Chissà se non c'è niente da capire o se invece le cose non stanno come pare di intenderle a me.
Chissà se il momento di fare valigie e scatoloni è di nuovo vicino, col dovermi reinventare la vita da un'altra parte.
Chissà qual è la mia vera vocazione, il mio posto, la mia realizzazione.
Chissà se questa poca voglia di scrivere, di raccontare è passeggera oppure no.
Per il momento, "viviamo avanti". Tutto il resto, "come acqua sul pinguino".
(Non ci avete capito niente, lo so. Ma quando ci capiro' qualcosa io e trovero' le parole giuste, ne sarete informati.)
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mercoledì 11 aprile 2012
lunedì 12 dicembre 2011
Due pensieri della sera
1) Non so se ci hanno già pensato, ma insigniamo di un qualche riconoscimento a caso (dal Nobel al titolo di senatore a vita, è uguale, tanto dopo Andreotti...) colui/colei che ha inventato le calze a compressione graduata: le gambe venosamente insufficienti ringraziano, librandosi leggiadre dopo una lunga giornata di lavoro.
2) Forse se ci piace cosi' tanto fare i cruciverba, è perché è l'unico modo per trovare le parole giuste per riempire le caselline vuote.
Buonanotte a tutti e perdonate la latitanza dai vostri blog. Tornero' presto. Baci
2) Forse se ci piace cosi' tanto fare i cruciverba, è perché è l'unico modo per trovare le parole giuste per riempire le caselline vuote.
Buonanotte a tutti e perdonate la latitanza dai vostri blog. Tornero' presto. Baci
venerdì 25 novembre 2011
Come pietre
Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne. Molto probabilmente lo sapete già, o molto probabilmente no. Non voglio fare un post con un taglia e cuci da articoli pescati qua e là, non avrebbe senso e mi scoccerei di leggermi io per prima. Voglio invece condividere con voi una riflessione scaturita (e scatenata) in me dagli ultimi eventi e un po' anche dalla deformazione professionale, ne parlavo già con lui in BnF qualche settimana fa.
E cioè: perché, per parlare di un uomo particolarmente stronzo, si dice che è un "figlio di buona donna" nella migliore delle ipotesi, o "un figlio di puttana", "un figlio di una mignotta", "un figlio di troia" nelle altre? Perché non si dice piuttosto che è il "figlio d'un cane", "il figlio di un disonesto", "il figlio di uno stronzo" and so on?
Ora mi direte: maddài, sono modi di dire! E' vero, sono modi di dire (o espressioni idiomatiche, unità fraseologiche, se preferite), ma se lo sono diventati lo si deve solo ai parlanti. E se è vero che la lingua è il riflesso di un mondo (come le 24 parole degli Eschimesi per dire "neve"), se queste espressioni sono "modi di dire" è anche grazie a noi. Dove sta scritto che se uno è un essere immondo lo è per derivazione materna? La nostra lingua, purtroppo, si limita a riflettere la forma mentis di una società profondamente maschilista, in cui anche le donne sono spesso maschiliste, seppur inconsapevolmente.
Forse prestando un po' di attenzione in più a cosa diciamo, possiamo dare un piccolissimo contributo alla causa e fare un passettino verso la parità, allargando un po' i confini del nostro mondo.
E cioè: perché, per parlare di un uomo particolarmente stronzo, si dice che è un "figlio di buona donna" nella migliore delle ipotesi, o "un figlio di puttana", "un figlio di una mignotta", "un figlio di troia" nelle altre? Perché non si dice piuttosto che è il "figlio d'un cane", "il figlio di un disonesto", "il figlio di uno stronzo" and so on?
Ora mi direte: maddài, sono modi di dire! E' vero, sono modi di dire (o espressioni idiomatiche, unità fraseologiche, se preferite), ma se lo sono diventati lo si deve solo ai parlanti. E se è vero che la lingua è il riflesso di un mondo (come le 24 parole degli Eschimesi per dire "neve"), se queste espressioni sono "modi di dire" è anche grazie a noi. Dove sta scritto che se uno è un essere immondo lo è per derivazione materna? La nostra lingua, purtroppo, si limita a riflettere la forma mentis di una società profondamente maschilista, in cui anche le donne sono spesso maschiliste, seppur inconsapevolmente.
Forse prestando un po' di attenzione in più a cosa diciamo, possiamo dare un piccolissimo contributo alla causa e fare un passettino verso la parità, allargando un po' i confini del nostro mondo.
"I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo."
Vi starete probabilmente chiedendo cosa c'entri questo post con la giornata contro la violenza sulle donne. Il fatto è che le parole, se non calibrate bene,sanno essere molto peggio delle pietre...(Ludwig von WITTGENSTEIN)
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sabato 13 agosto 2011
Un giro in paese
Sembrano passati chissà quanti anni, da quando Pomigliano si svuotava già la prima settimana di agosto e prima del 25 ad andare in giro ti sentivi come uno dei pochi superstiti di chissà quale naufragio. Città quasi fantasma, pochissima gente in giro, qualche negozio aperto.
Da qualche anno la città non si svuota più, la cassa integrazione costringe molti a stringere la cinghia e addio ferie, se già si fatica a campare.
Stamattina invece alle poste c'era la coda, così come dal tabaccaio, dov'erano tutti in file per i grattevvinci, e giù di monetina. Mi sono fatta contagiare, ne ho preso uno anch'io e mi è andata bene, ho vinto 5 euri. Ci ho pagato la raccomandata con la domanda per le supplenze a Pisa: mentre la compilavo, un'altra aspirante supplente mi ha chiesto come si faceva, perché "è la prima volta che la faccio". E mi chiedo a che stadio di rimbambimento siamo arrivati, se si vuole essere insegnanti e non si è capaci di capire il senso di "mittente", "destinatario", "via" e "cap".
Sulla via di casa ho fatto tappa all'edicola. Il vecchio prima di me ha comprato Il Giornale e io gli ho regalato uno sguardo pieno di disprezzo. Poi ho comprato Il Fatto e ho cominciato a soffrire. Punto esclamativo rosso e poi: Debito pubblico record: 1.901 miliardi. Ognuno di noi ha sulle spalle un fardello di 31.700 euro. Neonati compresi.
In quel momento ho pensato che quelli che mettono al mondo un figlio in questo Paese, in questo momento, meriterebbero una medaglia d'oro per il coraggio.
Da qualche anno la città non si svuota più, la cassa integrazione costringe molti a stringere la cinghia e addio ferie, se già si fatica a campare.
Stamattina invece alle poste c'era la coda, così come dal tabaccaio, dov'erano tutti in file per i grattevvinci, e giù di monetina. Mi sono fatta contagiare, ne ho preso uno anch'io e mi è andata bene, ho vinto 5 euri. Ci ho pagato la raccomandata con la domanda per le supplenze a Pisa: mentre la compilavo, un'altra aspirante supplente mi ha chiesto come si faceva, perché "è la prima volta che la faccio". E mi chiedo a che stadio di rimbambimento siamo arrivati, se si vuole essere insegnanti e non si è capaci di capire il senso di "mittente", "destinatario", "via" e "cap".
Sulla via di casa ho fatto tappa all'edicola. Il vecchio prima di me ha comprato Il Giornale e io gli ho regalato uno sguardo pieno di disprezzo. Poi ho comprato Il Fatto e ho cominciato a soffrire. Punto esclamativo rosso e poi: Debito pubblico record: 1.901 miliardi. Ognuno di noi ha sulle spalle un fardello di 31.700 euro. Neonati compresi.
In quel momento ho pensato che quelli che mettono al mondo un figlio in questo Paese, in questo momento, meriterebbero una medaglia d'oro per il coraggio.
lunedì 18 aprile 2011
Alle pareti della mia stanza
Una cartolina di Lisbona, una riproduzione della Camera da letto di Van Gogh, una cartolina di Valencia, un biglietto rettangolare di auguri con tante giraffine, il biglietto de La parola ai giurati al Verdi di Pisa, la mail di omino meteo per il mio 27esimo compleanno, una cartolina in bianco e nero del mirador san Nicolas di Granada, una foto di me formato polaroid che mi ha fatto Marta alla Butte aux cailles, la miniatura della foto di Izis che abbiamo in cucina, un'altra cartolina di Valencia, il biglietto dell'Andromaque alla Comédie française, il biglietto d'auguri di Sarina e la Fra con un orsetto paciocco, un crocifisso colorato del commercio equo, una foto di me e mia sorella, La femme à l'ombrelle di Monet, una cartolina in bianco e nero con vista Trocadéro, la locandina che annuncia Le beaujolais nouveau est arrivé!, George Pompidou con un cappellino di babbo Natale che mi augura un XXI secolo soddisfacente sul piano sessuale, un post-it con una frase di Montaigne, una cartolina dell'Opera House di Sydney, il volantino del primo No B-day qui a Parigi, la cartina col percorso che abbiamo fatto alla festa della musica l'anno scorso, una bambina che balla il flamenco in una foto in bianco e nero, un post-it con un verso di Via del campo, il volantino degli ateliers portes ouvertes degli artisti di Belleville, una tovaglietta del Café des deux moulins (il bar di Amélie), il biglietto del concerto di Tiersen, una foto di me e Sarina, una foto di me e la Fra, una foto di me, Sarina e la Fra, una cartolina di Dublino, una locandina con un ranocchio incoronato e la scritta "Rospo che legge... diventa re!", il foglio della mia unica vittoria a Scrabble alla péniche, una cartolina in bianco e nero dell'Alhambra di Granada, una polaroid del picnic al bois de Vincennes di luglio scorso, un post-it con "L'essentiel est invisible aux yeux, on ne voit bien qu'avec le coeur", il piccolo collage di Nicolas con le avventure della péniche.
Alle pareti della mia stanza ci sono posti lontani e vicini, le mie passioni, dei bei momenti e tanti amici che pensano a me e mi fanno compagnia ogni volta che poso gli occhi su un angolo qualsiasi di quelle quattro mura.
Alle pareti della mia stanza ci sono posti lontani e vicini, le mie passioni, dei bei momenti e tanti amici che pensano a me e mi fanno compagnia ogni volta che poso gli occhi su un angolo qualsiasi di quelle quattro mura.
martedì 5 aprile 2011
Di treni e di forse
A quest'ora avrei potuto essere in treno, destinazione Digione. Un amico che lavora alla FFCA mi aveva chiesto se mi andava di partecipare al campionato di cucina organizzato da Carrefour, mi avrebbero pagato tutto, persino l'iscrizione alla Federazione per quest'anno. Invece sono in lab, in un ufficio provvisorio perché il mio lo stanno rimettendo a nuovo. Non sono pentita di aver rifiutato, l'ultima lezione di cucina che ho preso è stata ad ottobre e probabilmente non sono neanche dell'umore giusto. Ma il viaggio in treno, quello l'avrei fatto volentieri, pure senza mare da salutare.
Per 3 anni e rotti tornare a casa ha significato 6 ore in intercity, con tutti i disagi del caso. Ma quei 3 minuti dei miei occhi rapiti da un promontorio sulla costa livornese valevano quelle 6 ore che spesso diventavano pure 7, con le gambe indolenzite, i bagni fuori uso e la fauna locale. Quei viaggi erano come un rito iniziatico ogni volta: cavalcare il ritmo delle stagioni sul colore del mare e dei campi lungo la Tirrenica, un lungo aspettare l'arrivo, prima di entrare in stazione a Piazza Garibaldi. Non ho mai capito perché, ma quando il treno entra in stazione a Napoli rallenta e s'incammina al capolinea a passo d'uomo. Forse per regalare un ultimo momento di lentezza prima di essere catapultati nel frastuono di Napoli, o forse per far sentire ancora di più la smania di arrivare e di abbracciare chi aspetta al binario. O forse, molto più banalmente, perché in quel tratto è cosi' che deve andare.
Non era di questo che volevo parlare stamattina, a dire il vero non so neanch'io cosa volevo dire. E' che nella mia testolina si affollano tanti pensieri e tanti punti interrogativi, una lista infinita di cose da fare e da capire, tra il mio lavoro, il mio futuro e il mio stare al mondo. Quello che è successo negli ultimi mesi e che sta succedendo ora, la precarietà che, paradossalmente, è una delle mie poche certezze. Questi rumori di fondo che si accavallano e "imbrogliano" ancora di più la matassa. Mi hanno chiuso il mio vecchio blog, quello su Spaces, forse è un bene, pure se c'erano pezzi della mia vita tra Pisa e l'erasmus. Forse dovrei smetterla di scrivere e basta...
Per 3 anni e rotti tornare a casa ha significato 6 ore in intercity, con tutti i disagi del caso. Ma quei 3 minuti dei miei occhi rapiti da un promontorio sulla costa livornese valevano quelle 6 ore che spesso diventavano pure 7, con le gambe indolenzite, i bagni fuori uso e la fauna locale. Quei viaggi erano come un rito iniziatico ogni volta: cavalcare il ritmo delle stagioni sul colore del mare e dei campi lungo la Tirrenica, un lungo aspettare l'arrivo, prima di entrare in stazione a Piazza Garibaldi. Non ho mai capito perché, ma quando il treno entra in stazione a Napoli rallenta e s'incammina al capolinea a passo d'uomo. Forse per regalare un ultimo momento di lentezza prima di essere catapultati nel frastuono di Napoli, o forse per far sentire ancora di più la smania di arrivare e di abbracciare chi aspetta al binario. O forse, molto più banalmente, perché in quel tratto è cosi' che deve andare.
Non era di questo che volevo parlare stamattina, a dire il vero non so neanch'io cosa volevo dire. E' che nella mia testolina si affollano tanti pensieri e tanti punti interrogativi, una lista infinita di cose da fare e da capire, tra il mio lavoro, il mio futuro e il mio stare al mondo. Quello che è successo negli ultimi mesi e che sta succedendo ora, la precarietà che, paradossalmente, è una delle mie poche certezze. Questi rumori di fondo che si accavallano e "imbrogliano" ancora di più la matassa. Mi hanno chiuso il mio vecchio blog, quello su Spaces, forse è un bene, pure se c'erano pezzi della mia vita tra Pisa e l'erasmus. Forse dovrei smetterla di scrivere e basta...
domenica 27 marzo 2011
Collaborazioni
Stasera mi faccio un po' di pubblicità. Cioè, non la faccio solo a me, ma anche ad altra gente. Cioè, facendola a me, la faccio anche ad altra gente. In breve: non scrivo solo su questo blog, che è il mio personale, quello in cui scrivo le mie avventure e tutto quello che mi passa per la testa (proprio tutto no, ma una parte si'). Orbene, dato che amo scrivere tutto tranne la mia tesi di dottorato, considerato che sono in perenne ritardo sui miei lavori e sulla vita in generale, ho ritenuto opportuno, una volta cancellatami da feisbuc, trovarmi altri ameni passatempi da perditempo.
Lascio ogni tanto le mie tracce su ilMale, blog di satira politica gestito dal mio amico Gipo e suoi compari, e da oggi faccio parte degli autori di Dialetticon, un blog tutto dedicato ai dialetti d'Italia, dove cerco di partecipare con le mie "competenze" di Neapolitan native speaker. Sottoscrivo in pieno il manifesto degli autori, questo. E spero che voi, che passate di qui ogni tanto, verrete a dare un'occhiata un po' di qua e un po' di là!
Lascio ogni tanto le mie tracce su ilMale, blog di satira politica gestito dal mio amico Gipo e suoi compari, e da oggi faccio parte degli autori di Dialetticon, un blog tutto dedicato ai dialetti d'Italia, dove cerco di partecipare con le mie "competenze" di Neapolitan native speaker. Sottoscrivo in pieno il manifesto degli autori, questo. E spero che voi, che passate di qui ogni tanto, verrete a dare un'occhiata un po' di qua e un po' di là!
mercoledì 26 gennaio 2011
'A ciorta
L'altra sera, mentre traducevo il testo di 'O sciore e 'o viento, mi sono soffermata un attimo con un mezzo sorriso quasi beffardo sulla parola ciorta, che ho reso con fortuna. Mentre le mie dita digitavano fortuna, scuotevo la testa e mi dicevo che ero stata un po' ladra, passando sotto silenzio il peso di questa parola. Ma non potevo mettermi a fare una disquisizione di linguistica nel mezzo della poesia, quindi lo faccio ora.
Allora: 'a ciorta è una parola che racchiude in sé un modo di vedere e di vivere dei Napoletani. E' la fortuna, si', ma non solo. E' anche il destino, qualcosa che tu non ti scegli ma che aspetti. Se conoscete la canzone Napule è di Pino Daniele, ricorderete che il ritornello fa cosi':
'A ciorta è l'occasione della vita: una vincita al bancolotto, un buon partito per la propria figlia o nipote, una botta di culo, insomma.But a special one: 'a ciorta è soprattutto una benedizione, una manna dal Cielo. E credo che solo noi Napoletani, a metà strada tra la superstizione, la fede e il folklore, possiamo avere un concetto simile. E forse è anche una cosa che ci limita molto, che ci rende meno artefici del nostro destino e più col naso rivolto al cielo, aspettando che qualcosa di buono arrivi anche per noi. D'altra parte, la storia della nostra città e del nostro popolo lo racconta molto bene. Ah, se non lo conoscete, leggetevi Il resto di niente di Enzo Striano: è un piccolo, grande capolavoro. Ancora poco conosciuto, purtroppo.
Apprendo stamattina sul Fatto una bella notizia: la probabile candidatura a sindaco di Napoli di Luigi De Magistris. Sarebbe la persona giusta per ridare un po' di dignità a questa città cosi' martoriata, dilaniata da anni di pessima gestione politica in cui pochi hanno magnato e molti sono rimasti sempre più poveri, nei loro bassi umidi e squallidi, aspettando il miracolo. Non è un caso che un ben noto puttaniere riscuota tanto successo proprio a Napoli. Lui è scaltro, e ha ben capito che doveva presentarsi come la ciorta personificata. Una Napoli fatta di vicoli pieni zeppi di bambini e ragazzine cresciuti troppo in fretta, che forse non hanno mai conosciuto l'innocenza. Una Napoli da cui i giovani come me scappano con la morte nel cuore, perché è l'unica soluzione possibile, o dove giovani come la mia amica Valeria hanno il coraggio di ritornare per vedere se si possono cambiare le cose. Mi fanno venire l'orticaria quelli che parlano di Napoli senza esserci mai stati, basandosi su leggende metropolitane e pregiudizi. Andate nei vicoli, tra gli scugnizzi che giocano a pallone e ragazze di 16 anni che sono già mamme, tra l'odore di pizza e lo sfrecciare dei motorini. Guardateli bene negli occhi, fatevi penetrare dalla loro malinconia, dalla loro sfrontatezza. Leggete sui loro visi l'attesa della ciorta.
Per darvi qualche dimostrazione in context della parola in questione, eccovi qualche espressione tipica:
"Uha, e c' ciorta!" (= "Miii, che fortuna!", si usa o per esprimere la propria invidia verso chi ha avuto una vera botta di culo o per ironizzare sulla propria sfiga)
"Nenné, o Patatern' t'adda benedicere e t'adda mannà 'na bona e ricca ciorta!" (= "Piccola, il Signore deve benedirti e mandarti un uomo buono e ricco")
"Vulesse 'a ciorta!" (="Ah, volesse il Cielo! Magari!")
"'A ciorta d'o pover'omm" (= la malasorte, la sfiga)
Allora: 'a ciorta è una parola che racchiude in sé un modo di vedere e di vivere dei Napoletani. E' la fortuna, si', ma non solo. E' anche il destino, qualcosa che tu non ti scegli ma che aspetti. Se conoscete la canzone Napule è di Pino Daniele, ricorderete che il ritornello fa cosi':
"Napule è 'na carta sporca
e nisciuno se n'importa
e ognuno aspetta 'a ciorta."
'A ciorta è l'occasione della vita: una vincita al bancolotto, un buon partito per la propria figlia o nipote, una botta di culo, insomma.But a special one: 'a ciorta è soprattutto una benedizione, una manna dal Cielo. E credo che solo noi Napoletani, a metà strada tra la superstizione, la fede e il folklore, possiamo avere un concetto simile. E forse è anche una cosa che ci limita molto, che ci rende meno artefici del nostro destino e più col naso rivolto al cielo, aspettando che qualcosa di buono arrivi anche per noi. D'altra parte, la storia della nostra città e del nostro popolo lo racconta molto bene. Ah, se non lo conoscete, leggetevi Il resto di niente di Enzo Striano: è un piccolo, grande capolavoro. Ancora poco conosciuto, purtroppo.
Apprendo stamattina sul Fatto una bella notizia: la probabile candidatura a sindaco di Napoli di Luigi De Magistris. Sarebbe la persona giusta per ridare un po' di dignità a questa città cosi' martoriata, dilaniata da anni di pessima gestione politica in cui pochi hanno magnato e molti sono rimasti sempre più poveri, nei loro bassi umidi e squallidi, aspettando il miracolo. Non è un caso che un ben noto puttaniere riscuota tanto successo proprio a Napoli. Lui è scaltro, e ha ben capito che doveva presentarsi come la ciorta personificata. Una Napoli fatta di vicoli pieni zeppi di bambini e ragazzine cresciuti troppo in fretta, che forse non hanno mai conosciuto l'innocenza. Una Napoli da cui i giovani come me scappano con la morte nel cuore, perché è l'unica soluzione possibile, o dove giovani come la mia amica Valeria hanno il coraggio di ritornare per vedere se si possono cambiare le cose. Mi fanno venire l'orticaria quelli che parlano di Napoli senza esserci mai stati, basandosi su leggende metropolitane e pregiudizi. Andate nei vicoli, tra gli scugnizzi che giocano a pallone e ragazze di 16 anni che sono già mamme, tra l'odore di pizza e lo sfrecciare dei motorini. Guardateli bene negli occhi, fatevi penetrare dalla loro malinconia, dalla loro sfrontatezza. Leggete sui loro visi l'attesa della ciorta.
Per darvi qualche dimostrazione in context della parola in questione, eccovi qualche espressione tipica:
"Uha, e c' ciorta!" (= "Miii, che fortuna!", si usa o per esprimere la propria invidia verso chi ha avuto una vera botta di culo o per ironizzare sulla propria sfiga)
"Nenné, o Patatern' t'adda benedicere e t'adda mannà 'na bona e ricca ciorta!" (= "Piccola, il Signore deve benedirti e mandarti un uomo buono e ricco")
"Vulesse 'a ciorta!" (="Ah, volesse il Cielo! Magari!")
"'A ciorta d'o pover'omm" (= la malasorte, la sfiga)
martedì 25 gennaio 2011
Hidden beauty
Eraclito diceva che la bellezza delle cose ama nascondersi. Io aggiungerei che pure la bellezza delle persone fa cosi', caro Eraclito. E ti dico pure che a volte la bellezza ne ha abbastanza di stare segregata e decide di uscire allo scoperto. Spinge un po' più forte e sveste l'elmo e la corazza, e finisce sulla carta, perché è li' che puo' stare beatamente nuda. Non ha bisogno di fronzoli, di stratagemmi, di calcoli.
Ho cominciato a scrivere per provare a tirar fuori un po' della bellezza che è nascosta in me da qualche parte. Non so se ci riesco, ma continuero' a farlo.
"La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l'anima messa a nudo."
Ho cominciato a scrivere per provare a tirar fuori un po' della bellezza che è nascosta in me da qualche parte. Non so se ci riesco, ma continuero' a farlo.
"La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l'anima messa a nudo."
(Guy de Maupassant)
[Dico che se qualcuno non coglie l'ironia e la delicatezza dei tuoi scritti, anche quando parli di cose personali, non ti potrebbe comprendere mai. (cit. un amico). Grazie. ]
martedì 18 gennaio 2011
Un dimanche d'hiver
Vivere nel formicaio è spesso stressante, ti senti un calzino in lavatrice strapazzato dalla centrifuga. Ma prendi un po' di sole, un'amica, le Tuileries e una macchina fotografica. Un po' di freddo, ché ogni tanto non guasta. Appoggiati al muretto e goditi il panorama: comincerai a riflettere sul significato della parola "bellezza".
lunedì 15 novembre 2010
Giochino
Pure se l'ing. Dippi' è riuscito a spostare con sé la pioggia da Parigi alla Catalogna, la giornata è grigia ed è lunedi', quindi vi propongo un giochino per affrontarla meglio. L'ho trovato in Testimone inconsapevole di G. Carofiglio - libro molto carino, ve lo consiglio, ma vi consiglio Carofiglio in toto, scrive molto molto bene- qualche anno fa e ogni tanto ci penso.
Allora, immaginate che sbarchino gli alieni sulla Terra. Per convincerli a restare, dovete mostrargli qualcosa di bello che i terrestri hanno fatto: un libro, un film, una canzone, un oggetto e una citazione.
Ecco i miei:
Libro: sono indecisa tra Il piccolo principe e l'Inferno dantesco.
Film: La meglio gioventù.
Canzone: One degli U2.
Oggetto: sono indecisa tra la bicicletta e la chitarra.
Citazione: La bellezza delle cose ama nascondersi. (Eraclito)
Poi un altro giorno lo faremo all'inverso, su cosa mostrare di tanto brutto da farli scappare.
Ora... à vous de jouer!!!
Allora, immaginate che sbarchino gli alieni sulla Terra. Per convincerli a restare, dovete mostrargli qualcosa di bello che i terrestri hanno fatto: un libro, un film, una canzone, un oggetto e una citazione.
Ecco i miei:
Libro: sono indecisa tra Il piccolo principe e l'Inferno dantesco.
Film: La meglio gioventù.
Canzone: One degli U2.
Oggetto: sono indecisa tra la bicicletta e la chitarra.
Citazione: La bellezza delle cose ama nascondersi. (Eraclito)
Poi un altro giorno lo faremo all'inverso, su cosa mostrare di tanto brutto da farli scappare.
Ora... à vous de jouer!!!
martedì 2 novembre 2010
Parole sante
(Bisogna diffidare delle parole)
Mah, forse direi che bisogna diffidare da chi le sa usare bene, le parole...
Belleville, 21 giugno 2010 (festa della musica)
martedì 26 ottobre 2010
Ciucciotto
Disegnare non rientra proprio tra le mie abilità. A volermi fare un complimento, disegno come una bimba di 6, massimo 7 anni.
Quando facevo la lettrice a Fontainebleau ero più o meno costretta a farlo: un po' per evitare di dare la traduzione di tutte le parole (la pedagogia nel sangue!), un po' perché spesso non sapevo la traduzione francese delle parole italiane (dicesi paraculismo).
Un venerdi' pomeriggio, in una classe di 3ème (il nostro primo superiore), i soliti due si facevano i dispetti, costringendomi a doverli riprendere. Allora ad un certo punto mi stufo e dico: Ragazzi, se non la smettete di fare i bambini, la prossima volta vi porto un CIUCCIOTTO.
E loro: Madame, c'est quoi?
- Ben, c'est un ciucciotto, ora ve lo disegno.
Prendo il gesso e mi lancio nella mia opera d'arte. Uhm, forse non ci siamo tanto con la forma, ma si dovrebbe capire.
Uno di loro mi guarda perplesso: Madame, on dirait plutôt un préservatif!
Visibilmente imbarazzata, lo cancello. - De toute façon, vous avez compris, non, ce que c'est un ciucciotto?
- Ouais, ouais!
- E come si dice in francese?
Credo che finché campo mi ricordero' sempre che in francese ciucciotto si dice tettine...
Quando facevo la lettrice a Fontainebleau ero più o meno costretta a farlo: un po' per evitare di dare la traduzione di tutte le parole (la pedagogia nel sangue!), un po' perché spesso non sapevo la traduzione francese delle parole italiane (dicesi paraculismo).
Un venerdi' pomeriggio, in una classe di 3ème (il nostro primo superiore), i soliti due si facevano i dispetti, costringendomi a doverli riprendere. Allora ad un certo punto mi stufo e dico: Ragazzi, se non la smettete di fare i bambini, la prossima volta vi porto un CIUCCIOTTO.
E loro: Madame, c'est quoi?
- Ben, c'est un ciucciotto, ora ve lo disegno.
Prendo il gesso e mi lancio nella mia opera d'arte. Uhm, forse non ci siamo tanto con la forma, ma si dovrebbe capire.
Uno di loro mi guarda perplesso: Madame, on dirait plutôt un préservatif!
Visibilmente imbarazzata, lo cancello. - De toute façon, vous avez compris, non, ce que c'est un ciucciotto?
- Ouais, ouais!
- E come si dice in francese?
Credo che finché campo mi ricordero' sempre che in francese ciucciotto si dice tettine...
lunedì 25 ottobre 2010
Parole a dieta
"Concrétisez vos rêves."*
*(Concretizzate i vostri sogni.)
La scritta, bella grossa, campeggia in bianco su un manifesto blu notte a Nation, un manifesto con tante stelline bianche come la scritta. E' la pubblicità del centro commerciale Val d'Europe,dove i "rêves" da concretizzare sono moda, shopping e divertimenti vari, con un posto di spicco all'animazione per bambini il mercoledi' (giorno senza scuola per i bimbi francesi, nota di formichina).
Da quando ho visto questa pubblicità, 3 o 4 mattine fa, non faccio che pensare a quella scritta. A quel "rêve" piazzato li', come una parola qualsiasi, smunta. Come una donna a dieta che per prima cosa ha perso il seno e solo dopo la ciccia. Ecco, quel "rêves" piazzato li' cosi', a portata di mano nella cassa di un centro commerciale che puoi raggiungere in RER, mi disturba.
Quella parola, in un'altra lingua, l'hanno usata il Poeta dei poeti per dire di che pasta siamo fatti e "un uomo nero" per far capire al mondo quello che conta non è la razza, ma cosa abbiamo nel cuore, i nostri valori, i nostri sentimenti, per dirne due.
Mi pare che di questi tempi di taglie 40 e anoressia le parole belle siano tutte un po' a dieta, come se il loro significato pesasse troppo sulla bilancia della società. E quindi bisogna ridimensionarlo per esigenze di mercato, usandole in serie, un po' a casaccio qua e là.
Sarà che poi io trovo i centri commerciali uno degli aberranti prodotti della società moderna e quindi sono troppo di parte, ma io se penso ai miei di sogni, non penso a un giro per negozi. Come minimo al giro del mondo... Oppure penso al mio formichino azzurro, che da qualche parte dovrà pure essere, e sogno di addormentarmi con la testa sul suo petto e di fargli i biscotti per la colazione. Sogno una Napoli senza munnezza e senza malavita, libera di vivere il suo splendore. Sogno un mondo senza guerre e senza telegiornali a parlare di guai. Sogno 2-3 marmocchi che mi gironzolano per casa, e che ogni tanto caricherei in macchina per portarli dai nonni.
I'm sure about it...
*(Concretizzate i vostri sogni.)
La scritta, bella grossa, campeggia in bianco su un manifesto blu notte a Nation, un manifesto con tante stelline bianche come la scritta. E' la pubblicità del centro commerciale Val d'Europe,dove i "rêves" da concretizzare sono moda, shopping e divertimenti vari, con un posto di spicco all'animazione per bambini il mercoledi' (giorno senza scuola per i bimbi francesi, nota di formichina).
Da quando ho visto questa pubblicità, 3 o 4 mattine fa, non faccio che pensare a quella scritta. A quel "rêve" piazzato li', come una parola qualsiasi, smunta. Come una donna a dieta che per prima cosa ha perso il seno e solo dopo la ciccia. Ecco, quel "rêves" piazzato li' cosi', a portata di mano nella cassa di un centro commerciale che puoi raggiungere in RER, mi disturba.
Quella parola, in un'altra lingua, l'hanno usata il Poeta dei poeti per dire di che pasta siamo fatti e "un uomo nero" per far capire al mondo quello che conta non è la razza, ma cosa abbiamo nel cuore, i nostri valori, i nostri sentimenti, per dirne due.
Mi pare che di questi tempi di taglie 40 e anoressia le parole belle siano tutte un po' a dieta, come se il loro significato pesasse troppo sulla bilancia della società. E quindi bisogna ridimensionarlo per esigenze di mercato, usandole in serie, un po' a casaccio qua e là.
Sarà che poi io trovo i centri commerciali uno degli aberranti prodotti della società moderna e quindi sono troppo di parte, ma io se penso ai miei di sogni, non penso a un giro per negozi. Come minimo al giro del mondo... Oppure penso al mio formichino azzurro, che da qualche parte dovrà pure essere, e sogno di addormentarmi con la testa sul suo petto e di fargli i biscotti per la colazione. Sogno una Napoli senza munnezza e senza malavita, libera di vivere il suo splendore. Sogno un mondo senza guerre e senza telegiornali a parlare di guai. Sogno 2-3 marmocchi che mi gironzolano per casa, e che ogni tanto caricherei in macchina per portarli dai nonni.
You may say I'm a dreamer
but I'm not the only one...
I'm sure about it...
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