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sabato 20 agosto 2016

Sempre quel quadernino a fiori

La studentessa del quadernino a fiori è ricomparsa, ieri, via mail, continuando ad espormi i suoi dubbi circa l'eventualità di cambiare lingua e di quanto la scelta fosse difficile. Le ho risposto con un pezzo di Castaneda, senza aggiungere nulla. Mi ha risposto con una mail fitta fitta, in stile stream of consciousness, come se stesse parlando a una nuova amica che le fa subito sangue. Ne riporto la parte finale:

"Insomma professoressa io non volevo che mi venisse fuori un poema del genere ma se mi metto a scrivere non smetto più. Prenderò una decisione in merito, presto, tardi o troppo tardi che sia, sbaglierò o farò giusto, non si può sapere. Una cosa è certa, affronterò il tutto sempre con la solita curiosità di vedere se ho fatto bene o male (sono molto critica verso me stessa) in base a come proseguo il mio percorso e a quello che mi aspetta nella vita, e imparerò sempre e comunque qualcosa di nuovo. Cercherò di prendere anche questo con lo spirito che mi contraddistingue, ovvero quello di sfruttare ogni minuto e ogni occasione della vita, visto che non mi toglie mai dalla testa nessuno che qua è tutto troppo breve e che bisogna “massimizzare ogni profitto”.
Sicuramente mi permetterò di venirla a trovare a ricevimento non appena mi sarà possibile, per chiederle mille altre cose e soddisfare un po’ la mia sete di conoscenza e la mia infinita curiosità, visto che tutti giorni ho un dubbio nuovo in testa ma senza nessuno con cui poter parlare e da cui ricavare una risposta.

La ringrazio ancora per le bellissime frasi e mi auguro di non averla fatta addormentare con quest’oceano di parole.
Buon fine settimana, a presto, S."

No, bellina, non mi hai fatto addormentare: tu mi hai fatto commuovere come una scema. 
Guarda un po' se devo perdere la reputazione a causa di un quadernino a fiori...

martedì 19 luglio 2016

Joy

Un biglietto d'amore improvvisato su un brouillon, trovato sul cuscino, nascosto da Pandino.
La luce a gare du Nord.
Uno scatto riuscito.
Un treno quasi deserto che passa per le campagne piccarde in una giornata di sole.
Il giallo del grano e il rosso dei papaveri.
I messaggi delle amiche.
Il vento sulla pelle in aeroporto, aspettando l'autobus.
Un caffè al volo, prima di cominciare gli esami.
Un quadernino in carta di riso, con fiorellini gialli e blu disegnati a mano in copertina, intorno alla scritta "français". Le parole nuove imparate durante l'anno, l'impegno, la passione, la gratitudine di una studentessa per il suggerimento.
Un fritto di pesce e un bicchiere di Vermentino nella mia piazza pisana preferita. La gente, le risate, sapore d'estate e di vita.
Una lunga passeggiata per andare a salutare un amico.
Un immenso grazie negli occhi, nel cuore, nei piedi. E nelle ali.

sabato 6 ottobre 2012

Et ça fait 3!

Era un martedi' sera, manco a farlo apposta ero vestita come oggi: jeans, top blu e maglioncino rosso, scarpe da ginnastica. Partivo dall'aeroporto Galilei per arrivare a Orly, due valigie e tanti punti interrogativi. L'idea era quella di stare qui un anno, ma ne sono passati già tre... Stamattina ho mandato una lista ai miei amici delle cose che ho imparato con loro in questi 3 anni, non la copio qua perché sono 4 pagine di word... e soprattutto perché, venendo a mancare i repères, ci capireste poco...


In questi 3 anni ho visto Parigi a piedi, in macchina, in bicicletta, in scooter, in autobus, in moto, in furgoncino, da una péniche. L’ho amata, l’ho odiata, mi sono riscoperta diverse volte a non poter resistere al suo fascino, come un povero marito cornuto e vecchio che perdona tutto alla mogliettina coquette e molto più bella e giovane di lui.
Ho imparato cosa significa alzarsi al mattino senza nessuno scopo, sentirsi persi, sentirsi stranieri, ho imparato cosa sono la povertà, la sofferenza negli occhi e nei racconti di chi ha perso tutto e dalla vita non si aspetta più niente di bello.
Ho sperimentato quanto possono essere lunghe due ore di aereo, se devi andare a salutare qualcuno che se n'è andato prima di vederti un'ultima volta.

Ho ricominciato a scrivere e ho riscoperto che è il modo migliore per guarire da qualsiasi cosa. Mi sono sentita bella, bellissima pure a volte, una principessa solo per aver regalato un sorriso, mi sono innamorata, mi sono sentita ingannata, ho cucinato per un sacco di gente, ho perso le staffe, ho riempito il mio frigo di calamite e la mia stanza di cartoline...e il mio cuore e la mia testa di ricordi che un giorno potrò raccontare ai miei nipoti. 

Un grazie grande quanto questi 3 anni a chi è stato al mio fianco, agli amici che sono venuti a trovarmi, a chi mi ha "sciroppato" pure quando non ero al top. Formichina loves you! 

mercoledì 11 gennaio 2012

Ci risiamo

- Mà, secondo te devo tagliarmi i capelli?
- Tagliarli corti?
- No, macché. Spuntarli.
- Si', un pochino si'. Ma perché non te li fai lisci?

Ecco. Ogni volta che chiedo un parere a mia madre sui miei capelli la risposta è sempre la stessa: "fatteli lisci". Si', perché coi capelli lisci sembro proprio une fille rangée, una di quelle con una scrivania e un armadio ordinatissimi, senza uno spillo fuori posto. Con un lavoro e un fidanzato fisso, educato, lavoratore e ricco.
Ma io con i capelli lisci non mi piaccio. Non mi stanno male, ma non sono io. Perché io sono una casinara di prim'ordine, più che una stanza ho un bazar, e manco l'ombra né di un lavoro né un fidanzato fissi. E nei miei capelli ricci trovo tutto questo, che non sarà perfetto ma mi rassicura, soprattutto dopo aver rivisto delle foto di quando ero a Pisa, periodo in cui il liscio era la norma. Ho rabbrividito. Ma ciononostante, quando sono andata da Tonino (il mio esauritissimo ma bravissimo parrucchiere), gli ho chiesto di asciugarmeli lisci, giusto per fare contenta mia madre. Povera donna, diamole una soddisfazione ogni tanto, pure se significa guardarsi allo specchio con poca convinzione.

Poi finalmente arriva il momento dello shampoo, con un po' di timore per le lunghezze (quanto me li avrà tagliati, stavolta?). Ci risiamo: ho un po' la testa di Maga Mago' dopo che le è esploso in faccia il contenuto del calderone, ma va benissimo cosi'.

A proposito di Maga Mago', ci avete mai fatto caso che lei e Margherita Hack sono praticamente identiche???

mercoledì 4 maggio 2011

Again

E' davvero un peccato che mi abbiano chiuso il blog vecchio, sarei andata a ripescare un post di due anni fa dal titolo Epiphany.
Doveva essere il 30 aprile o giù di li', ero alla mensa centrale con Sarina e ricordo di essere scoppiata in un pianto disperato all'idea di dover lasciare Pisa in un tempo breve non meglio precisato.
In realtà non era tanto il dover lasciare Pisa in sé che mi faceva stare male, quanto la consapevolezza che non ero più una studentessa fuorisede senza troppi pensieri, e che qualcosa di non ancora ben definito ma chiamato "futuro" stava bussando alla mia porta mi chiedeva un minimo di considerazione.

Ecco, ci risiamo: sono in RER  e ho un nodo (un nodino, va') in gola, due lacrimucce affiorano timidamente, ma le stoppo deglutendo un attimo.
Lo sapevo che sarebbe successo di nuovo, era inevitabile. Devo mettermi nella prospettiva che tra 3 mesi potrei essere di nuovo alle prese con valigie e scatoloni, amici da abbracciare e promesse da fare, si' mi faccio viva, si' ritornero', e due anni di vita da impacchettare minuziosamente e stoccare con cura nelle foto, nella testa e nel cuore. Lo sapevo che sarebbe stato uno strazio al solo pensiero di andar via di nuovo da questa città stregata e ammaliante. Lo sapevo e forse è stato per questo che all'inizio ho fatto resistenza alla mia vita qui, cercando di autoconvincermi che altrove stavo meglio.
Io lo sapevo, ed era per questo che non ci volevo tornare. Ma tutto sommato, è stato un bene che la Vita sia stata più forte.

sabato 30 aprile 2011

Io non mi sposo (almeno per ora)

Non so se c'è stata un'epidemia o se i preti potranno celebrare matrimoni fino al 2012, ma sembra che tutti debbano sposarsi tra quest'anno e il prossimo (persino l'uomo che credevamo insaisissable, il nostro Da-miii-aaaano, che va a sposarsi a Las Vegas). Senza contare tutti quelli che sono convolati a nozze l'anno scorso, almeno tra amici e conoscenti. E tutti mi guardano come se fossi un po' un animale strano, che alla mia veneranda età (28 anni, eh) non ho né l'idea di dove voler stare, né di cosa fare, né uno straccio di fidanzato o amico speciale che potrebbe candidarsi per l'altare. E quindi io non mi sposo, almeno non quest'anno e neppure l'anno prossimo (molto probabilmente manco nel 2013, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).
Non mi sposo perché non ho passato buona parte della mia vita a sognare di farlo, a pensare a cosa manca nel corredo (già la parola è brutta), al vestito, ai testimoni e alle tende e alle piastrelle che mettero' a casa mia.


Non mi sposo non solo perché non ho il candidato, ma perché in questi ultimi anni ho avuto altre priorità, per esempio imparare a camminare con le mie gambe in un Paese straniero, in cui non conoscevo nessuno; accompagnare 50 ragazzini scalmanati in gita a Napoli; sentirmi dire che ho  un joli accent; festeggiare il 14 luglio, la fête de la Musique e san Ranieri; riempire valigie e scatoloni e svuotarli una volta arrivata a destinazione, per poi ricominciare a riempirli e svuotarli; andare in Bretagna in macchina e dormire in campeggio; guardare il mio Paese da lontano; valutare il bidet come una delle più grandi invenzioni progressiste; capire quanto è importante la mia famiglia; imparare un sacco di gros mots; capire meglio il significato della parola straniero; conoscere gente da dovunque e farmi raccontare cosa significa vivere in Palestina o in Cina; amare Parigi, odiare Parigi, tornare a Parigi per amore di Parigi e chiedermi se un giorno riuciro' a vivere lontano da Parigi senza rimpianti; scoprire e innamorarmi della cucina orientale; conoscere delle persone eccezionali; aiutare dei cuccioli di mangiaranocchie a fare i compiti; prendere aerei e treni, poi solo treni, poi di nuovo aerei e di nuovo aerei e treni; imparare a bere vino; contare i giorni che mancano per tornare a casa; desiderare di essere a casa per il PomiglianoJazz; scrivere lettere e mail; scoppiare in lacrime davanti a un flic mentre cerco di denunciare una vecchia scroccona; collezionare regali e biglietti d'auguri; andare di nuovo in bicicletta; caricarmi lo zaino in spalla e camminare da sola alle 5 terre; fare tante foto; visitare la casa di Monet; andare a lezione in Sorbona; sdraiarmi a piazza dei Miracoli; cambiare 13 coinquilini; sentire un posto come casa ma capire che nessun posto potrà mai essere casa se non casa soltanto. Ah, e nel frattempo ho fatto pure un po' di casting (sempre per il candidato all'altare), raccogliendo materiale per tutta una saga sul blog (cose che voi umani...).


Tanto,  finché questo rimbambito di formichino azzurro non trova la strada, hai voglia di fare!!!

martedì 5 aprile 2011

Di treni e di forse

A quest'ora avrei potuto essere in treno, destinazione Digione. Un amico che lavora alla FFCA mi aveva chiesto se mi andava di partecipare al campionato di cucina organizzato da Carrefour, mi avrebbero pagato tutto, persino l'iscrizione alla Federazione per quest'anno. Invece sono in lab, in un ufficio provvisorio perché il mio lo stanno rimettendo a nuovo. Non sono pentita di aver rifiutato, l'ultima lezione di cucina che ho preso è stata ad ottobre e probabilmente non sono neanche dell'umore giusto. Ma il viaggio in treno, quello l'avrei fatto volentieri, pure senza mare da salutare.
Per 3 anni e rotti tornare a casa ha significato 6 ore in intercity, con tutti i disagi del caso. Ma quei 3 minuti dei miei occhi rapiti da un promontorio sulla costa livornese valevano quelle 6 ore che spesso diventavano pure 7, con le gambe indolenzite, i bagni fuori uso e la fauna locale. Quei viaggi erano come un rito iniziatico ogni volta: cavalcare il ritmo delle stagioni sul colore del mare e dei campi lungo la Tirrenica, un lungo aspettare l'arrivo, prima di entrare in stazione a Piazza Garibaldi. Non ho mai capito perché, ma quando il treno entra in stazione a Napoli rallenta e s'incammina al capolinea a passo d'uomo. Forse per regalare un ultimo momento di lentezza prima di essere catapultati nel frastuono di Napoli, o forse per far sentire ancora di più la smania di arrivare e di abbracciare chi aspetta al binario. O forse, molto più banalmente, perché in quel tratto è cosi' che deve andare.

Non era di questo che volevo parlare stamattina, a dire il vero non so neanch'io cosa volevo dire. E' che nella mia testolina si affollano tanti pensieri e tanti punti interrogativi, una lista infinita di cose da fare e da capire, tra il mio lavoro, il mio futuro e il mio stare al mondo. Quello che è successo negli ultimi mesi e che sta succedendo ora, la precarietà che, paradossalmente, è una delle mie poche certezze. Questi rumori di fondo che si accavallano e "imbrogliano" ancora di più la matassa. Mi hanno chiuso il mio vecchio blog, quello su Spaces, forse è un bene, pure se c'erano pezzi della mia vita tra Pisa e l'erasmus. Forse dovrei smetterla di scrivere e basta...

giovedì 3 marzo 2011

Mi correggo

Mi hanno telefonato non per una, ma per DUE supplenze a Pisa: ieri mi era arrivata una telefonata da un cellulare, non avrei mai pensato potesse essere una scuola. Ora sono in agitazione, coi candidati termini da una parte e il sito del MIUR (concepito dal diavolo in persona, neanche nascosto sotto le spoglie di Woland) che mi chiede un codice che non credo di aver mai avuto dall'altra.

Se rinasco, voglio in dotazione :
- l'ubiquità,
- la macchina del tempo di Zapotec e Marlin,
- l'ordine,
- la velocità, in modo da fare la tesi in fretta.

Ditelo al Capo.

Un po' sparsi

Di nuovo a Champs-sur-Marne, stamattina. C'è un briciolo di sole che scalda l'anima, pure se c'è di nuovo bisogno di cappellino di lana e guanti di pile. La settimana prossima ho appuntamento col proffe e devo passare le mie giornate a decidere quanti su 22622 candidati termini sono corretti o no, con somma infelicità del mio braccio destro, dall'indice all'attaccatura della spalla. In questo frangente, mi hanno di nuovo telefonato per una supplenza a Pisa, in teoria dovevo presentarmi stamattina alle 8, ma è stato impossibile, perché l'ho saputo mezz'ora fa. Continuo a chiedermi se ci sia un significato recondito dietro a tutto cio' che io continuo a snobbare (eh si', questa stramaledetta mania dei cattolici a voler trovare il senso nascosto dietro a ogni cosa che succede, come dice Hans Schnier, clown). Uff, non so.

Ah, martedi' sono stata in tv: ho partecipato alla registrazione di una puntata sui Restos du coeur (a cui dedichero' un post molto presto), se volete vederla sarà trasmessa su TF1 l'11 marzo alle 20.40, dopo il tiggi'. Non so se si vedrà, ma il personaggio chiave di quel pomeriggio è stato un ragazzo color cioccolato che si è presentato in completo nero, camicia bianca e papillon grande quanto un iPad. Occhiali da sole, brillante di quasi un cm all'orecchio e un LCD 14 pollici al polso sinistro. Giusto per far parte del pubblico. Forse aveva capito che intervistavano pure lui. C'è rimasto un po' male quando gli hanno detto di togliersi gli occhiali e cercare di nascondere un pochino il papillon. Povero caro, magari li aveva comprati apposta.

Sabato ci sarà la festa di Carnevale. A dire il vero non amo molto il Carnevale, era una delle mie feste preferite fino alla 5a elementare, quando andavo ogni anno da Giuseppina a farmi fare il vestito, dopo una lunga consultazione dei cataloghi sparsi sul tavolo, come se avessi dovuto scegliere l'abito da sposa o il principe azzurro.
L'abbiamo fatta anche l'anno scorso, ma io in quel momento ero troppo impegnata a disperarmi per pensare a vivere, e quindi avevo giusto comprato un cappello da chef, rimediato un grembiule e un paio di mestoli e mi ero improvvisata cuoca.
Quest'anno è diverso, la mia battaglia personale contro tutto cio' che non è vita mi ha fatto venire la voglia di confezionarmi un bel travestimento. Se trovero' tutto il necessario, "vi stupiremo con effetti speciali". Vi dico solo che non avro' bisogno della parrucca, sfruttero' i miei riccioli più o meno biondi. Poi vedrete.

I candidati termini mi chiamano, oggni ne devo valutare almeno 4000. Have a nice day you all!

lunedì 17 gennaio 2011

A Charles

Il primo ricordo che ho di Charles è in un'aula di palazzo Sforza, nell'ottobre del 2002. Cominciavo il secondo anno di università all'Orientale, e lui era appena arrivato dall'Università di Pisa, "in prestito", come si fa coi calciatori. Indossava un completo grigio chiaro ed era accompagnato da una persistente nuvola di profumo buono, che non sono mai riuscita ad individuare.
Ricordo di mezz'ora e forse più passata nel suo studio a fare una specie di pre-esame, in cui mi aveva chiesto tutto o quasi del programma, e un bel 30 e lode sul libretto 6 mesi dopo.

Poi ero andata l'anno dopo a chiedergli una lettera di presentazione per l'assistentato e a indagare se potevo fare la tesina con lui, ricevendone un garbato rifiuto perché non ero del corso di traduzione.

Ho ritrovato Charles a Pisa, al secondo anno di specialistica, scoprendo che sarebbe stato di nuovo il mio prof. L'ho beccato nell'atrio di palazzo Matteucci, un lunedi' pomeriggio. Si ricordava di me, ma mi aveva scambiata per una sua vecchia studentessa di Pisa di diversi anni prima. Ne ho approfittato per prenotarmelo al volo: stavolta dovevo assolutamente fare la tesi con lui, ci sono riuscita. Mi ricordo della soggezione che provavo quando andavo a ricevimento, che è rimasta anche dopo la laurea, quando ho continuato a bussare alla sua porta per un saluto o un consiglio. Ho potuto piangere senza pudore quando ho avuto i primi problemi con la tesi, ho potuto scrivergli, chiamarlo. L'ho ritrovato a  Brescia a settembre, giusto in tempo per sentire il mio exposé. E l'ho rivisto a Pisa prima di Natale.

Qualche giorno fa Charles era solo nel suo studio. E' arrivato un cretino, bocciato a un esame, e ha cominciato a dargli addosso, colpendolo più e più volte. Ho saputo i particolari grazie a Repubblica e a due amici che mi hanno linkato l'articolo. Sono rimasta senza parole, al di là dell'affetto che mi lega a Charles, per quello che traduce questo deplorevole episodio. Tu non sai chi sono io, ma come ti sei permesso, nessuno mi puo' giudicare, stai dicendo cazzate, ora ti faccio vedere io. Che non è solo l'atteggiamento di un imbecille bocciato dal prof, è un modello propinato su larga scala, dalla politica alla tivvù, passando per le scuole, le fabbriche, le aziende. Una giungla di fauves in cui l'arroganza è il Leitmotiv. In cui tutti vogliono essere rispettati, ma pochi si curano di rispettare e in cui la meritocrazia è una bella parola con cui riempirsi la bocca ma un acerrimo nemico, semmai dovesse capitare sulla propria strada.

Rimettiti presto, Charles. L'università ha bisogno di te, devi tornare a fare lezioni, esami e ricevimenti e a bocciare chi il francese non lo sa. E spero che un giorno mi chiederai di venire a darti una mano.

lunedì 10 gennaio 2011

Le hasard

Mélaine l'ho conosciuta a Pisa nel settembre 2007. Era appena arrivata per l'Erasmus e mi aveva chiesto dove fosse la facoltà di Storia e Filosofia. Io dall'Erasmus ci ero appena tornata e a Pisa di mangiaranocchie m'era rimasta solo Elodie. Ci siamo scambiate il numero e ogni tanto ci vedevamo. E' di Rouen, ha 3 anni meno di me e un bel faccino tondo con due belle guanciotte piene e un sorriso perenne, la voglia di girare il mondo e già due viaggi in Africa alle spalle, uno in Senegal e l'altro in Mali.
L'avevo vista l'ultima volta il 25 giugno 2008, alla mia laurea, mi aveva portato una rosa rossa. Due ore dopo sarebbe partita coi suoi per casa e i 9 mesi a Pisa piegati a modo e sistemati con cura nel camper.

Sabato sera i miei amici mi hanno portato in un barrino microscopico e un po' lercio con musica dal vivo e troppa gente rispetto a quanta ne poteva contenere. Ero di spalle alla porta, a un certo punto mi giro e vedo una ragazza, bassina e dall'aria familiare. Ci fissiamo per qualche secondo, poi lei mi fa: Rosa! Ma che ci fai qui???

E' scattato l'abbraccio, poi mi ha presentato il suo ragazzo e abbiamo parlato una buona parte della serata. Non mi sarei mai aspettata di incontrarla, perché lei ora vive a Lyon e tra un mese parte per il Burkina Faso per uno stage di 4 mesi, percorso conclusivo della formazione in "arts de la rue", un lavoro da sognatori.

Dite quello che vi pare, ma io al caso non ci ho mai creduto e mi pare sempre più difficile cominciare a crederci.Chiamatela Vita, chiamatelo Destino, Fato. Io lo chiamo Dio. E me lo immagino come un grande e burattinaio bonaccione che maneggia i fili sottili delle nostre vite. Ogni tanto magari fa un po' di casino, ma pover'uomo, vorrei veederci voi con 6 miliardi di marionette!
E alla tua domanda, cara Mélaine, rispondo cosi': avevo appuntamento con un'amica che non vedevo da un po' di tempo.

venerdì 24 dicembre 2010

Cosa ho fatto a Pisa

Avevo voglia di tornarci, rivedere un po' di gente e avevo bisogno di un lungo viaggio in treno. Quel viaggio in treno, sulla Tirrenica. Sono arrivata il 16, ad aspettarmi c'era una giornata gelida ma soleggiata. Un tassista pisano docche s'è occupato di me e del valigione e ci ha portati fino a casa. Cioè quella che prima era casa mia, in cui torno da ospite per la seconda volta, forse l'ultima. Ho dormito nella mia vecchia stanza, Emanuela era già partita. Ha cambiato disposizione ai mobili, il disordine è scomparso ma anche lei ha appeso la cartina di Pisa del DSU nello stesso punto in cui ce l'avevo io. I quadri invece sono altrove, e i due chiodini trasparenti che reggevano il mio quadro con le foto dell'Erasmus sono ancora lì.

Ho portato un pain d'épices, una marmellata di Natale e del thé in foglie, ci abbiamo fatto colazione.
Sarina mi aveva preso la schiacciata e il crudo, è stato il mio pranzo dell'arrivo, pure se erano le quattro e mezza. La Fra invece mi ha fatto la torta di mele, in cui aveva dimenticato di incorporare gli albumi: sono diventati i suoi buonissimi dolcetti al cocco e la torta di mele andava bene uguale.

Ho sperimentato le gioie del ritorno in patria guardando in tv uno squallidissimo ex picchiatore fascista (ora ministro della Difesa, ma da lui chi ci difende?) dare del vigliacco a un ragazzo giustamente preoccupato per il suo futuro, davanti a milioni di persone.
Ho conosciuto Cristina, che ora occupa la stanza di Mortifex: una brava bimba, ma dalla voce troppo squillante.

Sono stata con Sarina a fare l'aperitivo al Mani'omio, che ha degnamente sostituito il Venus e poi al Leningrad a sentire Frà mettere i dischi, sorseggiando una tisana e giocando a Scrabble con lei e col Pallini, facendo attenzione a pensare a parole italiane e dando ogni tanto un'occhiata ai fumetti sul precariato in mostra sulle pareti. Sono arrivata seconda, pure se ho finito per prima le lettere. Il Leningrad è più luminoso e c'è più posto, è diventato un pochino più fichetto, forse per questo lo preferivo com'era prima.
Anche a Pisa ho camminato nella neve, scesa copiosa il venerdì mattina a paralizzare mezza Italia. Ho sentito alla tv sindaci e presidenti fare a scaricabarile tra di loro e sulla Protezione civile, e quest'ultima scaricare a sua volta sui poveri diavoli che volevano tornare a casa.

Mi sono seduta in macchina di Gino, facendo attenzione all'orchidea stupenda che abbiamo portato alla Piera. Mi sono sentita chiamare di nuovo "amoooore" e dire "ma quanto è bello il mio amore, tutta bellina e dimagrita" in un abbraccio morbido. Ho pensato di non poter sopravvivere alla cena, quando ho visto che c'era uno stinco di maiale di 7 etti a testa, che non sono riuscita neppure ad assaggiare, tanto ero piena. Ho finalmente mangiato i cannelloni di Gino, fatti in mio onore.

Non ho salutato Marisa, non ho fatto in tempo. Ho di nuovo partecipato alla messa a san Frediano, riconoscendo vari volti e canti. Sono stata a Palazzo Blu a vedere Mirò con Ric, mi ha regalato una calamita. Ho fatto la staffetta tra Ric e Gipo, che invece mi ha regalato Persepolis, facendo di me una bimba felice.
Ho finalmente conosciuto Lucia, HDC e Priska, in una Lucca semideserta e sempre elegante e in una casa in cui si respira un po' di mondo tra libri e post-it, oltre alla semplicità dell'accoglienza. Ho imparato che a Pescia e solo lì si dice "ciàlo" per qualificare qualcosa di bello e ho riso un sacco.

Ho rivisto Laura, la mia ex insegnante di yoga, e ci ho parlato come se fosse una delle mie migliori amiche.
Ho notato che sul Ponte di Mezzo quest'anno non c'erano i nastri dorati, mentre le bancarelle alle Logge sono sempre le stesse. Ho notato che dopo 5 anni i lavori in piazza Emanuele sono quasi finiti, dev'essere proprio stato un lavorone, dé!
Ho bussato di nuovo alla porta di Charles, a cui ora dò del tu, che mi ha come al solito avvolta nella sua nuvola persistente di profumo.
Ho bevuto una tazza di acqua calda col limone in un appartamento di studenti, per cercare di calmarmi la tosse.

Ho visto un po' di facce nuove e non m'è dispiaciuto, constatato che anche a Pisa le cose cambiano, con lentezza ma cambiano.
Ho realizzato che anche se non sarà mai come prima, casomai dovessi ritornarci per stabilirmi, potrebbe essere un posto adatto a una formichina (pure se si rischia di diventare una formicona, per quanto ho magnato).

giovedì 25 novembre 2010

Choices

Sono a letto, quello che leggerete domattina viene direttamente dal mio Moleskine.
Non posso riaccendere il pc, ma devo scrivere, c'ho un tarlo e lo devo vivisezionare sulla carta per vederlo meglio. Dunque: la famosa supplenza di cui sotto. Ero già decisa a rifiutare, ma un esercito di grilli parlanti s'è messo in moto per dissuadermi. La ziiina me lo prospetta come un treno che potrebbe non passare più (tra un po' approveranno la lista salva-precari di Enterogelmini e per quelli di 3a fascia saranno volatili per diabetici, per dirla con un amico), mia madre ovviamente le dà ragione, Ale pure, sottolineando che cosi' troverei nuovo slancio per la tesi, amiche varie pure si sono pronunciate pro. I contro finora sono due: l'ing. Dippi', che vede le cose dalle vesti di un direttore di tesi, e Silvia, che dice che diventerebbe un delirio per la tesi. In mezzo, mia sorella: l'unica a metterla su un piano ragionato, quello delle scelte.
Delle persone di cui sopra, nessuno sembra essersi reso conto che il dono dell'ubiquità non ce l'ho ancora, faccio già una grossa fatica a stare in un posto e tornare ogni tanto in un altro, figuriamoci ad accettare una supplenza di 18 ore a Pisa da Parigi con furore.
Mi sento in ballo, entre deux chaises, come dicono i mangiaranocchie. Da un lato vorrei tornare a insegnare, e so che data la situazione attuale della situazione italiana, potrebbe davvero essere un treno che  non passa più. Dall'altro penso a tutto lo sbattimento che la cosa comporterebbe: chiedere l'autorizzazione al collegio docenti, ergo affrontare Ciclopi e Lestrigoni, notamment Aviopenia; voli continui tra Pisa e Parigi, senza godermi nessuna delle due; pochissimo tempo libero, che dovrei in realtà usare per la tesi. E a dirla tutta, pure fare a meno di Parigi: ecco, questo si' che è un treno che potrebbe non passare più.
Forse quello che mi manda in tilt è la presa di coscienza della mia pusillanimità: sento di mancare di coraggio, di subire il motore degli eventi. Di non riuscire ad essere primitiva, come bisogna esserlo nei momenti decisivi, a dare ragione a Hans Schnier, clown.

Era il 1 aprile 2001 quando ho messo piede per la prima volta in CMV. Quasi per beffa (ebbeh, senno' che 1 aprile era?), quel giorno si parlava di scelte. Io ero li', col mio maglioncino azzurro, e decidere di andarci era stata una scelta ardua: avevo deciso tipo alle 22h30 della sera prima, telefonando alla mia compagna di classe Simona per darle l'ok. Mi ricordo del cantinone, e di questo esempio per spiegare quanto "scelta" e "rinuncia" siano le due facce di una stessa medaglia: se ho bisogno di una penna e ne ho a disposizione 10, chiaro che dovro' rinunciare alle altre 9.
Se la matematica non è un'opinione, bell'osservazione del cass, direte voi. E c'avete ragione. Ma per quanto scontata, la storia delle penne è vera. Non si puo' fare o avere tutto, e quasi 10 anni dopo ancora non l'accetto, soprattutto quando vado a fare shopping (chiedete a chi mi accompagna).

Bene, vi diro' cosa faccio domani. Ora nanna. Prima pero' vi regalo una chicca della chat di oggi con Ale, mi perdonerete la volgarità (tanto è stata lei).

- Dai, accetta! Tanto lo scoglio grosso è la Senzaca**i, ma devi fregartene, perché tanto tu di ca**i ne troverai... ihihih.
- Mmmh, se continua con questo andazzo...
- Guarda che è un circolo vizioso! Se torni a fare qualcosa che ti fa stare bene, ne guadagni in fascino...


E se avesse ragione lei???

Ora, al di là di tutto (e questo è un pensiero estemporaneo): e se l'atto di coraggio sarebbe invece proprio rinunciare? E di rimando, avere la speranza che le cose in Italia potranno migliorare?

martedì 23 novembre 2010

La graduatoria

In ufficio, stamattina. Il cellulare italiano comincia a squillare, cosa abbastanza insolita, di solito è il bip dei messaggi. Con mia grande sorpresa, è uno 050.
- Buongiorno, la signorina formichina? La chiamo dall'Istituto Fascetti di Pisa, c'è la possibilità di una supplenza di inglese su una maternità a rischio fino alla fine dell'anno scolastico.
- E dovrei cominciare quando?
- Sarebbe da subito. Ci sono delle persone davanti a lei, ma ha buone probabilità di prendere la supplenza, sono 18 ore settimanali.
- Guardi, io sono all'estero, e non credo di poter accettare... Sarebbe complicato, in questo momento.
- Vabbè, io il telegramma glielo mando, poi se s presenta alla convocazione bene, altrimenti segnalero' che non ha accettato l'incarico e mi pare che dopo 2 segnalazioni si finisca in fondo alla graduatoria.

Ora: sono in graduatoria da un anno e mezzo, e questa è la prima telefonata che mi arriva. Me n'era arrivata una in giugno, ma avevo il cellulare spento, e quando ho richiamato, nessuno ne sapeva niente. E ora rischio pure la segnalazione...
Ok, io sono in altre faccende affaccendata e questa delle graduatorie era un modo per me di sentirmi in qualche modo ancorata a Pisa per un eventuale futuro più o meno prossimo. Ma mi chiedo: chi non è in altre faccende affaccendato e ha riposto tutti i sogni e tutte le speranze nella graduatoria, come campa?

lunedì 8 novembre 2010

Pause déjeuner

Quand'ero a Pisa la mia pausa pranzo era o a casa con le mie adorate coinquiline o a mensa con loro o coi miei amici, dipendeva dai giorni. In ogni caso, era un momento felice: mangiavo in un piatto, il cui contenuto era sempre alquanto soddisfacente, la compagnia ottima e i discorsi interessanti. E dopo c'era sempre il caffè, della moka o in un barrino a piazza Dante o alla Casa della Panna.

Da quando sono qui, il pranzo non sembra neanche più una pausa:  mangio in un tupperware cose preparate la sera prima perché la mensa è a rischio di intossicazione alimentare, i miei colleghi non fanno che parlare di lavoro e il caffè è quello delle cialde Lavazza. Inoltre, rischio sempre di incontrare il mio prof che mi chiede se la tesi avanza.

Oggi sono andata a cercarmi un angolino appartato dove pranzare in grazia di Dio, evitando accuratamente la cinese idiota e chiunque altro. Raté! Sono stata scovata da un tizio - mi pare si occupi di antenne - che ha cosi' bellamente distrutto i miei buoni propositi:
- Alors, ça va?
- Oui merci, et vous?
- ça va... et le temps? C'est comme ça à Naples aussi?
- Je ne sais pas, ça fait longtemps que je ne suis pas y allée.
- Ah. C'est vrai que novembre n'est pas la meilleure période pour être à Paris. C'est le mois avec le plus haut taux de suicides, je crois.
E in tutto questo, piove da quasi 72 ore continuate. Ma perché non ho chiesto una cotutela con la Martinica???

mercoledì 6 ottobre 2010

Un an

Formichina compie un anno nel formicaio: RER A, Champs-sur-Marne, 12ème arrondissement, ristorante giapponese, 2 No B-day, lezioni di cucina al mercato, péniche, prove del coro, 4 piani di scale, nostalgia di Pisa, amici di passaggio, amici ritrovati, pic-nic, pioggia, l'omnivocalico, velib', cartoline di Granada in bianco e nero, il furgone dei Landemaine e Ikea, un laboratorio di sfigati, una bella festa di compleanno, senso di precarietà, ribellione, qualche secchio di lacrime e di malessere, abbracci, domeniche mattina al mercato, diversi mojito.

E per festeggiare degnamente, una bella gomitata in faccia stamattina sull'RER.

lunedì 30 agosto 2010

Almeno 100 cose per cui valga la pena vivere

I girasoli, il caffè a letto, i tramonti, i baci, programmare un viaggio con tante tappe, i capelli soffici, il mojito, scrivere sulla sabbia, le fiabe, le feste di compleanno, ricevere una lettera, la Notte stellata di Van Gogh, l'odore della terra quando piove, Paperino, le coccinelle, la lavanda, l'ovetto kinder, i bambini, gli occhi verdi, le maglie a righe, i quaderni a righe, i calzini a righe, le foto di Doisneau, scrivere una lettera, andare in bicicletta per sbollire un'incazzatura, guardare le stelle, il venticello in spiaggia, avere il Moleskine e una penna al momento giusto, le Petit Prince, le canzoni di De André, il gelato al pistacchio, il rosso, parlare francese, l'estathé al limone, le melanzane, il profumo del sole sulla pelle, il rumore della pioggia di notte, le fragole, Shakespeare, fare la spesa al mercato, delirare con gli amici, pensare di potersi innamorare e sorriderne, piazza dei Miracoli, i pic-nic, stare al telefono, cantare, i gabbiani, il mare, Montmartre, "One" degli U2, farsi belli, andare a una manifestazione, gli sketches della Littizzetto, passare le ore in Feltrinelli, lasciare lo stipendio in Feltrinelli, le cartoline in bianco e nero, un viaggio in Andalusia, lo smalto sui piedi, la pelle abbronzata, il cinema all'aperto, il musée d'Orsay, il ristorante giapponese, i Peanuts, un incontro inatteso, gli agrumi, i delfini, sentirsi in pace col mondo, l'arcobaleno, gli aperitivi, gli orsetti di peluche, le spallette sul Lungarno, le fresie, "J'adore", i concerti, l'Inferno dantesco, imparare qualcosa di nuovo, la cecina del Montino, Assisi, svegliarsi con un messaggio dolcino, sentirsi utili, l'Ile St. Louis, Gibert jeune, la pizzica, fare i biscotti, la crema gianduja, stringersi forte, mia madre, i vestiti colorati, la mozzarella di bufala, un braccio intorno alle spalle quando fa fresco, 30 e lode a un esame, la festa della musica, la Luminaria di san Ranieri, dormire abbracciati, la Settimana enigmistica, fare l'amore, sentirsi salutare alla radio, gli orecchini, trovare le parole giuste per descrivere una sensazione, il mese di maggio.

martedì 22 giugno 2010

Fête de la musique

21 giugno, solstizio d'estate: quest'anno l'estate gioca a nascondino, ed è sempre più veloce di chi per un attimo s'illude di averla scovata e corre al muro per gridarlo forte.

Nel formicaio il solstizio d'estate si saluta da qualche anno con la festa della musica: per qualche ora, Parigi è la grande festa mobile di Hemingway. Ad ogni angolo, tutti i generi, di tutti i Paesi.

Quest'anno ho scelto un percorso alternativo al solito St. Michel / St. Germain / Ile de la Cité. Abbiamo cominciato a Pyrénées e concluso a Oberkamp. Niente Senna, niente zone "in". L'Est parigino, Pyrénées, Belleville, Couronnes. Il feudo di Pennac, insomma.

Prima tappa, non prevista: scendendo sulla rue de Belleville, sulla sinistra, una fanfare spagnola. Una mamma fa ballare la sua bimba. Una sudamericana, forse cilena, mi sorride, e poi abbraccia il suo uomo. Mi ricorda una festa di paese, ma in un posto lontano dove non sono mai stata.

Andiamo avanti, abbiamo appuntamento con gli altri a place Fréhel, dove campeggia l'enorme murales su Fantomas. Al Culture rapide c'è la Belleville Blues Band, il cantante mi ricorda un po' Pino Daniele, non per la voce, ma proprio per la testa. Il tempo di una birra, scendiamo ancora. Andiamo per una stradina che conosco già, ci ho cenato una sera d'inverno con Silvia, Alfonso e dei loro amici. Solo che ora il restau ha i tavolini fuori e i commensali si godono lo spettacolo di un'altra fanfare, francese stavolta. Ci fermiamo un po', balliamo. Sono bravi, bravissimi. Soprattutto la ragazza al tamburo.

Proseguiamo, boulevard de Belleville. Arriva musica da un locale, ci fermiamo ancora un po' a ballare sul marciapiedi. Il genere è del tutto diverso, disco ma anche ritmi latini, soprattutto. Sembra il porto di Napoli a Capodanno, lo spartitraffico per una mezz'ora diventa diventa la sua banchina.

Couronnes, percussioni brasiliane. Appena 300 metri, ma diresti di essere a Rio. Una quindicina di ragazzi e ragazze, magliette rosse con la scritta "Sambinho": qui c'è già più gente, sembra di essere in centro.

Più avanti, sempre su rue Jean-Pierre Timbaud, si vede del fumo. Una caterva di merguez, cotte o da cuocere ancora, come alla festa dell'Unità. Solo che al posto del porco emiliano c'è l'agnello speziato.

Passiamo oltre, ragazzi di colore e hip-hop. Poi Oberkampf, c'è decisamente più gente. La crêpe della buonanotte e ognuno per la sua strada.

Rientro in Velib' da Filles du Calvaire: rue Amelot, rue du Chemin vert, bd Beaumarchais. Di fronte a me l'obelisco di Bastille. Rue du Charenton, lunghissima e tranquilla, come faccio spesso. Ecco, questa invece è Pisa.