Mi ero ripromessa che non avrei più cercato né accettato lavori come hostess, promoter e simili. Lavori in cui sei in piedi tutto il giorno, con un frigorifero nelle spalle, magari, a sorridere come una beota e a importunare il malcapitato di turno con parole di encomio a raffica sul fantasmagorico prodotto del giorno (l'ultima volta era stato a Viareggio, promuovevo una linea di erboristeria, distribuendo campioni omaggio di tisane lassative). Ma l'amara verità è che siamo alle pezze (non specifichiamo quali e dove, sono pur sempre una signora!) e il mio bisogno di vile denaro è a dir poco impellente e quindi ho accettato di fare da hostess/interprete per un ricamificio italiano, passando cosi' dai gelati ai filati.
E vi diro', è andata benone, molto meglio di quanto mi aspettassi. La sera prima (vigilia di san Valentino) ero disperata, erano già le unidici e mezza ed io ero a letto col Boch 1995/96 (et oui, ça fait longtemps!) da un lato e il computerino dall'altro a cercarmi la terminologia dei tessuti in inglese e francese. L'indomani, smessi i panni della segretaria-gelataia e indossato il tailleur da hostess, mi avvio verso il Parc des Expositions, tempio massimo delle fiere. Ma sul quai dell'RER A a Nation arriva la prima atroce scoperta: ho un buco nei collant, a metà polpaccio!!! Che sarà mai, direte voi, ma per una che è stata assunta per "motivi di immagine", diciamo cosi', fa eccome! Dopo varie imprecazioni, diversi sms alla ricerca di solidarietà e 40 minuti da sardina nell'RER B, giungo a destinazione. Mi faccio venire a recuperare all'ingresso e comincio la mia brevissima carriera di interprete dei filati: accogliere i clienti, chiedere il biglietto da visita, preparare un caffè quando richiesto, mostrare il campionario quando tutti sono impegnati, fare il mastino se qualcuno si azzarda a fare foto.
I prodotti sono meravigliosi, di una raffinatezza squisita. E' bello vedere stilisti di tutto il mondo restare a bocca aperta per il made in Italy, che ormai fanno in pochi. E' piacevole sapere che le due stiliste di una nota casa italiana hanno deciso di tornare sul made in Italy perché la gente compra di più se un prodotto è migliore pure se il prezzo aumenta. E nonostante tutto questo, ti chiedi come facciamo ad essere un Paese alla deriva (piccola parentesi di amertume, la chiudiamo subito).
Vabbè. Me l'avevano detto che fare le fiere è bello. Confermo: fare le fiere è bello, stancante ma bello. E ancora meglio quando sei pagato cosi', sull'unghia e rigorosamente cash.
E ti chiedi se non è forse il caso di cercarsi altri eventi del genere, se quando torni a casa dopo due giorni cosi' sottoforma di mail la prima lezione del manuale "Comment motiver sa thésarde pour les nuls"*:
"Buongiorno formichina,
ho letto il tuo primo capitolo e sono colpito dall'eleganza dello stile, la coesione del testo e la correttezza del documento. E' fatto talmente bene che sono quasi sfiorato da un dubbio: non è che hai pescato da documenti preesistenti?"
E' doppiamente frustrante, se pensi che il tempo che hai impiegato a scrivere quelle benedette 12 pagine è a titolo gratuito.
Ma in questi casi bisogna ricordarsi che si ha a che fare con i mangiaranocchie, popolo incapace di qualsiasi apprezzamento gratuito. Ecco, un popolo cosi' merita di estinguersi. E qui lo dico e qui lo nego, io faro' il possibile affinché cio' accada.
* "Come motivare la tua dottoranda per negati"
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martedì 6 marzo 2012
martedì 24 gennaio 2012
L'Italia che piace
Vivere all'estero comporta, per forza di cose, non riuscire a seguire tutto tutto tutto quello che succede nel proprio Paese. Paradossalmente, spesso si è più informati di chi dallo "stivaletto" non si è mosso. E ad ogni modo, se ci si perde qualcosa, ci pensano gli amici informati a farlo sapere anche a te.
Bene, la notizia del giorno è che se cliccate su www.fiatpanda.it potete ammirare il nuovo spot che i marchionneboys hanno realizzato per il lancio della nuova Panda, "l'Italia che ci piace". Bisogna essere dei geni - del male, certo - ad aver pensato a una cosa del genere, subdola e canzonatoria quanto basta.
Questo il testo (sono io che sottolineo): "Ma quante Italie conosciamo? Quella dell'arte, quella della grande inventiva, quella del talento costruttivo, quella del Paese pittoresco, quella dei giovani che cercano un futuro o quella capace di grandi imprese industriali? Noi possiamo scegliere quale Italia essere, è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell'immagine che ci vogliono dare. Questo momento è quello di ripartire, ripartire nell'unico modo che conosciamo: con il nostro lavoro e mettendoci alla prova. Perché in Italia, ogni giorno, c'è qualcuno che si sveglia, e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto, la voglia di costruire una cosa ben fatta. Le cose che costruiamo ci rendono cio' che siamo. Nuova Fiat Panda: questa è l'Italia che piace." Letto da una voce maschile decisa e quasi intimidatoria, mentre sullo schermo sfilano scene di vita in fabbrica, un Pulcinella in un teatro, la Pietà di Michelangelo e una macchinina che passando per il golfo di Napoli arriva allo svincolo di una superstrada e sceglie di proseguire - udite udite -per Pomigliano sud.
La macchinina va a Pomigliano d'Arco, il mio paese. Quello del braccio di ferro tra Marchionne e la Fiat sul contratto nazionale. Quello dove bisognava produrre la Panda, appunto, e poi non se n'è saputo più nulla. Dove chi lavorava in fabbrica ora è a cassa integrazione, quando va bene, dove i negozi chiudono uno dietro l'altro, mentre continuano ad aprire supermercati dello stesso proprietario, anzi degli stessi due proprietari e per loro sembra che la crisi non esista. Un paese mesto e depresso, dove un ragazzo di 25 anni si avvilisce perché evidentemente essere onesto, lavorare duramente e nel pieno rispetto di regole e leggi non fa molto "Italia che piace".
Bene, la notizia del giorno è che se cliccate su www.fiatpanda.it potete ammirare il nuovo spot che i marchionneboys hanno realizzato per il lancio della nuova Panda, "l'Italia che ci piace". Bisogna essere dei geni - del male, certo - ad aver pensato a una cosa del genere, subdola e canzonatoria quanto basta.
Questo il testo (sono io che sottolineo): "Ma quante Italie conosciamo? Quella dell'arte, quella della grande inventiva, quella del talento costruttivo, quella del Paese pittoresco, quella dei giovani che cercano un futuro o quella capace di grandi imprese industriali? Noi possiamo scegliere quale Italia essere, è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell'immagine che ci vogliono dare. Questo momento è quello di ripartire, ripartire nell'unico modo che conosciamo: con il nostro lavoro e mettendoci alla prova. Perché in Italia, ogni giorno, c'è qualcuno che si sveglia, e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto, la voglia di costruire una cosa ben fatta. Le cose che costruiamo ci rendono cio' che siamo. Nuova Fiat Panda: questa è l'Italia che piace." Letto da una voce maschile decisa e quasi intimidatoria, mentre sullo schermo sfilano scene di vita in fabbrica, un Pulcinella in un teatro, la Pietà di Michelangelo e una macchinina che passando per il golfo di Napoli arriva allo svincolo di una superstrada e sceglie di proseguire - udite udite -per Pomigliano sud.
La macchinina va a Pomigliano d'Arco, il mio paese. Quello del braccio di ferro tra Marchionne e la Fiat sul contratto nazionale. Quello dove bisognava produrre la Panda, appunto, e poi non se n'è saputo più nulla. Dove chi lavorava in fabbrica ora è a cassa integrazione, quando va bene, dove i negozi chiudono uno dietro l'altro, mentre continuano ad aprire supermercati dello stesso proprietario, anzi degli stessi due proprietari e per loro sembra che la crisi non esista. Un paese mesto e depresso, dove un ragazzo di 25 anni si avvilisce perché evidentemente essere onesto, lavorare duramente e nel pieno rispetto di regole e leggi non fa molto "Italia che piace".
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Terronia
venerdì 12 agosto 2011
Lasciamo perdere perché
"...esco adesso da una storia di 4 anni con una e non me la sento." (come se io ti avessi chiesto qualcosa)
"...tu sei davvero la ragazza che cerco, ma sei capitata nel momento sbagliato." (effettivamente me lo dice pure il mio dentista, che dovevo nascere 20 anni prima)
"...non sono convinto." (di cosa, non s'è mai capito)
"...io e te siamo amici." (a questo punto direi "eravamo")
"..sono in un momento no." (e scommetto che ti passerà subito dopo che me l'hai detto)
"...non posso permettermi una storia seria in questo momento." (ribadisco, non ti ho chiesto niente)
"...ho bisogno di stare un po' da solo." (ebbeh, come dice il nonnino dell'ipercoppe, "meglio d'una sega 'un c'è nulla!)
"...non mi sento ancora pronto." (se vuoi aspettare il tuo 60esimo compleanno, fa' pure...)
"...non so che fare. Non so cosa succeda nella mia testa quando ci sono di mezzo delle ragazze, forse tu puoi aiutarmi a capire." (infatti, ti dò questo: tieni, è il numero di uno bravo)
"...per dirla con Schopenhauer, diciamo che è una questione di chimica." (e diciamo che tu sei un paraculo grande quanto una portaerei che si crede figo citando un filosofo)
"...non mi piace che scrivi di cose tue, così, su internet." (sarò recidiva?)
E poi ci sono quelli che non si sentono in dovere di darti spiegazioni, dalla sera al mattino non li senti più e bona lè. La mia amica Bionda li chiama "i morti in autostrada", quelli di cui non si hanno più notizie proprio come se fossero morti in autostrada, appunto. Forse, a pensarci bene, il silenzio è più eloquente di penose e farraginose spiegazioni.
L'idea di raccogliere questo materiale così edificante mi frullava nella testa già da un po', ma si è concretizzata solo oggi, commentando lo stato di un amico su feisbuc.
La verità è che gli uomini fanno pena. E le donne, molto spesso, sanno essere pure peggio.
"...tu sei davvero la ragazza che cerco, ma sei capitata nel momento sbagliato." (effettivamente me lo dice pure il mio dentista, che dovevo nascere 20 anni prima)
"...non sono convinto." (di cosa, non s'è mai capito)
"...io e te siamo amici." (a questo punto direi "eravamo")
"..sono in un momento no." (e scommetto che ti passerà subito dopo che me l'hai detto)
"...non posso permettermi una storia seria in questo momento." (ribadisco, non ti ho chiesto niente)
"...ho bisogno di stare un po' da solo." (ebbeh, come dice il nonnino dell'ipercoppe, "meglio d'una sega 'un c'è nulla!)
"...non mi sento ancora pronto." (se vuoi aspettare il tuo 60esimo compleanno, fa' pure...)
"...non so che fare. Non so cosa succeda nella mia testa quando ci sono di mezzo delle ragazze, forse tu puoi aiutarmi a capire." (infatti, ti dò questo: tieni, è il numero di uno bravo)
"...per dirla con Schopenhauer, diciamo che è una questione di chimica." (e diciamo che tu sei un paraculo grande quanto una portaerei che si crede figo citando un filosofo)
"...non mi piace che scrivi di cose tue, così, su internet." (sarò recidiva?)
E poi ci sono quelli che non si sentono in dovere di darti spiegazioni, dalla sera al mattino non li senti più e bona lè. La mia amica Bionda li chiama "i morti in autostrada", quelli di cui non si hanno più notizie proprio come se fossero morti in autostrada, appunto. Forse, a pensarci bene, il silenzio è più eloquente di penose e farraginose spiegazioni.
L'idea di raccogliere questo materiale così edificante mi frullava nella testa già da un po', ma si è concretizzata solo oggi, commentando lo stato di un amico su feisbuc.
La verità è che gli uomini fanno pena. E le donne, molto spesso, sanno essere pure peggio.
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