che pensare a quella scritta. A quel "rêve" piazzato li', come una parola qualsiasi, smunta. Come una donna a dieta che per prima cosa ha perso il seno e solo dopo la ciccia. Ecco, quel "rêves" piazzato li' cosi', a portata di mano nella cassa di un centro commerciale che puoi raggiungere in RER, mi disturba.

Quella parola, in un'altra lingua, l'hanno usata il Poeta dei poeti per dire di che pasta siamo fatti e "un uomo nero" per far capire al mondo quello che conta non è la razza, ma cosa abbiamo nel cuore, i nostri valori, i nostri sentimenti, per dirne due.

Mi pare che di questi tempi di taglie 40 e anoressia le parole belle siano tutte un po' a dieta, come se il loro significato pesasse troppo sulla bilancia della società. E quindi bisogna ridimensionarlo per esigenze di mercato, usandole in serie, un po' a casaccio qua e là.

Sarà che poi io trovo i centri commerciali uno degli aberranti prodotti della società moderna e quindi sono troppo di parte, ma io se penso ai miei di sogni, non penso a un giro per negozi. Come minimo al giro del mondo... Oppure penso al mio formichino azzurro, che da qualche parte dovrà pure essere, e sogno di addormentarmi con la testa sul suo petto e di fargli i biscotti per la colazione. Sogno una Napoli senza munnezza e senza malavita, libera di vivere il suo splendore. Sogno un mondo senza guerre e senza telegiornali a parlare di guai. Sogno 2-3 marmocchi che mi gironzolano per casa, e che ogni tanto caricherei in macchina per portarli dai nonni.

You may say I'm a dreamer
but I'm not the only one...

I'm sure about it...

domenica 24 ottobre 2010

Arma di distruzione di massa

Il 5 giugno di quest'anno. Festeggio l'esplosione dell'estate con un pic-nic a Buttes Chaumont con Federico e Dino, al secolo Er patata, a Parigi per la prima volta. Stiamo qualche ora al sole e poi portiamo Dino in giro, insieme agli avanzi del pic-nic. Andiamo sulla terrazza dell'Institut du monde arabe a goderci lo spettacolo. Dopo una mezz'oretta prendiamo l'ascensore: con me e Dino anche un addetto alla sicurezza.
Er patata: Rosa, ma ogni tanto mi arrivano delle folate... come di merda.
Effettivamente c'è un odore strano e adduciamo la "colpa" al tipo della sicurezza, che invece scende un piano prima. Il cattivo odore pero' resta: viene dal mio zaino. Usciamo all'aria aperta, cerchiamo il colpevole: il camembert! Nel frattempo s'è sciolto e il suo olezzo ha oltrepassato la barriera del tupperware, e io lo sto seminando in giro per Parigi già da qualche ora.

Ormai non posso più mangiare camembert senza scompisciarmi dalle risate pensando a quel giorno, alla puzza di cadavere che mi portavo dietro e a Dino che mi seguiva a debita distanza, tappandosi il naso e pregandomi di stargli lontano... Un po' come la madeleine di Proust, insomma. Cambia solo la sensazione olfattiva...

giovedì 21 ottobre 2010

Les enfants qui s'aiment

Nation, appena dopo i tornelli che dall’RER A portano al metro. Un ragazzo alto e molto magro, color caffellatte col cacao, jeans e giubbotto di pelle, solleva un fuscellino color caffellatte, minigonna e cappello da cui scende una cascata di capelli neri. La porta in braccio fino alla scala mobile e la appoggia delicatamente sul primo gradino. La guarda, estasiato: gli è mancata tanto. Lei lo guarda e ride, poi si abbracciano a più riprese. Nello sguardo di lui, l’aria di chi ha davanti un sogno e non riesce a crederci, un sogno che ha bisogno di sfiorare in continuazione, sulle spalle, lungo le braccia, intorno alla vita. Allora la bacia, ma lei è un po’ a disagio. Li osservo rapita, dalla scala mobile accanto. Sento che la mia bocca si schiude in un ampio sorriso, poi mi guardo intorno, quasi a studiare le reazioni altrui. Il tipo dietro di me li guarda, la bocca semiaperta e l’aria annoiata. Una signora bionda un po’ grossa, più giù, li osserva con aria un po’ severa.

E io penso a Prévert. Sarebbe contento di sapere che i suoi “enfants qui s’aiment” esistono ancora, in questa città con troppe facce appese, a suscitare invidia e ammirazione tra i “passants qui passent” che “les désignent du doigt”.

Les enfants qui s'aiment s'embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt.

mercoledì 20 ottobre 2010

International Sunday lunch

C’è un cinese, un palestinese e un greco, e tutti e 3 fanno un dottorato in informatica. E poi c’è una berbera marocchina, moglie del palestinese, che vive in Francia da quando aveva 8 anni e ha la doppia nazionalità.

C’è un grazioso appartamento nel 12ème arrondissement in cui abitano due ragazze italiane e che ha una cucina col tavolo allungabile in formica contro il muro, circondato da sedie e sgabelli. Uno snack al sesamo cinese che non si capisce se è dolce o salato, blinis e vari tipi di tarama, bottigliette di sidro e il pasticcio di pasta nel forno spento ma ancora caldo.
È domenica e fa freddo, il teporino del forno e i pochi metri quadrati rendono la piccola cucina ancora più accogliente e l’atmosfera da pranzo familiare della domenica. Non ci vediamo da luglio e abbiamo tanto da dirci, come sempre. Più che altro fatti nostri, inevitabilmente intrecciati con cose più grandi di noi che non riusciamo a spiegarci.

Muath è andato a conoscere i nonni di Nadja in Marocco, ma prima di poterlo fare s’è dovuto interfacciare a più riprese con vari genii della burocrazia francese. È palestinese, e si sa, i palestinesi sono dei pericolosi terroristi. Dopo un paio di mesi e l’intercessione di non-so-chi dal Marocco e dal consolato di Bordeaux, il visto (che i non-palestinesi ottengono in 2 settimane) è finalmente arrivato. Forse Cristoforo Colombo ci ha messo meno tempo per arrivare in America.

Dimitris parla poco, ogni tanto sussurra qualcosa in greco a Konstantina, la sua ragazza, che da poco l’ha raggiunto a Parigi e che è con noi per la prima volta. Ogni tanto prende in giro Chong per le sue idee da capitalista cinese. Gli chiediamo come vanno le cose in Grecia.

Chong fa casino con le parole, e usa un “arabes” al posto di “musulmans” che a Nadja non piace. Poi si fa perdonare con una chicca: in cinese la parola “cinese” significa “persona sontuosamente vestita”. Silvia gli chiede com’è la musica cinese. Io gli dico che una volta ne ho sentita in un film, Still life, e gli chiedo se l’ha visto. È un film di 4 anni fa, sui cambiamenti della società rurale cinese dovuti all’industrializzazione e le conseguenze sul tessuto sociale. "Non, en Chine c'est interdit un truc pareil, on n'a pas le droit de le voir."

C’è un cinese, un palestinese e un greco e questa non è una barzelletta, ma la storia di una bella amicizia cominciata più o meno un anno fa. Mentre lavo i piatti e preparo loro il caffè, penso che quando me ne andrò, mi mancheranno.

lunedì 18 ottobre 2010

Les amours imaginaires

Non so ancora dire se mi è piaciuto, forse ci sto ancora pensando.

Di sicuro ho apprezzato: la colonna sonora (Dalida che canta Bang bang in italiano), la cornice narrativa con le interviste, la ragazza bruna con gli occhiali neri, l'amante occasionale con gli occhi verdi (mi chiedo perché non sia stato lui il protagonista, invece del biondino sciapo), le riprese un po' flou.

Ho apprezzato meno il fatto che l'agenzia dei sottotitoli non abbia ritenuto opportuno sottotitolare tutto il film: se ogni tanto si capiva qualcosa, era grazie alle parole in inglese buttate qua e là come pesciolini in fiumi di parole in quebecchese stretto. Viva la varietà linguistica, ma c'è un limite a tutto.

Avrei invece preso a schiaffi quel fesso del protagonista, che illude 'sti due poveri brodi innamorati di lui e poi sparisce senza sentirsi in dovere di spiegare alcunché. E senza poterselo neppure permettere, fra l'altro!

giovedì 14 ottobre 2010

Rimborso spese

Non vorrei parlare di certe cose, ma quann' ce vo', ce vo'.

L'altro ieri mattina ricevo un cazziatone via mail dalla segretaria della mia università. Motivo? Avevamo informato una prof che aveva diritto a un rimborso spese, quando in realtà non ce l'aveva. Saranno in tutto 300 euri, 400 volendo esagerare.
Non parliamo dei rimborsi a noi dottorandi, che sono sospesi da un anno "per penuria di fondi". Se vuoi andare a un convegno, a un seminario, a fare una scuola estiva, te la paghi tu, tanto ti diamo mille euri al mese. Fatteli bastare, parassita.

Leggo ieri sul Fatto che l'Italia spende 68 MILIONI DI EURI AL MESE per la guerra in Afghanistan, una guerra assurda e ingiusta come tutte le guerre, che dura da quasi 10 anni. A meno che la calcolatrice non sia rotta, fanno 816 milioni di euri all'anno, che sono tolti alla scuola e all'università o alla sanità, per fare degli esempi, per mostrarsi fedeli agli "amici americani".

E intanto ogni mese 68 milioni di euri se ne vanno in carrarmati, armamenti e altro materiale fatturato come "missione di pace".

Forse se siamo ancora in Afghanistan è per scongiurare il rischio che un giorno gli "amici americani", vedendo le deplorevoli condizioni in cui versiamo, decidano di venire a portarci la democrazia.

mercoledì 13 ottobre 2010

La canzone di chiusura

Avevo resistito stoicamente 10 giorni, poi ci si è messo Frà con questa canzone a farmi cedere. L'avro' sentita 10 volte, poi candidamente: questa canzone mi ha fatto pensare a te.
Ma come resistere? E' troppo troppo bella...

martedì 12 ottobre 2010

Farmville

I non-iniziati al magico mondo di Feisbuc non sanno che, oltre a farti stanare dai tuoi ex-compagni di classe di cui ti eri volutamente liberato, il social netvuork per eccellenza ti logora il cervello con tutta una serie di giochini e applicazioni dal duplice scopo: farti perdere un sacco di tempo e usurarti il neurone residuo.

Uno di questi è Farmville. Da quel che ho capito, si tratta di prendersi cura di una fattoria (piante, animali, costruire la stalla) e di arrivare all'ultimo livello del gioco.

E' successo che per un periodo mi comparivano inviti a diventare vicina di fattoria, richieste di sorvegliare orti altrui, aggiornamenti sulle gare tra i miei amici a chi costruiva prima 'sta benedetta fattoria.

Vari momenti dfficili mi hanno diciamo dissuasa dall'entrare in questo pericoloso vortice, ne cito due particolarmente significativi.

1) Vedo la Fra sulla chat di Feisbuc. Dialogo:
Io: Franciiiii!
Fra: Ciao Rosa, sono Mario (il ragazzo della Fra). Mi sono connesso un attimo perché Fra mi ha chiesto di annaffiare i pomodori.
Io: ... Ok. Ciao Mario.

2) Parlo con Gino, sempre sulla chat di Feisbuc:
Gino: Ah, poi mi sono dimenticato di postare quella cosa... sono stato preso dalla Farmville!
Io: Ancora?
Gino: Eggià...
Io: Innamorati piuttosto!
Gino: Meglio la Farm, è meno impegnativa.

Ma la cosa che mi ha veramente fatto desistere dalla Farmville è stato il pinguino: che ci fa un pinguino in una fattoria?

lunedì 11 ottobre 2010

Questa invece è sorema

domenica 10 ottobre 2010

E-book

Finalmente ne ho visto uno: è salita una ragazza sulla 8 a République, ha tirato fuori quella che sembrava un'agenda. Era un'agenda, ma dentro invece dei fogli aveva un palmare grigio, con lo schermo bianco e i caratteri neri. Sarà che io ho un rapporto emozionale coi libri - come tutti quelli che li amano, d'ailleurs -, ma mi ha fatto una tristezza unica.

Che gusto c'è a leggere senza sentire il profumo della carta, senza farla scorrere ruvida sotto le dita, senza sottolineare le frasi che ti colpiscono e andartele a ripescare, senza andare a sbirciare quante pagine e quanto piacere hai ancora?

mercoledì 6 ottobre 2010

Un an

Formichina compie un anno nel formicaio: RER A, Champs-sur-Marne, 12ème arrondissement, ristorante giapponese, 2 No B-day, lezioni di cucina al mercato, péniche, prove del coro, 4 piani di scale, nostalgia di Pisa, amici di passaggio, amici ritrovati, pic-nic, pioggia, l'omnivocalico, velib', cartoline di Granada in bianco e nero, il furgone dei Landemaine e Ikea, un laboratorio di sfigati, una bella festa di compleanno, senso di precarietà, ribellione, qualche secchio di lacrime e di malessere, abbracci, domeniche mattina al mercato, diversi mojito.

E per festeggiare degnamente, una bella gomitata in faccia stamattina sull'RER.

domenica 3 ottobre 2010

Oggi invece è sabato

Oggi invece è sabato, e io mi sono svegliata alle 10.30. Il cielo è un po' incerto ma fa abbastanza caldo.
Oggi è sabato e io sono andata al No B-day 2 a Trocadéro e ho parlato davanti a tutti senza emozionarmi, sullo sfacelo della scuola e dell'università.
Oggi è sabato e sono tornata dal vendipapero: ho comprato ça-va-bien-se-passer, è bellissimo.
Oggi è sabato e nella cassetta della posta ci sono 3 guarnizioni per la moka e un biglietto di mia madre.
Oggi è sabato e io sorrido con convinzione, e ho a cena 3 amici che mi fanno stare bene, anche se ho un piatto in meno.
Oggi invece è sabato e a Parigi c'è la notte bianca, la Chambre de commerce des Artisans Boulangers et Pâtissiers è aperta al pubblico e vedo gli omini della farina che corrono come formichine bianche impazzite e sfornano in continuazione. Vedo tavoli da lavoro del 1850 in legno di noce e un'impastatrice che mi ricorda una che avevamo anche noi a casa e che per me era "la giraffa".
Oggi è sabato e un odore familiare e dolcissimo mi sale su per le narici, ricevo un sacchetto con un croissant, una mini brioche e un panino, che svuoto sul Lungarno sur Seine con una certa meticolosità. Poi un bacio a tutti, vado a prendere la 8 a Bastille.

venerdì 1 ottobre 2010

Sogni

L'altra notte ho sognato treni, corse, attese. Ho sognato che la parrucchiera mi faceva tre volte lo shampoo, e alla fine avevo i capelli mogano e lisci. Ho sognato una signora bionda, mia presunta parente, che doveva prendere un treno e arrivare in Sicilia, le davo dei soldi per fare il biglietto. Ho sognato un gran trambusto, una mia amica vestita in modo elegante, che c'era un'occasione speciale ma non capivo quale.

Stanotte ho sognato valigie, treni, metropolitane, aerei. Ho sognato orari a cui fare attenzione, e corse, e attese. Ho sognato una coppia di turisti italiani di una certa età che mi mostrava due biglietti da visita per Montmartre e mi chiedeva la strada per arrivarci. Io ci pensavo un attimo, cercavo di capire dov'ero, come farli arrivare alla metro più vicina. Sapevo che non era lontano, ma non riuscivo ad orientarmi e a dare spiegazioni. Ho sognato che il treno passava davanti a una chiesa, e io mi facevo il segno della croce, e che subito dopo mi pentivo di averlo fatto.

Di giorno sono treni, metropolitane, corse, attese. E la sensazione di stare perdendo qualcosa, di vista o davvero.