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lunedì 9 marzo 2015

Recalé!

Sabato mattina, secondo appello della sessione invernale di esami. Sono arrivata direttamente da Pisa la sera prima. Fa freddo, è umido e vuole piovere. Vorrei essere a casa mia, al calduccio, a fare colazione con P.A. E invece no. Vabbè. Speriamo almeno di ricevere qualche soddisfazione.

Primo anno. Arriva questo ragazzo che è un perfetto bimbominkia: capelli alla bimbominkia, maglietta con zip laterale alla bimbominkia, attillatissimo come un vero bimbominkia. E l'apparecchio ai denti.
Gli faccio qualche domanda, più o meno riesce a rispondere. Certo, mezza frase la dico io, ma poi riesce a continuare. Arriviamo a:

- Qu'est-ce que c'est la métonymie?
- La métonymie exprime un rapport de contiguïté.
- Je vous ai demandé ce que c'est, pas ce qu'elle exprime. Pourriez-vous me donner une définition de la métonymie?
- Euh…
- … Qu'est-ce que c'est la métonymie?
- …. (i suoi occhi esprimono il vuoto).
- (cambio lingua) Che cos'è la metonimia? Ha studiato letteratura italiana a scuola?
- Sì.
- Ha mai fatto un'analisi testuale?
- Sì.
- Bene. E cosa si cerca nei testi?
- …
- Le figure…
- Ah sì, le figure retoriche.
- Bene. Quindi, cos'è la metonimia?
- Una figura retorica.
- Oh! Bene. Et vous disiez, elle exprime…
- Un rapport de contiguïté. (fa esempio dal libro)
- Bien. Et qu'est-ce que c'est la synecdoque?
- … (di nuovo il vuoto).
- Che cos'è la sineddoche?
- Non lo so.
- Ma come non lo sa, di cosa stiamo parlando?
- Non lo so.

Passi che al primo anno il francese non lo parli bene. Passi che ti vesti e ti pettini come un bimbominkia. Passi pure che mezzo esame me lo faccio io perché vai in palla e ti sei dimenticato di svegliare il neurone. Ma tutte queste cose insieme no, proprio no. Con l'aggravante che è pure sabato. (E' il primo che boccio all'orale. La cosa è anche abbastanza desolante. Ma c'è un limite a tutto.)

venerdì 16 gennaio 2015

In questi giorni

Sono passati 8 giorni dal 7 gennaio e da ciò che è successo a Parigi. E siccome ho avuto modo di elaborare, di riflettere, di confrontarmi con tante persone su questa cosa, incazzandomi o meno, forse è arrivato il momento di mettere nero su bianco qualcosa, giusto per dare un senso a questo "travagghio" interiore.
Allora, dunque, quindi:
- in questi giorni mi sono sentita dire :"sì vabbè, sono stati uccisi, ma se la sono cercata. Perché scusa, se uno ti offende gratuitamente una persona a cui tieni, tu non reagisci?". E ho risposto: "Beh, innanzitutto, se reagisco, non lo prendo a colpi di kalashnikov."
- e allora poi: "sì, ma ci sono andati giù pesante. Perché si sono accaniti sapendo che poteva finire male? Avrebbero dovuto avere più rispetto." E di santa pazienza, ho spiegato che la satira è, per definizione, irrispettosa. E prende di mira il potere, sia esso temporale o religioso o di qualsiasi altra forma. E che quindi una satira "light", che non dia fastidio a nessuno, non può esistere. E se la satira non ci fosse, sarebbe un mondo grigio e tetro, senza Spinoza, senza Quink, senza Vauro, senza Il Vernacoliere, senza i fratelli Guzzanti and so on. Lo è anche con, figurati senza.
- poi ho letto un'assurda circolare dell'assessore all'istruzione della regione Veneto inviata ai presidi delle scuole. Circolare in cui si chiedeva di parlare dell'attentato di Parigi, siccome "questa cultura (quella musulmana, ndF) è irrispettosa della nostra cultura, come dimostrano i fatti di Parigi e anche la recente aggressione di un padre italiano da parte di un ragazzino tunisino di 14 anni". Forse neanche il FN ha strumentalizzato l'attentato come ha fatto la Lega, che ci ha vomitato addosso una serie di cazzate ancora più gravi del solito. Che hanno avuto molti likes, ça va sans dire.
- ho letto anche una lettera molto bella indirizzata al mondo musulmano scritta da un filosofo musulmano. Per chi capisce un po' il francese, è questa.
- ho visto un sacco di gente che prima era Charlie, poi ci ha ripensato e non lo era più, poi per non far dispiacere nessuno è arrivata al compromesso "non ho mai comprato Charlie, non sapevo manco che esistesse, ma mercoledì prossimo lo compro, ma non capisco comunque questo accanimento contro Maometto." (eh???)
- ho visto pure molti di quelli "avrebbero dovuto avere più rispetto" gioire alle dichiarazioni di papa Francesco, che mi sta tanto simpatico eh, ma avrebbe potuto cogliere l'occasione per riderci su, come hanno fatto i Gesuiti francesi. Non fosse altro per risparmiare a noi comuni mortali una sfilza di imbecilli tronfi che hanno diffuso via cavo messaggi come "papa Francesco la pensa come me!"
- e, ovviamente, ho toccato con mano l'incapacità di molti ad analizzare la realtà senza cadere nella tentazione del manicheismo, come se tutto dovesse essere differenziato in due bidoni, quello del bene e del male.
- ho parlato di ciò che è successo con i miei studenti, li ho invitati a informarsi leggendo i giornali francesi, ho fatto conoscere loro Internazionale. Mi sono sentita dire l'indomani: "professoressa, ho comprato quel giornale che ci ha fatto vedere lei… In effetti aveva ragione, le cose non stanno come vogliono farcele credere i giornalisti nostrani e credo proprio che lo prenderò di nuovo."

In questi giorni il confronto più costruttivo sulla laicità l'ho avuto con una mia amica, insegnante di religione cattolica. Abbiamo parlato dell'insegnamento della religione, della libertà di espressione, delle contraddizioni, delle campagne elettorali fatte sulla pelle di noi cattolici da gente che non ha capito niente del Cristianesimo, della longa manus di santa romana Chiesa che ci impedisce di crescere come Paese. Dopo la sua telefonata, mi sono commossa e le ho mandato un messaggio in cui la ringraziavo per avermi fatto sentire meno sola e le dicevo "ti voglio bene".

In questi giorni ho pensato alla mia Parigi e alla mia Francia, colpite al cuore, violentate, in un momento in cui io non c'ero. E le ho ringraziate, per ciò che hanno fatto di me in questi 10 anni: una persona più consapevole di tante cose, più attenta, che ha avuto modo di scambiare anche solo due chiacchiere con persone molto diverse per cultura, nazionalità e religione, ma senza che ciò mi facesse perdere la mia identità di napoletana, di italiana, di cattolica. Le ho pure un po' maledette, in verità. Perché in questi giorni mi sono mancate come non mai.

giovedì 24 luglio 2014

Sociologie du Bon Coin

Partiamo dal principio, ovvero dal tabletdimmerda. Sì, un regalo assolutamente non gradito ricevuto al mio 30esimo compleanno (quasi un anno e mezzo fa). Non gradito e per di più beffardo, visto che la Schwester era stata incaricata da una mia amica per indagare circa una mia preferenza. Amica che aveva tenuto a sottolineare l'importanza della sorpresa, come se di anni ne compissi 3 e non 30. Completamente ignara della faccenda, quando mi trovai il seguente sms: "Visto che sono un'ottima cliente, la Wind vorrebbe regalarmi una cosa a scelta fra uno smartphone, un tablet e un altro vattelappesca elettronico, cosa scelgo?" con mittente Schwester, risposi in fretta e furia (pensando a lei, che una specie di smartphone ce l'aveva già): "Non saprei, prenditi un tablet, magari."
E questo consiglio spassionato, buttato lì senza pensarci più di tanto, si è materializzato nelle mie mani la sera del mio 30esimo. Io, brava a recitare come Manuela Arcuri o come Corinna in Boris, devo aver detto: "sì, grazie, utilissimo", andando su tutte le furie l'indomani mattina, quando la Schwester mi confessa che il "regalo della Wind" è in realtà quell'obbrobrio vestito da tablet, destinato a me e non a lei. Ricordo di aver avuto una reazione assurda, ora se ci penso mi vergogno pure. Avevo chiamato la mia migliore amica, che non mi aveva tirato su il morale dicendomi che lei in realtà aveva proposto una borsa, che l'amica del tablet aveva bocciato in nome dell'utilità. Avevo poi chiamato anche il responsabile dell'acquisto, marito della terza amica, per sapere se si poteva cambiare con uno smartphone, visto che pochi giorni prima mi avevano regalato un Kobo (che, per la cronaca, è ancora imballato). Niente, i genii del regalo mi avevano rimosso la pellicola dal tabletdimmerda e quindi non si poteva fare niente.

Ricordo anche che questa storia l'avevo raccontata a P.A. la prima sera che uscivamo insieme, di ritorno dal concerto dei Negrita (regalo di P.A. per il mio 30esimo, poco prima che P.A. diventasse P.A., insomma). P.A. che mi ascoltava incuriosito e divertito, magari dicendosi: "e pensare che mi tocca pure insistere, per uscire con 'sta matta."

Tentativi di cambio falliti, misi il tabletdimmerda in valigia e  me lo portai a Parigi, usandolo anche di tanto in tanto. Senza non molte jastemme, visto che il tabletdimmerda, in quanto tabletdimmerda, appunto, è di pessima qualità: schermo tattile decisamente poco friendly, pagine che si aprono a loro piacimento, e si allargano, si spostano, si rimpiccioliscono come se vivessero di vita propria.
Il tabletdimmerda si riscattava un pochino quando andavo in fiera, mantenendomi in contatto con il mondo in una situazione di relativo isolamento. A modo suo, ma in quel contesto una piccola utilità la aveva. Ma sempre tabletdimmerda rimaneva.

E così, un anno e mezzo dopo, dotata ormai di smartphone e prossima a un immenso trasloco, ho deciso di liberarmi definitivamente del tabletdimmerda. Sono perciò entrata in un negozio di informatica nei dintorni di casa mia, attirata dalla scritta: "achat/vente pc, tablette, etc.". Ma le mie speranze sono crollate miseramente quando il negoziante, venuta a sapere la marca del tabletdimmerda, mi fa: "Mi spiace, ma io compro solo marche buone. Mediacom è un pezzotto, il materiale è scadente, non posso vendere una cosa che poi il cliente mi porta indietro." Ma bravo, e secondo te perché vorrei disfarmene?

Tout à coup, un'ideona: perché non provare a metterlo sul Bon Coin? Il sito francese equivalente di quello che, almeno a Napoli, è il Fieracittà, giornalino in cui trovi di tutto di più, molto amato da mio padre che, convinto di aver fatto gli affari del secolo, è tornato a casa una volta con un orribile letto a castello e un'altra volta con un frigorifero rosso. Frigorifero che, anche dopo la dichiarazione di decesso da parte di mummy e relativo stacco della spina, continuava a perdere acqua anche giorni dopo, al punto di meritarsi l'appellativo di "Frigo Rei".

Vabbè, torniamo al Bon Coin. In Francia c'è gente che passa giornate intere appostata sul Bon Coin, alla ricerca dell'affare del secolo. E a fare telefonate agli inserzionisti del Bon Coin, che dopo una decina di telefonate improbabili si chiedono "Ma chi mu fici fari a mmia?" Martedì mi decido, posto l'annuncio con ben due foto: una del tabletdimmerda, l'altra della scatola del tabletdimmerda, per non starne a specificare le specificità. E mercoledì, appena accendo il mio very smart smartphone color corallo, mi trovo un messaggio in segreteria, vari sms e tentativi di chiamata. D'altra parte, come poteva non attirare un fantastico tabletdimmerda senza-un-graffio a 25 euri?

Mi hanno chiamato da tutta l'Ile-de-France. E mi hanno chiamato soprattutto tanti Ahmed, Latifa, Rhamad. Gente che avrebbe pagato 17 euri di treno per venire a Parigi a comprare il mio tabletdimmerda. Dopo il bidone di un tizio che mi aveva dato appuntamento alle 12 (bidone che, se non avessi chiamato, non avrei mai scoperto), sono finalmente riuscita ad accordarmi con una signora per la sera. Accordo sudato, 250 telefonate per far capire alla signora come uscire dalla metro di Nation, fermo rifiuto a ogni tentativo di contrattazione (Non me lo può fare a 20? No, è nuovo, non ha un graffio), 15 minuti di attesa sotto il sole a Nation, trafelata, spazientita, col répondeur della tizia a ogni mio tentativo di chiamata e il 35% di batteria consumato.

Finalmente, riesce ad uscire dal metro. Si è fatta un'ora di treno (arriva da Poissy, dall'altra parte della regione) per venire a fare l'affare del secolo. Una figlia per mano, quella di sinistra deve fare pipì e le abbassa i pantaloni vicino all'albero. La descrizione dei vestiti corrisponde e allora: Madame, c'est vous pour la tablette? traduce una turbata agnizione. Piccolo momento di sconcerto: Ah, è così piccolo… pensavo fosse più grande. La guardo, come a dire: A signò, ma che ghivi truvann pe' 25 euro? E lei, in quel momento, deve effettuare un rapido calcolo mentale tra tempo, soldi del biglietto del treno e tutto il resto e mi porge la grana, dopo che ho tentato di mostrarle le varie funzionalità del tabletdimmerda senza-un-graffio mentre la figlia faceva pipì nascosta da sacchi di spazzatura vicino l'albero.
Prima di congedarsi, mi fa: Ah, se ha altro da vendere, telefoni, ecc. mi chiami direttamente, non metta l'annuncio su Le Bon Coin, ché io sono interessata. Senz'altro, non si preoccupi. Sarò felicissima di fare un'altra sudata come questa per 25 euri. E meno male che ho un forfait di telefonate illimitate, altrimenti ci avrei pure rimesso.

mercoledì 22 gennaio 2014

Scoperte di un mercoledì pomeriggio

Una volta un amico mi ha detto che il picchio della demotivazione lavorativa settimanale si raggiunge di mercoledì pomeriggio. Mi sa che ha ragione, il mercoledì di solito scopro sempre qualcosa di interessante, che ovviamente ha nulla o poco a vedere col lavoro che sto facendo in quel momento (linguista-terminologa, prof o babysitter).
Le scoperte di oggi:
- Rouge Dior costa 8 000 euro al kg. Il curatore del sito dev'essere un amico di mio padre (ho un'amica ancora sconvolta dopo averlo visto calcolare a mente il prezzo del profumo al litro).
- il pompelmo sminuisce l'effetto della pillola, anche se non c'è scritto da nessuna parte. Voi potete scoprirlo o seguendo una lezione di farmacologia o chattando su google talk con un'amica medico ;
- i due Cinesi del mio ufficio che pranzano sempre insieme non sono marito e moglie, lei è sposata con un Francese;
- la figue, in francese, non è soltanto il frutto del fico, ma anche l'equivalente italiano con articolo femminile.  E lo scopro solo oggi, dopo 6 anni e 200 e passa pagine scritte sull'argot.
- sempre 6 anni e 200 e passa pagine sull'argot dopo, scopro che il compagno della figue non è solo l'asperge (l'asparago, femminile in francese), ma anche l'onnipresente poireau (il porro).

E queste due ultime scoperte me le rivendo fresche fresche agli studenti del quinto anno, a cui faccio un modulo sull'argot: se a qualche parte mi sono meritata il titolo di "regina del cazzeggio sostenibile" un motivo c'è, in effetti. Viva il mercoledì pomeriggio!

sabato 11 gennaio 2014

IN STAMPATELLO

Qualche sera fa mi hanno raccontato un aneddoto parecchio succulento, che merita di essere diffuso.
Si era allegramente in un ristorante antillese a festeggiare la prossima partenza, quando arriva "la sposa", cioè la prossima (e anche la prima!) ragazza del nostro gruppo a fare il grande passo. La poveretta aggiunge lo stress da matrimonio a un lavoro già stressante di suo, l'educatrice all'asilo. Ha perciò una faccia talmente sconvolta che io le chiedo: "ma sei contenta di sposarti???" Mi risponde di sì e mi chiede se conosco un posto dove possano farle manicure e pedicure senza prendere un rene in cambio. "Ma hai le scarpe aperte?", chiede l'Abruzzese. "No, però meglio farla...", fa lei, "...perché non succede niente - dico io - ma se dovesse succedere qualcosa, mica si può presentare coi piedi non fatti?"
"Succederà sicuramente qualcosa, succederà di tutto quel giorno", fa la sposa.
"Sì, ma non te la chiamare però, cosa vuoi che succeda?"
"Cos'altro deve succedere? Non te l'ho raccontata la storia delle fedi??"
"No, dimmi, sono curiosa."
"Beh, sono andata con la Dido a ritirare le fedi, la commessa nel sacchettino al posto dell'anello ha trovato un bigliettino e non sapeva come cominciare..."
"???", dice la mia faccia ribattezzata da Bionda "addò-è-caruta-a-bomba", la faccia dell'incredulità, insomma.
"Allora, noi avevamo chiesto che in ogni anello ci fossero i nostri nomi e la data del matrimonio, in lettres bateau (stampatello, ndF). Mi dà l'anello di lui, è tutto a posto. Nel mio, quel genio dell'incisore ha scritto il suo nome, il mio nome, la data del matrimonio e... EN LETTRES BATEAU!!!"
"Non ci credo, ha inciso en lettres bateau? Certo che bisogna proprio essere scemi! E soprattutto, dove l'ha trovato lo spazio per scrivere tutte 'ste cose all'interno di una fede?!"
"Infatti a un certo punto si è reso conto che non ce la faceva e ha scritto en lettres b."
"Ahahahahahahahhaha oddiooooo, ma è un orafo Carasau? Sono sicura che quando lo racconterò a P.A. mi dirà la stessa cosa, roba da non crederci! Ma ti hanno fatto uno sconto almeno, quando tutta 'sta tarantella è finita?"
"Sì, un gesto commerciale - udite udite - del 5% sul prossimo acquisto..."
"No vabbè, ci rinuncio."

Una volta tornata a casa, ho telefonato a P.A. e gli ho prontamente raccontato l'aneddoto, adeguandolo all'italiano.
"Capisci, amore? E' come se questo avesse inciso sulla fede nome dello sposo, nome della sposa, data e poi IN STAMP."
"Noooo, ma che assurdità! Senti, ma che tu sappia, c'è mica un orafo nella famiglia Carasau?"

"Le cose che abbiamo in comune sono quattromilaottocentocinquanta" (cit.). Stronzaggine inclusa, quando serve.


giovedì 28 novembre 2013

Felicità, gratitudine o quello che vi pare

Non so se all'epoca (un anno fa) vi dissi che sarei andata a fare un ritiro intensivo di studio in una specie di convento nella valle del Rodano. La situazione tesi era disperata, avevo più che mai bisogno di staccare da Parigi, da internet e da tutto cio' che poteva distrarmi e mettermi a lavorare disperatamente. Ovviamente non portai a termine il programma stabilito, ma quella settimana fuori dal resto del mondo mi fece capire che la situazione era davvero disperata e che dovevo assolutamente fare qualcosa. La notte del venerdi', l'ultima in quell'oasi di pace, non riuscii a dormire dall'ansia: invece delle pizze e dei piatti di pasta che mi sfilano davanti agli occhi quando ho fame, quella notte mi sfilavano davanti i capitoli ancora da scrivere e, ancora peggio, il lavoro ancora da fare. Un macigno mi gravava sul petto e scrissi 2 sms-sos: uno alla Schwester, un altro a Silvia. Le loro risposte, arrivate poco dopo, non riuscirono a calmarmi, ma quantomeno mi fecero capire che non dovevo mollare, che dovevo assolutamente mettercela tutta. Fu la stessa cosa che mi disse la Dido due giorni dopo, prendendomi tra le sue braccia da uccellino, mentre io scoppiavo a piangere senza ritegno nella vecchia chiesa. E fu quello che mi disse anche l'ing. Dippi', di passaggio in uno dei suoi weeek-end parigini da Grenoble.

La settimana scorsa mi sono ricordata di quella settimana di isolamento, necessaria per raccogliere me stessa e tutte le mie forze per provare un'impresa impossibile. Mi sono ricordata dell'ansia di quella notte, del senso di oppressione e della corsa contro il tempo. Mi sono ricordata di quel periodo tremendo passato a scrivere scrivere e ancora scrivere cose di cui non me ne fregava assolutamente niente. Della vigilia di Natale e di Capodanno passate davanti a uno schermo come un automa. Di quella telefonata del 31 dicembre da parte di quello che ora è il mio uomo, che tentava di riavvicinarsi giocandosi la carta dell'amico che ti incoraggia e che ti dice che ce la farai.

Un anno dopo, mi guardo allo specchio e mi dico che i capelli più lunghi mi stanno proprio bene, che continuero' a farli crescere, al massimo li spunto un pochino. Faccio questa considerazione raccogliendoli sulla nuca con un elastico, le punte - ormai biondissime - a fare contrasto col castano chiaro della radice. Non sono a casa mia, ma nel B&B dove alloggio di solito a Ragusa. E' giovedi' sera, è stata la mia prima settimana di lezioni all'università dall'altra parte della cattedra. Faro' ancora due ore domattina e poi corro a Catania a spiccare il volo per Parigi. Penso ai miei studenti, alle loro "è" anche quando c'è un accento acuto, alle loro domande, alla loro timidezza. Mi vengono in mente i capelli viola della signora della copisteria e sorrido. Mi sento invasa dalla bellezza di Ibla, chiara e spettrale, dallo sguardo curioso della sua gente, che ti ha già guardato dentro senza chiederti il permesso. Sorrido al pensiero dell'uomo meraviglioso che ho al mio fianco e che tra una settimana finalmente riabbraccero'.
Penso a questa canzone, la ascolto e comincio a piangere, di felicità, gratitudine o di quello che vi pare. Ecco, stasera, dopo tanto tempo, sono una persona felice.

martedì 29 ottobre 2013

Tutto è bene quel che finisce bene

E così, ieri mattina, sotto l'infuriare della tempesta Christian (che spero risparmierà la mia bellissima piantina di pomodori), sono partita col mio trolley e anche un po' di timore verso l'aeroporto.
Intanto cominciavo a prospettare un piano B se mi avessero lasciata a piedi: sarei dovuta andare a dormire dalla Dido, visto che per questa settimana ho subaffittato la mia stanza, mi sarei anticipata qualche giorno di lavoro di novembre, avrei finalmente fatto la conoscenza di questa simpatica istituzione che è il consolato italiano di Parigi.
Mi sono presentata al tizio dell'imbarco con un "Bonjour monsieur, je suis le cas spécial d'aujourd'hui". Lui mi ha guardata un po' sgomento, non capendo molto quello che stava succedendo. La sua collega l'ha aiutato a cercare la nota vicino alla mia prenotazione, ma proprio questa genia stava rischiando di far saltare tutto e lasciarmi a terra. Poi però è intervenuta un'altra tipa ancora, che mi ha dato il via libera.
Il volo è stato tranquillo, a parte qualche balletto dovuto a Christian e una bimba un po' peperina che aveva come unico problema una mamma scema, e due ore dopo ero a Napoli, con 10 gradi in più e il mio adorato P.A. ad aspettarmi. Mi ha riportata a casa da mammà, pronta ad accogliermi coi paccheri (la pasta, non gli schiaffi) ripieni e i pomodori secchi fatti da lei.
Insomma, il mio angelo custode sembra essere tornato dalle ferie. E spero mi dia una mano per affrontare l'impiegato dell'ufficio comunale - personaggio che meriterebbe un post a sé - quando andrò a rifare la carta d'identità.

mercoledì 29 maggio 2013

A l'hôpital quand même

Una parte dei miei amici era al corrente della sorpresa di cui sotto. Una di loro, in verità, ha anche rischiato di mandarmi a monte i piani dichiarando in presenza di P.A. : "vabbè, lo so che tu non ci sei il prossimo week-end." Dopo la sorpresa ho raccontato a suo marito - uomo di una simpatia rara per essere francese - l'esito della cosa.

- Allora, com'è andato il week-end?
- Benissimo, sorpresa riuscita perfettamente!
- Ma non gli avevi detto proprio niente? Neanche la sera prima?
- Eh no, se no che sorpresa sarebbe stata? Meno male che non è cardiopatico, altrimenti il compleanno l'avremmo passato all'ospedale!
- Ma come hai fatto? Sei andata a casa sua?
- Si', sono andata da lui.
- E se lo trovavi con l'amante?
- Impossibile. Lui è mio!
- Avreste passato lo stesso il compleanno all'ospedale!
- No, no. L'avrei finito sul posto*.
- Mia moglie ti manda a dire che sei anche più violenta di lei.

Embè, vi ho mai detto di essere per la non-violenza???

*Tentativo maldestro di tradurre : Je l'aurais achevé sur place.

giovedì 24 gennaio 2013

Accident grave de voyageur

Sono per natura contro la politically correctness. A me le cose piace chiamarle col loro nome, senza giri di parole. La formula accident grave de voyageur è una simpatica formuletta paracula che l'RATP usa per informare i poveracci che ogni giorno devono prendere i trasporti che qualcuno ha deciso di farla finita buttandosi sotto a un treno e percio' la linea è bloccata.
9.02, Daumesnil. "Accident grave de voyageur à Vincennes, RER A interrompu entre Nation et Val de Fontenay. Service bus de remplacement à Château de Vincennes.", campeggia sullo schermo d'informazioni. Sbuffo e penso "merde!", mentre mi avvio a Nation per prendere la 1.
9.25. Arrivo a Château de Vincennes. E' il delirio totale: decine e decine di pendolari che vagano come schegge impazzite alla ricerca dello sfigatissimo bus che li porterà nel bled pourri dove lavorano. Esito, cerco i bus, ma non ho voglia di fare la sardina. E nella migliore delle ipotesi riuscirei a salire forse sul terzo che passerà (se e quando passerà). Penso che potrei telefonare all'unica persona automunita e in zona, anche se mi sono ripromessa di non cercarla. In preda alla disperazione, lo faccio lo stesso. Non risponde né mi richiama e penso "accidenti a me, sono venuta meno ai miei buoni propositi e sto comunque bloccata qua, cornuta e mazziata!"
Mi ricordo improvvisamente che da Créteil c'è un servizio bus che porta direttamente a Champs-sur-Marne, ridente cittadina fantasma in mezzo al nulla dove sorge il mio lab. Faccio il tentativo, telefono alla mia amica Marie per sapere se ne sa qualcosa. Effettivamente si', ne sa qualcosa e mi consiglia di prendere un vélib e arrivare a Charenton per non dover stare a tornare su a Parigi centro per recuperare la 8.
9.58, Château de Vincennes. Trovo una stazione vélib e mi avvio, un po' imprecando contro colui che ha deciso di farla finita proprio stamattina un po' ringraziando il Cielo che almeno non nevica più e le strade sono sgombere. Arrivo a porte Dorée (cioè praticamente a 10 minuti a piedi da casa mia) un quarto d'ora dopo, ripongo il vélib e prendo la 8.
10.37, Créteil. Cerco il famoso bus. Ne passa uno all'ora, il prossimo è alle 11. Aspetto al freddo e al gelo sulla banchina, continuando a imprecare contro l'RATP e il poveraccio, che pur essendo poveraccio stamattina ha rotto i coglioni a un bel po' di gente.
11.02, il bus parte. Un quarto d'ora dopo sono a Champs.
Risultato: mezza giornata di lavoro persa, a una settimana dalla consegna.
Ma questi che scelgono l'RER per farla finita non lo sanno che non potranno trovare pace manco nell'aldilà con tutte le jastemme che riceveranno des autres voyageurs e che li raggiungeranno pure se saranno diventati polvere???
Tra i criteri di valutazione di una tesi dovrebbe pure esserci una voce "difficoltà logistiche". Da Paris-Est uscirebbero tutti con mention "très honorable".

(Salvate il soldato formichina, episodio 2043.)

giovedì 13 dicembre 2012

Et pourtant...


"Sans un remords, sans un regret je partirai
Droit devant moi sans espoir de retour
Loin des yeux loin du cœur j'oublierai pour toujours
Et ton corps et tes bras
Et ta voix
Mon amour
....
J'arracherai sans une larme, sans un cri
Les liens secrets qui déchirent ma peau
Me libérant de toi pour trouver le repos
Et pourtant, et pourtant
Je marcherai vers d'autres cieux, d'autres pays
En oubliant ta cruelle froideur
Les mains pleines d'amour j'offrirai au bonheur
Et les jour et les nuits
Et la vie
De mon cœur"

Et pourtant, pourtant je n'aime que toi... 

mercoledì 28 novembre 2012

Il traducente perfetto, ovvero Appunti di didattica per il futuro

BnF, con un amico alla macchinetta del caffè:

- Ma pure tu sei in cotutela?
- No, la mia è più una codirezione.
- Ah, con quale università?
- Con l'ENS*.
- Quand même!
- Perché dici comunque?
- Eh? Non ho detto comunque... 
- Ma sì, hai detto quand même...Non vuol dire comunque?
- Sì, quando lo usi all'interno della frase. Puoi usarlo però anche come esclamazione, del tipo: "però!"...
- Cioè, mi stai dicendo che posso usarlo anche per dire "mecojoni!"?
- Esatto, proprio così. 

Se casomai un giorno dovessi trovarmi a insegnare francese in una scuola o un'università romana, avrò un problema in meno. 

*ENS: École Normale Supérieure

giovedì 18 ottobre 2012

La fleuriste

L'Abruzzese oggi festeggia 10 anni a Parigi. Allora ho pensato che potevo comprarle un fiorellino in quel negozietto tanto carino che c'è in rue de Wattignies, dove non ho mai avuto il coraggio (e la necessità, a dirla tutta) di entrare... Perché Truffaut è cosi' vicino alla BnF, c'è tutta quella scelta... ed è cosi' tristemente impersonale, coi commessi che stanno là per la sola ragione che non hanno trovato di meglio e di piante e fiori ne capiscono poco e niente, chiedete a lui se non ci credete.

Dentro c'è una signora tra i 40  e i 50, che trova subito quello che fa al caso mio, un giglio magnifico e profumatissimo.

- Dites donc, quels sont vos horaires? Vous êtes ouverte jusqu'à quelle heure le soir?
- Je ferme à 20h30, sauf le dimanche, je ferme à 14h.
- (sbarro gli occhi ) Vous êtes ouverte tous les jours du lundi au dimanche???
- Et ben oui. 

Mi viene l'istinto di guardarle le mani, alla ricerca di un segno che parli di una vita a due. Ma l'unico ornamento delle sue mani sono le striature verdastre ai polpastrelli.

Me la faccio amica dicendole che ho il nome di un fiore ("Quelle chance!") e andando a procurarmi dei biglietti di taglia più piccola dal ristorante cinese più in là, perché non ha da farmi il resto a un biglietto da 20.
Al mio ritorno mi fa trovare il giglio impacchettato come se fosse stato un bouquet serio, mi ha messo pure una coccinella per ringraziarmi.
E poi guarda di nuovo estasiata il giglio e si lascia scappare:
- Qu'est-ce que c'est beau les fleurs, il n'y a rien de plus parfait!

Dev'essere difficile riuscire a innamorarsi, immersi in tutta quella bellezza.

mercoledì 11 luglio 2012

Oui, ses sa


Recentemente ho avuto uno scambio di opinioni con una  collega che sosteneva l'inutilità dell'insegnare la grammatica. Come forse potrete immaginare, non sono assolutamente d'accordo: la grammatica va insegnata, non si puo' lasciare che venga appresa per intuizione. Certo, non si puo' pensare di inculcarla in modo tradizionale (cioè, aprendo il manuale e dicendo: questa è la regola, imparatela) ma va fatto, in modo indiretto e simpatico, ma va fatto. E' studiando la grammatica che un bambino italiano capisce quando deve scrivere "ho" oppure "o", "ce ne" o "ce n'è". Cosi' come è solo studiando la grammatica che un bambino francese capisce la differenza tra "ces" (questi/queste), "ses" (suoi/sue) e "c'est" (è).
La signora della boulangerie verde sull'avenue Daumesnil ha scritto: "La vostra panetteria chiuderà è la porta dal 2 al 16 luglio incluso" e non potevo non immortalare questa perla e regalarla a voi, cari lettori. Poi lo sapete che la formichina ha la sindrome della maestrina dalla penna rossa e si diverte a bacchettare chi maltratta l'ortografia in una perenne gara di sputtanamento a premi.

E se la boulangerie verde non facesse i croissants au beurre più buoni di tutto il 12ème arrondissement, potrei pure decidere di boicottarla per sevizie sulla lingua francese.

lunedì 28 maggio 2012

L'emmerdeur en herbe

Finalmente arrivo' pure per noi, dopo mesi di pioggia e gelo, la domenica del primo pic-nic. In uno dei miei parchi preferiti, il Montsouris. Teli colorati stesi uno accanto all'altro, ad ospitare cibo, bibite e una ventina di persone. La chitarra e i chitarristi, chi canta e chi sta a guardare, mentre le oche abbandonano il laghetto per venire a farsi un giro sul prato. La sindrome dello straniero frustrato, che coglie un po' tutti, e che spinge a rincorrrere il sole che si sposta per non perderne neanche un raggio. E quella inversa, che coglie invece chi il sole proprio non lo sopporta e fa a cambio con quelli di prima.

La chitarra, si sa, attira sempre spettatori. I nostri sono 3 bambini, un maschietto e due femminucce. Lui, un metro e uno sputo, è il più piccolo dei tre e il più sfacciato. Ha calzoncini scuri e una maglietta arancione, un paio di occhialetti rotondi da saputello. Le bimbe sono timide, ci guardano con le braccia dietro la schiena, senza dire nulla. Lui, il piccolo quattrocchi, si avvicina prepotentemente al musicista e gli dà piccoli colpi sulla schiena e sullo strumento, gridando con tutta la voce che ha in corpo, a sovrastare le nostre: Plus fort! Plus fort!Alternato a una valanga di Boudin!!!

Approfitta di un momento di pausa per esprimere tutto il suo disappunto: Ce n'était pas bien du tout!! 
Forse un suo coetaneo italiano sarebbe prima rimasto a bocca aperta, poi avrebbe sorriso e cominciato a battere le mani. Lui invece no. E da grande, molto probabilmente, farà il PDG, il funzionario dell'Assurance Maladie o il direttore di tesi. La stoffa dell'emmerdeur ce l'ha tutta...

martedì 8 novembre 2011

Un petit mot pour toi

salaudconnardgrosseorduresous-espècedebranleuravortégrandcongranderifiutoorganicomezzasegasenzacoglionirattusofigl'e'ntrocchiaminableominicchioquaquaraquàtunevauxmêmepasle10centimesderéponseàtontextodégueulassecontinuedoncàtetapercettesalopejenetediraipasquet'esunemerdecarlamerdeaumoinsseràféconderlaterrejedirais plutôtquet'esunegrandeorduretoxiqueàl'instardesdéchetsnucléairestusi'nustrunzejamuri'spantecanncomm'all'ultemede'strunzjetemettraisuneclaqueunpainsijen'avaispaspeurdemesaliravecunegrosseordurecommetoitoiquin'amêmepas hontedemedirequemonamitiéestimportantepourtoisenonsaidovestadicasailrispettopourunefoisquej'avaisdécidédemelaisseraller etdefaireconfianceàquelqu'unmaistum'aprispourqui?pouruneconnet'aspiétinémessentimentsmonintelligencemonamitiémoncoeurettuneméritesrien
jetediraimêmeplus"bonjour"continuaascopartilatuatroiaedimenticatidimedégagedemavieetdemavue!

Voilà, je me sens mieux. In questo momento ho tanta di quella rabbia in corpo che se la trasformassi in energia, potrei illuminare la Tour Eiffel e tutto il 12ème arrondissement.

domenica 6 novembre 2011

Ecco chi era!

Sono ormai 3 settimane 3 che ogni mattina io e la mia coloc veniamo svegliate verso le 7 (domenica compresa) da qualcuno impaziente di sapere cosa sia successo nel mondo durante la notte e ansioso di trasmettere questa conoscenza a tutto il palazzo. Sono quindi 3 settimane 3 che ci svegliamo non col canto degli uccellini o con la macchina puliscistrade ma con un tele/radiogiornale sparato a tutto volume (à fond, si direbbe da queste parti, ma à fond la caisse, eh, mica à fond e basta).
E stamattina, domenica, stessa identica storia. La formichina, che ieri sera è stata a una festa di pacsage homo molto molto carina innaffiata da un'ottima soupe de champagne, alle 7 aveva alle spalle appena 4 ore di sonno. E ha deciso che quello era il momento di salire dal vicino del 5° che è tanto carino e simpatico ma un po' silenziofobico. E in versione "tanto-non-ti-spoglierebbe-nessuno", col pigiamino di Snoopy, la felpa di pile antistupro, gli occhiali e una mezza gueule de bois si è arrampicata per gli scalini verso il 5° piano. Ma grande fu la sorpresa, hélas!, di non sentire provenire rumore alcuno dalla porta del vicino silenziofobico. Onde evitare figuracce, la formichina è tornata in casa con le antennine tra le zampe e stava per rimettersi a letto, dove il tele/radiogiornale continuava a sentirsi una bellezza. Allora è uscita di nuovo sul pianerottolo, orologio alla mano, a cercare la fonte del rumore. Scende uno scalino, ne scende due... e si accorge che il tele/radiogiornale ha una diffusione privilegiata tra il terzo e il quarto piano.
Drin.
Niente.
Dri-i-i-in.
Spunta la faccia di quello del terzo piano, in maglietta della salute e negli occhi la domanda: "e tu chevvoi?"
E la formichina fa notare al vicino che è domenica mattina e non sono ancora le 7.30 e che sono 3 settimane 3 che ogni mattina le sue info ci fanno da sveglia almeno un'ora prima della sveglia  (e povera la coloc della formichina, che di sera lavora e si corica sempre tardi).

Fosse un vecchio insonne capirei pure, ma un ragazzo tra i 30 e i 35  la domenica mattina alle 7 non ha niente di meglio da fare che sentire guai e propinarli al palazzo???

(mi impegno solennemente a fare un post più carino, che esuli dalle mie rogne coi mangiaranocchie. ve lo prometto sul quarto ascolto consecutivo di "Tutto l'universo obbedisce all'amore", sisisi.)

lunedì 25 luglio 2011

Ho deciso: resto qui

Eh si', alla fine ho deciso: resto qui, nel formicaio.
Non riesco a vedermi in nessun altro posto al momento, la mia vita è qui. Pure se è il 24 luglio e nell'ultima settimana un raggio di sole l'ho visto solo oggi. Pure se l'altra sera ho rischiato di accoltellare due mangiaranocchie qualunquisti che si son messi a fare battutine sui rifiuti di Napoli. 
Ho davanti a me ancora molti giovedi' alla péniche, i canti da annunciare la domenica sera, i miei 4 piani di scale da salire come se stessi scalando l'Everest, magari con la spesa del mercato. Ho ancora l'RER (pure se di quello ne farei a meno), 9 mesi di abbonamento Velib', altrettanti di BnF. Ho ancora da passare sabati sera in ristoranti africani in cui la specialità è "l'attesa al bissap", da affacciarmi alla finestra della cucina e guardare il cortile e spiare i ragazzi sulla terrazza.Ho ancora da camminare nella neve e scambiare battute col mio macellaio. Da rientrare il venerdi' sera all'ora in cui quelli della brasserie all'angolo mettono i tavolini a posto, da ascoltare il silenzio e da percorrermi la strada deserta  fino a casa con l'ipod nelle orecchie e cantare e ballare come se il mondo fosse soltanto mio.
Ho tante persone da conoscere meglio e altre nuove che arriveranno da conoscere. E magari mi trovo pure un francesino che mi corregga il francese e mi gommi un po' l'accento, che sarà pure charmant, a detta loro, ma a me non piace.
E poi vi devo confessare una cosa: proiettandomi in un posto altro, avevo già cominciato a pensare di modificare la colonna qui a destra "quando ho aperto questo blog, vivevo a Parigi, da me ribattezzata il formicaio". Nun se po' senti'.Vero?!

venerdì 24 giugno 2011

Le dernier jeudi

...et puis, comme dans toutes les choses, il est temps de terminer, de partir, de dire au revoir.
La coque doit être refaite, la péniche s'acheminera au Havre lundi matin, à cheval des petites vagues de la Seine.
Elle reviendra à la mi-août. Peut-être ne serai-je plus là. Eux, ils ne seront plus là, çà, c'est sûr.
Beaucoup d'entre eux sont déjà partis, les autres vont le faire au plus tard lundi matin. Il y en a qui sont fâchés, ils ont bien raison de l'être. Ce n'est pas juste de les foutre à la porte, mais on ne peut pas faire autrement.
Ils me manquent déjà,avec leur rage, leur gentillesse, la désillusion dans les yeux, ou une petite lumière d'espoir. J'ai été traitée de princesse pour les quelques sourires que je leur ai offerts durant cette année. En échange de quelques heures par semaine, j'ai accumulé un trésor inestimable, fait de confidences, rigolades, jeux, conseils.
Je me demande ce qu'ils vont devenir, et mon cœur se serre un petit peu plus. J'ai même craqué devant eux, comme une grosse nulle.
Celle-ci est pour eux tous, et un petit peu pour moi aussi:

 

Hope there's someone
Who'll take care of me
When I die, will I go

Hope there's someone
Who'll set my heart free
Nice to hold when I'm tired

There's a ghost on the horizon
When I go to bed
How can I fall asleep at night
How will I rest my head

Oh I'm scared of the middle place
Between light and nowhere
I don't want to be the one
Left in there, left in there

There's a man on the horizon
Wish that I'd go to bed
If I fall to his feet tonight
Will allow rest my head

So here's hoping I will not drown
Or paralyze in light
And godsend I don't want to go
To the seal's watershed

Hope there's someone
Who'll take care of me
When I die, Will I go

Hope there's someone
Who'll set my heart free
Nice to hold when I'm tired 

sabato 30 aprile 2011

Io non mi sposo (almeno per ora)

Non so se c'è stata un'epidemia o se i preti potranno celebrare matrimoni fino al 2012, ma sembra che tutti debbano sposarsi tra quest'anno e il prossimo (persino l'uomo che credevamo insaisissable, il nostro Da-miii-aaaano, che va a sposarsi a Las Vegas). Senza contare tutti quelli che sono convolati a nozze l'anno scorso, almeno tra amici e conoscenti. E tutti mi guardano come se fossi un po' un animale strano, che alla mia veneranda età (28 anni, eh) non ho né l'idea di dove voler stare, né di cosa fare, né uno straccio di fidanzato o amico speciale che potrebbe candidarsi per l'altare. E quindi io non mi sposo, almeno non quest'anno e neppure l'anno prossimo (molto probabilmente manco nel 2013, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).
Non mi sposo perché non ho passato buona parte della mia vita a sognare di farlo, a pensare a cosa manca nel corredo (già la parola è brutta), al vestito, ai testimoni e alle tende e alle piastrelle che mettero' a casa mia.


Non mi sposo non solo perché non ho il candidato, ma perché in questi ultimi anni ho avuto altre priorità, per esempio imparare a camminare con le mie gambe in un Paese straniero, in cui non conoscevo nessuno; accompagnare 50 ragazzini scalmanati in gita a Napoli; sentirmi dire che ho  un joli accent; festeggiare il 14 luglio, la fête de la Musique e san Ranieri; riempire valigie e scatoloni e svuotarli una volta arrivata a destinazione, per poi ricominciare a riempirli e svuotarli; andare in Bretagna in macchina e dormire in campeggio; guardare il mio Paese da lontano; valutare il bidet come una delle più grandi invenzioni progressiste; capire quanto è importante la mia famiglia; imparare un sacco di gros mots; capire meglio il significato della parola straniero; conoscere gente da dovunque e farmi raccontare cosa significa vivere in Palestina o in Cina; amare Parigi, odiare Parigi, tornare a Parigi per amore di Parigi e chiedermi se un giorno riuciro' a vivere lontano da Parigi senza rimpianti; scoprire e innamorarmi della cucina orientale; conoscere delle persone eccezionali; aiutare dei cuccioli di mangiaranocchie a fare i compiti; prendere aerei e treni, poi solo treni, poi di nuovo aerei e di nuovo aerei e treni; imparare a bere vino; contare i giorni che mancano per tornare a casa; desiderare di essere a casa per il PomiglianoJazz; scrivere lettere e mail; scoppiare in lacrime davanti a un flic mentre cerco di denunciare una vecchia scroccona; collezionare regali e biglietti d'auguri; andare di nuovo in bicicletta; caricarmi lo zaino in spalla e camminare da sola alle 5 terre; fare tante foto; visitare la casa di Monet; andare a lezione in Sorbona; sdraiarmi a piazza dei Miracoli; cambiare 13 coinquilini; sentire un posto come casa ma capire che nessun posto potrà mai essere casa se non casa soltanto. Ah, e nel frattempo ho fatto pure un po' di casting (sempre per il candidato all'altare), raccogliendo materiale per tutta una saga sul blog (cose che voi umani...).


Tanto,  finché questo rimbambito di formichino azzurro non trova la strada, hai voglia di fare!!!

lunedì 14 marzo 2011

Il salone della simpatia

L'amico filologo mi ha portata ieri al Salon de la mer et de la vigne. Arrivati sul campo, abbiamo constatato che di mer ce n'era poco, a parte scatole di sardine improbabili (tipo al prosciutto affumicato), ostriche (che fanno schifo a entrambi) e rillettes di capesante, col 62% di capesante e il rimanente 38% di non si sa bene cosa. Di vigne invece ce n'era abbastanza. Tutto il resto, era molto poco mer e molto poco vigne: salumi, formaggi, dolci e fregature in varie salse.

Ma il Salon de la mer et de la vigne forse doveva chiamarsi le Salon de la Simpathie, con la S maiuscola. Uno simpatico davvero era Mimi la Brioche, personaggio al limite del surreale, sembrava uscito da un cartone animato: grembiulino, cappellino e grossi occhiali da miope portati un po' alla Nonna Papera. Decisamente omosessuale, deve aver flashato sull'amico filologo, ma non ci ha provato perché aveva capito fossimo insieme, infatti non ha fatto altro che chiamarci "les amoureux". A parte la brioche, fenomenale, la forza di Mimi la Brioche stava tutta nello slogan: "Soyez gonflés, osez la brioche". Un capolavoro dei doppi sensi, che il francese permette come poche altre lingue, credo.

Ma non è di Mimi la Brioche che voglio parlare. Voglio parlare di un cliente, di cui ignoro il nome ed è la sua fortuna. Era a uno stand di prodotti pugliesi con la moglie, per prendere dell'olio. Noi dietro di loro, ad aspettare pazientemente che si levassero di 'ulo. Al momento di pagare l'olio, il mangiaranocchie ha chiesto uno sconto (13 euri gli sembravano troppi) e la signora gli ha spiegato che non poteva.
Lo stronzodimmmerda, allora, si è lanciato in una tirade contro i terroni, cercando ogni tanto il mio sguardo  in guisa di approvazione:
- ...parce que vous, les Italiens du Sud, vous êtes tous pareils, vous êtes des escrocs: les Napolitains, les Pouillais, les Calabrais, les Siciliens...
Ho aspettato che finissse di sfogarsi, annuendo ogni tanto col capo per incitarlo a continuare, dopodiché gli ho tirato fuori uno dei miei sguardi assassini riserva special e ho detto:
- C'est bon, monsieur, ça suffit: si vous permettez, je suis napolitaine*. 

Ha subitaneamente cambiato espressione. Sua moglie, poverina, ha cercato di metterci una pezza a colori dicendo che il marito stava scherzando, che sono stati a Napoli, a Capri, che è un posto magnifico, oui, on a trop aimé.
Avrei potuto rispondergli a tono e se mi fossi lanciata, avrei finito mezz'ora dopo. Ma sono pur sempre una signora: mi è bastato fargli fare la figura di merda della sua vita...

* - ...perché voi, gli Italiani del Sud, siete tutti uguali, siete degli imbroglioni: i Napoletani, i Pugliesi, i Calabresi, i Siciliani...
- Ma anche basta: se permette, sono napoletana.