Non so se avete mai provato a capire come funziona il sistema di reclutamento degli insegnanti nella scuola pubblica italiana. Secondo me, chi l'ha inventato vedeva il demonio, non c'è altra spiegazione.
Per farla breve, dopo aver sborsato più di duemilacinquecento euri ho udite, udite il privilegio di entrare a far parte delle graduatorie di seconda fascia per insegnare francese alle medie e alle superiori (seconda fascia, leggi: precari privilegiati rispetto a quelli di terza).
Comunque, adesso c'è la possibilità di inserirsi, o meglio, dovrebbe esserci, ma la piattaforma del MIUR è completamente in palla e feisbuc trasuda di post ansiogeni sui gruppi dei neoabilitati.
Siccome, tra le varie stranezze, mi sono resa conto che il servizio svolto a scuola in Francia non mi era stato calcolato, stamattina ho chiamato la mia scuola capofila (un liceo linguistico di Caserta) per cercare di capirci qualcosa.
Mi ha risposto una signora dalla voce roca, fumatrice incallita. Ci avevo già parlato altre volte, mi era sembrata una che sapeva il fatto suo. E invece.
- Sì, salve, la chiamo per una questione di punteggio... come mai non mi avete calcolato il servizio all'estero?
- Ma se lei ha lavorato in hotel non vale come punteggio.
- In hotel? No guardi, ci dev'essere un errore... io ho lavorato come assistente di lingua italiana in una scuola...
- Come assistente, che significa?
- Significa che ero lettrice. Insegnante madrelingua.
- Ah. No perché sa, dalla traduzione fatta su internet si capiva che lei aveva lavorato come accompagnatrice di ragazzi in gita, tipo in hotel... Vabbè, comunque, ci faccia un'autocertificazione e ce la mandi al più presto.
La buona scuola. La scuola 2.0 che non sa manco usare un fetente di dizionario e si lancia poi su traduzioni on line da Google translate. E questo è un liceo "up". Figurati cosa succede in quelli "down".
En tout cas, almeno per un altro anno me la scappotto: eh sì, formichina, la vostra accompagnatrice di ragazzini in hotel, fa di nuovo le valigie e torna a Parigi. Un fantastico post-doc la aspetta, insieme agli amici di sempre, al Comté fruité e alla grisaille. E chissà che questa volta non riesca pure a portarsi, almeno per un po', il suo adorato P.A.
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giovedì 1 ottobre 2015
L'accompagnatrice
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mercoledì 29 luglio 2015
Da un anno a casa
Esattamente un anno fa, tornavo a casa mia dopo aver passato 10 anni in giro tra Pisa e Parigi.
L'accoglienza me la diede mia madre con un opportuno commento quale "che faccia sbattuta che hai!". Dopo tutto, che sarà mai stato smantellare 5 anni di vita nello stesso appartamento in pochi giorni a 2000 km di distanza, litigare col corriere, trascinare alle poste pacchi su pacchi, lasciare amici con cui hai diviso anche il sonno (sapendo che stavolta non ci sarà una prossima volta in cui tornerai a lungo), una città che adori e una vita piena? Per tornare dove? In un posto che hai fuggito 10 anni prima, un posto infame in cui se hai un briciolo di talento - un briciolo, eh! no assai - il massimo che puoi ottenere è l'invidia altrui. In cui se non appartieni "al bottone" puoi scordarti di avere aspirazioni. In cui fare tutto diventa una quotidiana lotta per la sopravvivenza. In cui tutti fanno gli amiconi, ma se aspetti che qualcuno alzi il telefono prima di te per chiamarti e vedervi, puoi pure morire.
Ne ho viste di tutti i colori in quest'anno assurdo e paradossale. E quindi vorrei dire a tutti quelli che ogni tanto si fanno prendere dalla nostalgia canaglia e fanno il pensiero di tornare: non lo fate! E se volete farlo, pensateci 100, 1000, 10000 volte, soprattutto se sapete fare qualcosa e nel posto in cui vivete ora tutto sommato le cose funzionano. Soprattutto se siete dei profondi disadattati come me.
L'accoglienza me la diede mia madre con un opportuno commento quale "che faccia sbattuta che hai!". Dopo tutto, che sarà mai stato smantellare 5 anni di vita nello stesso appartamento in pochi giorni a 2000 km di distanza, litigare col corriere, trascinare alle poste pacchi su pacchi, lasciare amici con cui hai diviso anche il sonno (sapendo che stavolta non ci sarà una prossima volta in cui tornerai a lungo), una città che adori e una vita piena? Per tornare dove? In un posto che hai fuggito 10 anni prima, un posto infame in cui se hai un briciolo di talento - un briciolo, eh! no assai - il massimo che puoi ottenere è l'invidia altrui. In cui se non appartieni "al bottone" puoi scordarti di avere aspirazioni. In cui fare tutto diventa una quotidiana lotta per la sopravvivenza. In cui tutti fanno gli amiconi, ma se aspetti che qualcuno alzi il telefono prima di te per chiamarti e vedervi, puoi pure morire.
Ne ho viste di tutti i colori in quest'anno assurdo e paradossale. E quindi vorrei dire a tutti quelli che ogni tanto si fanno prendere dalla nostalgia canaglia e fanno il pensiero di tornare: non lo fate! E se volete farlo, pensateci 100, 1000, 10000 volte, soprattutto se sapete fare qualcosa e nel posto in cui vivete ora tutto sommato le cose funzionano. Soprattutto se siete dei profondi disadattati come me.
sabato 28 settembre 2013
L'ef.bi.ai di paese
No, questa ve la devo raccontare, perché quando l'ho vissuta pensavo di essere un alieno capitato per sbaglio nel posto in cui ero.
Ma andiamo con ordine.
Venerdi' della settimana scorsa: dopo una notte a Orly e un aereo all'alba, arrivo al mio ridente paese natale. Causa matrimonio in famiglia il giorno dopo, avevo prenotato una seduta di restauro dall'estetista di fiducia, per tentare di salvare il salvabile. Mentre quella fissata dell'estetista mi abbelliva i piedini - che erano ancora tutti interi, ma questo è un altro discorso - driiiin driiiin... arriva una telefonata. Dopo qualche scambio di battute tra la fissata e la donna misteriosa all'altro capo del filo, capisco che si parla di me. Sfodero una delle mie migliori faccine perplesse e provo a protestare con la fissata: "ma forse vorrà parlare con mia zia..." (mia zia ha un nome molto simile al mio, solo con 3 lettere in più). E invece no: la tizia vuole proprio parlare con me. Me la passa. Io, in preda a mille punti interrogativi, prendo la telefonata:
- Si'?
- Buongiorno, formichina? Noi non ci conosciamo, io mi chiamo G.P. e sono amica della sorella del marito di tua zia (sempre quella con le 3 lettere in più nel nome).
- Ah, mi dica.
- Ma tu sei la sorella di C.?
- No, sono la nipote di C. Signora, ma lei è davvero sicura che vuole parlare con me e non con mia zia?
- Voglio parlare con te. Sei la figlia del signore della panetteria?
- (.....) si', sono io.
- Bene, tu stai a Parigi, vero?
- Si', perché?
- Ah, e cosa fai a Parigi, lavori?
- (penso: oddio, ma quando finisce 'sto terzo grado? chi è questa? e che vuole da me?) Cerco lavoro per ora.
- Ah, e fino a quando rimani?
- Signora, non lo so, dipende.
- No, ti spiego, è per la figlia di una mia amica, che viene a Parigi a inizio dell'anno prossimo... le sto cercando un contatto come appoggio là.
- (ci risiamo: un'altra che mi ha preso per un'agenzia immobiliare) Ma cerca una casa questa ragazza?
- No no, era giusto per compagnia, perché parte da sola... ma se tu non ci sarai più, forse non so se è il caso. Ma quindi fino a quando resti? Resterai?
- (comincio ad alterarmi) Signora, ma come faccio a dirle cose che non so io per prima?!
- Vabbè, posso comunque dare il tuo contatto a questa ragazza? Poi se non sarai più a Parigi non fa niente...
- (profondo respiro) Sisi', non c'è problema, questo è il mio numero, poi si vedrà più in là. Arrivederci, eh.
Cioè, io non so se vi rendete conto del grado di sofisticazione della cosa. Ricostruendo l'accaduto: la sorella del marito di mia zia dice alla sua amica che conosce una a Parigi (io). Quella scema dell'estetista fa la soffiata a entrambe circa il mio passaggio in sala restauro. Madame ef.bi.ai, con la prontezza di un avvoltoio, telefona all'estetista all'ora del mio appuntamento e mi bracca, fregandosene altamente del mio momento di relax dopo aver passato la notte sulle poltroncine di Orly e del fatto che magari non mi andava di farmi fare il terzo grado da una persona che manco conosco. Ma sono io troppo bacchettona o è la gente che è troppo invadente?
En tout cas, dite all'ef.bi.ai che le prossime reclute le venga a cercare al mio paese: una proposta ce l'ho già.
Ma andiamo con ordine.
Venerdi' della settimana scorsa: dopo una notte a Orly e un aereo all'alba, arrivo al mio ridente paese natale. Causa matrimonio in famiglia il giorno dopo, avevo prenotato una seduta di restauro dall'estetista di fiducia, per tentare di salvare il salvabile. Mentre quella fissata dell'estetista mi abbelliva i piedini - che erano ancora tutti interi, ma questo è un altro discorso - driiiin driiiin... arriva una telefonata. Dopo qualche scambio di battute tra la fissata e la donna misteriosa all'altro capo del filo, capisco che si parla di me. Sfodero una delle mie migliori faccine perplesse e provo a protestare con la fissata: "ma forse vorrà parlare con mia zia..." (mia zia ha un nome molto simile al mio, solo con 3 lettere in più). E invece no: la tizia vuole proprio parlare con me. Me la passa. Io, in preda a mille punti interrogativi, prendo la telefonata:
- Si'?
- Buongiorno, formichina? Noi non ci conosciamo, io mi chiamo G.P. e sono amica della sorella del marito di tua zia (sempre quella con le 3 lettere in più nel nome).
- Ah, mi dica.
- Ma tu sei la sorella di C.?
- No, sono la nipote di C. Signora, ma lei è davvero sicura che vuole parlare con me e non con mia zia?
- Voglio parlare con te. Sei la figlia del signore della panetteria?
- (.....) si', sono io.
- Bene, tu stai a Parigi, vero?
- Si', perché?
- Ah, e cosa fai a Parigi, lavori?
- (penso: oddio, ma quando finisce 'sto terzo grado? chi è questa? e che vuole da me?) Cerco lavoro per ora.
- Ah, e fino a quando rimani?
- Signora, non lo so, dipende.
- No, ti spiego, è per la figlia di una mia amica, che viene a Parigi a inizio dell'anno prossimo... le sto cercando un contatto come appoggio là.
- (ci risiamo: un'altra che mi ha preso per un'agenzia immobiliare) Ma cerca una casa questa ragazza?
- No no, era giusto per compagnia, perché parte da sola... ma se tu non ci sarai più, forse non so se è il caso. Ma quindi fino a quando resti? Resterai?
- (comincio ad alterarmi) Signora, ma come faccio a dirle cose che non so io per prima?!
- Vabbè, posso comunque dare il tuo contatto a questa ragazza? Poi se non sarai più a Parigi non fa niente...
- (profondo respiro) Sisi', non c'è problema, questo è il mio numero, poi si vedrà più in là. Arrivederci, eh.
Cioè, io non so se vi rendete conto del grado di sofisticazione della cosa. Ricostruendo l'accaduto: la sorella del marito di mia zia dice alla sua amica che conosce una a Parigi (io). Quella scema dell'estetista fa la soffiata a entrambe circa il mio passaggio in sala restauro. Madame ef.bi.ai, con la prontezza di un avvoltoio, telefona all'estetista all'ora del mio appuntamento e mi bracca, fregandosene altamente del mio momento di relax dopo aver passato la notte sulle poltroncine di Orly e del fatto che magari non mi andava di farmi fare il terzo grado da una persona che manco conosco. Ma sono io troppo bacchettona o è la gente che è troppo invadente?
En tout cas, dite all'ef.bi.ai che le prossime reclute le venga a cercare al mio paese: una proposta ce l'ho già.
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domenica 28 ottobre 2012
A verbale
(Avviso ai naviganti: la conversazione riportata qui sotto è realmente avvenuta tra la Schwester, vittima di un furto in quel di Valencia, e il carabiniere di turno alla caserma del nostro paese)
- Dov'è accaduto il furto?
- In Spagna, a Valencia.
- Vabbuo', solo Spagna va bene... Ora e luogo?
- Erano le 2 di notte ed ero in spiaggia, precisamente alla playa Malvarosa!
- Tu vai a ffà 'a festa e lass' a borza sott'ombrellone!
- Ma non c'era l'ombrellone, erano le due di notte.
Dopo varie supposizioni di scenari di furto, il verbale è finalmente compilato. E recita testualmente: "Mi trovavo in spiaggia alla paia Malva rosa e mi accorgevo con mio stupore che ignoti mi asportavano la mia borsa".
Meno male che in questo mondo precario almeno l'ignoranza è nei secoli fedele...
- Dov'è accaduto il furto?
- In Spagna, a Valencia.
- Vabbuo', solo Spagna va bene... Ora e luogo?
- Erano le 2 di notte ed ero in spiaggia, precisamente alla playa Malvarosa!
- Tu vai a ffà 'a festa e lass' a borza sott'ombrellone!
- Ma non c'era l'ombrellone, erano le due di notte.
Dopo varie supposizioni di scenari di furto, il verbale è finalmente compilato. E recita testualmente: "Mi trovavo in spiaggia alla paia Malva rosa e mi accorgevo con mio stupore che ignoti mi asportavano la mia borsa".
Meno male che in questo mondo precario almeno l'ignoranza è nei secoli fedele...
martedì 24 gennaio 2012
L'Italia che piace
Vivere all'estero comporta, per forza di cose, non riuscire a seguire tutto tutto tutto quello che succede nel proprio Paese. Paradossalmente, spesso si è più informati di chi dallo "stivaletto" non si è mosso. E ad ogni modo, se ci si perde qualcosa, ci pensano gli amici informati a farlo sapere anche a te.
Bene, la notizia del giorno è che se cliccate su www.fiatpanda.it potete ammirare il nuovo spot che i marchionneboys hanno realizzato per il lancio della nuova Panda, "l'Italia che ci piace". Bisogna essere dei geni - del male, certo - ad aver pensato a una cosa del genere, subdola e canzonatoria quanto basta.
Questo il testo (sono io che sottolineo): "Ma quante Italie conosciamo? Quella dell'arte, quella della grande inventiva, quella del talento costruttivo, quella del Paese pittoresco, quella dei giovani che cercano un futuro o quella capace di grandi imprese industriali? Noi possiamo scegliere quale Italia essere, è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell'immagine che ci vogliono dare. Questo momento è quello di ripartire, ripartire nell'unico modo che conosciamo: con il nostro lavoro e mettendoci alla prova. Perché in Italia, ogni giorno, c'è qualcuno che si sveglia, e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto, la voglia di costruire una cosa ben fatta. Le cose che costruiamo ci rendono cio' che siamo. Nuova Fiat Panda: questa è l'Italia che piace." Letto da una voce maschile decisa e quasi intimidatoria, mentre sullo schermo sfilano scene di vita in fabbrica, un Pulcinella in un teatro, la Pietà di Michelangelo e una macchinina che passando per il golfo di Napoli arriva allo svincolo di una superstrada e sceglie di proseguire - udite udite -per Pomigliano sud.
La macchinina va a Pomigliano d'Arco, il mio paese. Quello del braccio di ferro tra Marchionne e la Fiat sul contratto nazionale. Quello dove bisognava produrre la Panda, appunto, e poi non se n'è saputo più nulla. Dove chi lavorava in fabbrica ora è a cassa integrazione, quando va bene, dove i negozi chiudono uno dietro l'altro, mentre continuano ad aprire supermercati dello stesso proprietario, anzi degli stessi due proprietari e per loro sembra che la crisi non esista. Un paese mesto e depresso, dove un ragazzo di 25 anni si avvilisce perché evidentemente essere onesto, lavorare duramente e nel pieno rispetto di regole e leggi non fa molto "Italia che piace".
Bene, la notizia del giorno è che se cliccate su www.fiatpanda.it potete ammirare il nuovo spot che i marchionneboys hanno realizzato per il lancio della nuova Panda, "l'Italia che ci piace". Bisogna essere dei geni - del male, certo - ad aver pensato a una cosa del genere, subdola e canzonatoria quanto basta.
Questo il testo (sono io che sottolineo): "Ma quante Italie conosciamo? Quella dell'arte, quella della grande inventiva, quella del talento costruttivo, quella del Paese pittoresco, quella dei giovani che cercano un futuro o quella capace di grandi imprese industriali? Noi possiamo scegliere quale Italia essere, è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell'immagine che ci vogliono dare. Questo momento è quello di ripartire, ripartire nell'unico modo che conosciamo: con il nostro lavoro e mettendoci alla prova. Perché in Italia, ogni giorno, c'è qualcuno che si sveglia, e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto, la voglia di costruire una cosa ben fatta. Le cose che costruiamo ci rendono cio' che siamo. Nuova Fiat Panda: questa è l'Italia che piace." Letto da una voce maschile decisa e quasi intimidatoria, mentre sullo schermo sfilano scene di vita in fabbrica, un Pulcinella in un teatro, la Pietà di Michelangelo e una macchinina che passando per il golfo di Napoli arriva allo svincolo di una superstrada e sceglie di proseguire - udite udite -per Pomigliano sud.
La macchinina va a Pomigliano d'Arco, il mio paese. Quello del braccio di ferro tra Marchionne e la Fiat sul contratto nazionale. Quello dove bisognava produrre la Panda, appunto, e poi non se n'è saputo più nulla. Dove chi lavorava in fabbrica ora è a cassa integrazione, quando va bene, dove i negozi chiudono uno dietro l'altro, mentre continuano ad aprire supermercati dello stesso proprietario, anzi degli stessi due proprietari e per loro sembra che la crisi non esista. Un paese mesto e depresso, dove un ragazzo di 25 anni si avvilisce perché evidentemente essere onesto, lavorare duramente e nel pieno rispetto di regole e leggi non fa molto "Italia che piace".
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mercoledì 12 ottobre 2011
La Padania non esiste
Questo è l'ultimo "snack" di Cogito Ergo Sud. Trovate qui tutte le informazioni su questo progetto, che mi piace assai assai assai. Vi consiglio di dare un'occhiata agli snack, quando avete tempo: sono mervaigliosi! Poi se avete problemi col napoletano, vi aiuta la vostra formichina. Buona giornata!
domenica 4 settembre 2011
Pensieri a mollo
n°1: sono bastate 24h per far cambiare colore alla mia pelle e passare dal grigio spento a un caldo ambrato, quasi birra doppio malto. ogni anno mi riprometto di cercare di abbronzarmi anche d'inverno, ché con questo colore sono più carina e anche più ottimista, ma poi non lo faccio mai. e forse è giusto che sia cosi', perché di abbronzatura vera ce n'è una sola, ed è quella che ti conquisti stando una giornata intera in spiaggia, spalmandoti di crema e cambiando posizione mille volte, mentre la brezza ti culla dolcemente. quella che scopri con l'entusiasmo di un bambino quando dopo la doccia, quasi per miracolo, appare il segno del costume.
n°2: il Cilento è una terra meravigliosa, che cerca di resistere all'avanzare della cosidetta "civiltà". un po' aspra, ma generosa: ulivi, fichi, uva, fichi d'india. ha il sapore e la lentezza delle cose di una volta, è ancora una terra di vecchi. mi viene in mente quanto lo detestavo da piccola, perché "non c'era niente". nel libro di Vecchioni che sto leggendo ho trovato una frase che mi è piaciuta molto: "la lentezza è sinonimo di civiltà". stiamo andando troppo veloce, questa cosa non mi piace.
n°3: bisogna stare sereni e volersi bene, per accettare di più gli altri. perché la perfezione non è di questa Terra, e forse neanche del Cielo, se esistono mosche, zanzare e borghezio.
n°4: sento la necessità di imparare a fare qualcosa di nuovo. magari quest'inverno mi iscrivo a un corso di fotografia o di ballo.
n°5: potevo andare in vacanza in Egitto o in Grecia; ma ho scelto di venire qui. avevo bisogno di recuperare il legame con la mia terra, di guardare i suoi colori, inspirare profondamente i suoi profumi, avere a che fare con la mia gente, sentirla parlare nella mia lingua.
n°6: sarà stata una buona scelta quella di restare a Parigi? vediamo come si mettono le cose al mio ritorno...
n°7: un mese a casa è troppo, se non se ne ha più l'abitudine. è per questo che bisogna partire ogni tanto, per ricominciare ad amare le persone importanti della nostra vita.
n°2: il Cilento è una terra meravigliosa, che cerca di resistere all'avanzare della cosidetta "civiltà". un po' aspra, ma generosa: ulivi, fichi, uva, fichi d'india. ha il sapore e la lentezza delle cose di una volta, è ancora una terra di vecchi. mi viene in mente quanto lo detestavo da piccola, perché "non c'era niente". nel libro di Vecchioni che sto leggendo ho trovato una frase che mi è piaciuta molto: "la lentezza è sinonimo di civiltà". stiamo andando troppo veloce, questa cosa non mi piace.
n°3: bisogna stare sereni e volersi bene, per accettare di più gli altri. perché la perfezione non è di questa Terra, e forse neanche del Cielo, se esistono mosche, zanzare e borghezio.
n°4: sento la necessità di imparare a fare qualcosa di nuovo. magari quest'inverno mi iscrivo a un corso di fotografia o di ballo.
n°5: potevo andare in vacanza in Egitto o in Grecia; ma ho scelto di venire qui. avevo bisogno di recuperare il legame con la mia terra, di guardare i suoi colori, inspirare profondamente i suoi profumi, avere a che fare con la mia gente, sentirla parlare nella mia lingua.
n°6: sarà stata una buona scelta quella di restare a Parigi? vediamo come si mettono le cose al mio ritorno...
n°7: un mese a casa è troppo, se non se ne ha più l'abitudine. è per questo che bisogna partire ogni tanto, per ricominciare ad amare le persone importanti della nostra vita.
martedì 23 agosto 2011
Una capatina
Eccomi qua, sono tornata oggi pomeriggio. Che bello trovare le vostre antennine! :)
Sono stati giorni belli e intensi, a nuotare, spalmarci la crema a vicenda e ridere, ridere, ridere ancora. Avere come unica preoccupazione la messa a punto di una strategia per assaggiare tutti i piatti del menù di Girone, di cui vi parlerò (c'è una paginetta già scritta nel mio Moleskine).
Mi ero portata Le parole non le portano le cicogne di Vecchioni, ma ne ho letto un solo capitolo. Il mio massimo sforzo intellettuale è stato sfogliare Vanity fair, che credo possa meritare giustamente il titolo di miglior settimanale femminile in Italia. Sono stata proprio brava, stando lontana dalle edicole e dalle brutte notizie. Ho persino resistito alla tentazione di fregare Repubblica ai vicini di ombrellone... L'unica volta che ho provato a parlare di politica e affini con la mia sosia sono stata punita dal sole di Procida con una bella scottatura su spalle e décolleté. Da quel momento in poi gli argomenti di conversazione sono stati lo smalto, lo yoga, il pilates e il meraviglioso mondo di Groupon, fatto di 3 cerette a 19 euri e di 10 sedute di pressoterapia a 59, in cui mi tufferò presto.
Dovrete aspettare un po' per racconti e qualche scatto, domani riparto per altri 4 giorni: altro giro, altro mare. Stay tuned!
Sono stati giorni belli e intensi, a nuotare, spalmarci la crema a vicenda e ridere, ridere, ridere ancora. Avere come unica preoccupazione la messa a punto di una strategia per assaggiare tutti i piatti del menù di Girone, di cui vi parlerò (c'è una paginetta già scritta nel mio Moleskine).
Mi ero portata Le parole non le portano le cicogne di Vecchioni, ma ne ho letto un solo capitolo. Il mio massimo sforzo intellettuale è stato sfogliare Vanity fair, che credo possa meritare giustamente il titolo di miglior settimanale femminile in Italia. Sono stata proprio brava, stando lontana dalle edicole e dalle brutte notizie. Ho persino resistito alla tentazione di fregare Repubblica ai vicini di ombrellone... L'unica volta che ho provato a parlare di politica e affini con la mia sosia sono stata punita dal sole di Procida con una bella scottatura su spalle e décolleté. Da quel momento in poi gli argomenti di conversazione sono stati lo smalto, lo yoga, il pilates e il meraviglioso mondo di Groupon, fatto di 3 cerette a 19 euri e di 10 sedute di pressoterapia a 59, in cui mi tufferò presto.
Dovrete aspettare un po' per racconti e qualche scatto, domani riparto per altri 4 giorni: altro giro, altro mare. Stay tuned!
mercoledì 22 giugno 2011
Sembra ieri
Sembra ieri che aprivo la busta e leggevo le tracce del tema. In barba a tutte le previsioni, era uscito Pavese per l'analisi del testo, distruggendo il mio fermo proposito "faro' l'analisi del testo, cascasse il mondo".
Non sapevo niente di Pavese, ne so poco ancora oggi. Ci avevo pure provato, ma poi avevo desistito ed ero passata ad altro. Ovvero: saggio breve sul "valore sociale e politico della piazza", scartando il tema storico sulle donne e l'articolo di giornale sugli OGM o quelque chose comme ça.
Sembra ieri che esultavo perché il testo da analizzare alla prova d'inglese era l'incipit di 1984 che conoscevo bene. O che ritagliavo le fotocopie rimpicciolite del libro di fisica e le nascondevo nel dizionario di tedesco per la terza prova.
Mi ricordo della cartucciera di Pina, con un centinaio di temi. Me n'ero fatta prestare una anch'io da mio cugino Francesco, l'avevo foderata di testi di D'annunzio, che manco avevamo fatto. Mi ricordo il prof. esterno d'italiano che leggeva Repubblica, il cellulare da lasciare sulla cattedra. Il caldo intenso di giugno, l'ansia delle ore che passavano troppo veloci, le mamme ad aspettarci fuori la Matilde Serao.
E poi della semi-sbronza da sangria il sabato dopo i primi due scritti, da Ciruzzo Berlin. Mi ricordo di quando ho rapito per un pomeriggio Maria Laura, per farmi spiegare la mitosi e la meiosi, che nella mia testa proprio non entravano. Mi ricordo i cazziatoni di mia madre, che ogni tanto faceva irruzione nella mia stanza per intimarmi di uscire a prendere una boccata d'aria. Ricordo pure di quando mi ha costretta ad andare dal parrucchiere, che sembravo "una scippata" (testuali parole).
Ricordo dell'ora e venti del colloquio, della mia magliettina rossa che da quel giorno in poi avevo usato per tutti gli esami all'università. Della delusione al momento di fisica: tutti avevano portato un argomento a piacere, cosi' mi ero preparata la pila di Volta, che mi era parsa l'unica cosa interessante in due anni. Ma il tizio volle sapere qualcosa di più sulla prima legge di Ohm, visto che nel compito l'avevo appena enunciata. Non lo feci neanche allora, non la sapevo. Quando qualcosa non mi piaceva, non la studiavo. Ho sempre risolto il problema cosi'. Mi ricordo di mia madre che assisteva al colloquio dal corridoio, perché non avevo voluto farla entrare.
Mi sembra ieri, invece sono passati già dieci anni. E se penso che oggi potrei essere in una commissione d'esame, ma dall'altra parte della cattedra, mi vengono i brividi.
Non sapevo niente di Pavese, ne so poco ancora oggi. Ci avevo pure provato, ma poi avevo desistito ed ero passata ad altro. Ovvero: saggio breve sul "valore sociale e politico della piazza", scartando il tema storico sulle donne e l'articolo di giornale sugli OGM o quelque chose comme ça.
Sembra ieri che esultavo perché il testo da analizzare alla prova d'inglese era l'incipit di 1984 che conoscevo bene. O che ritagliavo le fotocopie rimpicciolite del libro di fisica e le nascondevo nel dizionario di tedesco per la terza prova.
Mi ricordo della cartucciera di Pina, con un centinaio di temi. Me n'ero fatta prestare una anch'io da mio cugino Francesco, l'avevo foderata di testi di D'annunzio, che manco avevamo fatto. Mi ricordo il prof. esterno d'italiano che leggeva Repubblica, il cellulare da lasciare sulla cattedra. Il caldo intenso di giugno, l'ansia delle ore che passavano troppo veloci, le mamme ad aspettarci fuori la Matilde Serao.
E poi della semi-sbronza da sangria il sabato dopo i primi due scritti, da Ciruzzo Berlin. Mi ricordo di quando ho rapito per un pomeriggio Maria Laura, per farmi spiegare la mitosi e la meiosi, che nella mia testa proprio non entravano. Mi ricordo i cazziatoni di mia madre, che ogni tanto faceva irruzione nella mia stanza per intimarmi di uscire a prendere una boccata d'aria. Ricordo pure di quando mi ha costretta ad andare dal parrucchiere, che sembravo "una scippata" (testuali parole).
Ricordo dell'ora e venti del colloquio, della mia magliettina rossa che da quel giorno in poi avevo usato per tutti gli esami all'università. Della delusione al momento di fisica: tutti avevano portato un argomento a piacere, cosi' mi ero preparata la pila di Volta, che mi era parsa l'unica cosa interessante in due anni. Ma il tizio volle sapere qualcosa di più sulla prima legge di Ohm, visto che nel compito l'avevo appena enunciata. Non lo feci neanche allora, non la sapevo. Quando qualcosa non mi piaceva, non la studiavo. Ho sempre risolto il problema cosi'. Mi ricordo di mia madre che assisteva al colloquio dal corridoio, perché non avevo voluto farla entrare.
Mi sembra ieri, invece sono passati già dieci anni. E se penso che oggi potrei essere in una commissione d'esame, ma dall'altra parte della cattedra, mi vengono i brividi.
venerdì 10 giugno 2011
Scene da un matrimonio
Capelli semiraccolti, trucco discreto ma strategico, tubino aderente blu con fantasia marinara, giacca bianca dai bordini e bottoni dorati, sandali platino con tacco sottile e tanto di swaroski. Cosi' conciata, mi avvicino con fare disinvolto a uno dei tavoli del buffet, quello delle verdure. Mi giro un attimo a sinistra e scorgo - meraviglia delle meraviglie! - un banchetto con un ragazzo intento a tagliare pezzetti di carne rosa e grigi. Mi stupisco che non sia preso d'assalto, a differenza degli altri tavoli. Un giovane mussaiuolo* solitario, si direbbe.
Sotto il suo sguardo meravigliato e compiaciuto, gli porgo il piatto, indicandogli un angolino rimasto libero:
- Posso avere un po' di trippa, per favore?
Si rifiuta di aggiungerla alle altre cose, mi dà un piattino pulito e lo riempie di quella delizia grigia e dalla consistenza tutta particolare. Un pizzico di sale, un po' di limone e me ne torno al mio posto con questo trofeo sul palmo della mano sinistra.
Vengo accolta con giubilo dalla commensale alla mia destra, che trasmette prontamente notizia e piattino a due altre commensali del tavolo accanto.
Ne infilzo un pezzetto, lasciando affondare i denti della forchetta in quella vischiosità multistrato e poi ci affondo i miei, di denti. D-I-V-I-N-A.
Uomini, dormite sonni tranquilli: esistono ancora le donne autentiche, quelle che preferiscono la trippa al caviale e non si vergognano di darlo a vedere.
*Mussaiuolo: uomo addetto alla preparazione e alla vendita di "'o pere e 'o musso", piede e musetto, oltre che trippa e altre simili amenità, delizie del palato.
Sotto il suo sguardo meravigliato e compiaciuto, gli porgo il piatto, indicandogli un angolino rimasto libero:
- Posso avere un po' di trippa, per favore?
Si rifiuta di aggiungerla alle altre cose, mi dà un piattino pulito e lo riempie di quella delizia grigia e dalla consistenza tutta particolare. Un pizzico di sale, un po' di limone e me ne torno al mio posto con questo trofeo sul palmo della mano sinistra.
Vengo accolta con giubilo dalla commensale alla mia destra, che trasmette prontamente notizia e piattino a due altre commensali del tavolo accanto.
Ne infilzo un pezzetto, lasciando affondare i denti della forchetta in quella vischiosità multistrato e poi ci affondo i miei, di denti. D-I-V-I-N-A.
Uomini, dormite sonni tranquilli: esistono ancora le donne autentiche, quelle che preferiscono la trippa al caviale e non si vergognano di darlo a vedere.
*Mussaiuolo: uomo addetto alla preparazione e alla vendita di "'o pere e 'o musso", piede e musetto, oltre che trippa e altre simili amenità, delizie del palato.
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venerdì 27 maggio 2011
Pigrizia e pubblicità
Stamattina ho un discreto sfavamento, condito da mal di testa e cielo grigio. Ho avuto una nottata un po' agitata e una volta uscita dalla doccia, mi sono trovata un piccione in stanza (cheschifocheschifocheschifocheschifo).
Quindi oggi, un po' per pigrizia, un po' perché ho imparato che è meglio non scrivere quando non si è in vena, vi rimando a un articolo scritto da mio cuggino Dario, a Parigi come me. Parla della discarica di Chiaiano, di come stanno le cose, quello che (non) è stato fatto e molto altro ancora. Credo che sia una lucida analisi per illustrare il problema a chi non è di Napoli e dintorni e dai giornali e telegiornali ci capisce poco.
Eccolo. Poi mi dite se corrisponde un pochino a quello che vi avevano detto della cosa.
Quindi oggi, un po' per pigrizia, un po' perché ho imparato che è meglio non scrivere quando non si è in vena, vi rimando a un articolo scritto da mio cuggino Dario, a Parigi come me. Parla della discarica di Chiaiano, di come stanno le cose, quello che (non) è stato fatto e molto altro ancora. Credo che sia una lucida analisi per illustrare il problema a chi non è di Napoli e dintorni e dai giornali e telegiornali ci capisce poco.
Eccolo. Poi mi dite se corrisponde un pochino a quello che vi avevano detto della cosa.
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martedì 10 maggio 2011
A waste land?
Alberello da frutto (ciliegio?), Somma Vesuviana, primavera 2011.
Terra mia, terra mia
comm'è bell a la pensà
terra mia, terra mia
comm'è bell' a la guardà...
(Pino Daniele, Terra mia)
Se fosse possibile viverci con serenità, sarebbe l'unico posto al mondo in cui vorrei stare.
domenica 20 marzo 2011
Lettera alle persone che vivono nella criminalità
Preti, vescovi e cardinali, si sa, ci hanno ultimamente offerto spettacoli poco consoni all'abito e al messaggio che portano (scandali, pedofilia, inciuci con la politica, ecc, non devo stare a fare l'elenco, è sotto gli occhi di tutti). In qualità di cristiano-cattolica praticante mi sento spesso mal rappresentata da questo tipo di Chiesa, così lontana dalla gente e da chi l'ha fondata, e sono la prima ad indignarmi e a criticare. Di rimando, quando invece qualcuno di loro testimonia con coerenza e impegno la propria scelta di vita, non posso fare altro che rallgrarmene. Stasera, uscendo da messa qui a casa, mi sono fermata a leggere una lettera del vescovo della nostra diocesi, mons. Beniamino Depalma, rivolta a coloro che vivono nella criminalità e mi sono detta che è questa la Chiesa di cui voglio fare parte. Ve la copio qui sotto:
Ascoltate il cuore! - Lettera alle persone che vivono nella criminalità
Vorrei gridare,come fece Giovanni Paolo II in Sicilia: «Convertitevi!». Un urlo lancinante che ha segnato la mia esperienza di pastore. Allo stesso tempo, però, vorrei quasi sussurrarvi: «Un’altra vita è possibile… la felicità è una porta che può aprirsi anche per voi… il presunto coraggio di uccidere e fare del male può diventare vero coraggio, quello di dire la verità e fare verità dentro di sé…».
Si, voglio parlare con voi e a voi, alle persone che hanno fatto e fanno scelte criminali. Come ogni uomo e ogni donna, anche voi avete bisogno e diritto ad una parola chiara. Probabilmente mi risponderete, in dialetto: «Ma chi te l’ha chiesta? Fai il prete, pensa ai sacramenti…». Non m’importa: io voglio parlare lo stesso. Mi sono spesso rivolto alle istituzioni e alla gente. Questa volta, invece,mi rivolgo a voi. Perché siete voi, proprio voi, il punto.
Forse, se ciascuno di voi raccontasse la sua storia, emergerebbero tanti diversi profili. Chi è vissuto intriso di cultura camorristica, al punto da pensare che il mondo non possa che andare così, secondo la legge del più forte… chi si è sentito attratto da soldi facili e potere, chi ha sentito il “brivido” della violenza, chi ha inteso “farsi da solo”, chi ha preso questa strada come “ultima spiaggia” dopo aver cercato un lavoro legale, chi ha pensato di ribellarsi con la forza bruta dalla povertà… Vi dico, da pastore,che avrei non solo la curiosità,ma il desiderio di ascoltarle davvero queste storie.
Allo stesso tempo,però, sarebbe importante che voi ascoltaste altre storie. Quella di Mario,commerciante con moglie e tre figli,che ha chiuso per via delle vostre angherie e ora tira a campare tra mille umiliazioni e un senso profondo di fallimento, quella di Giuseppe, imprenditore che si è trasferito al Nord lasciando senza lavoro 50 persone della nostra terra, quella di centinaia e centinaia di persone uccise o ridotte a letto dai fumi tossici dei rifiuti sversati senza regole. Quella di Fabio, giovane laureato in Chimica con 110 e lode che non trova lavoro solo perché ha dignità e non è disposto a stare a regole ingiuste, spesso scritte da voi con la complicità della politica e dell'economia “legale”. Quella di Marina, che ogni pomeriggio passa la giornata alla finestra, a controllare i due figli adolescenti che giocano sotto casa, con l’ansia di evitare loro “brutti giri”. Vorrei che le ascoltaste, anche se già le conoscete. Insieme, queste storie dicono una sola cosa: quante sofferenze in questo nostro territorio! Quante lacrime, quante stragi di innocenti,quante paure per il presente e per il futuro!
Spesso noi meridionali – e sono certo anche voi – ci riempiamo la bocca dell’amore per la nostra terra. Ovunque proclamiamo il nostro senso di appartenenza. Una vittoria della squadra di calcio ci cambia la settimana. Ma se giorno per giorno la distruggiamo, questa terra, l’amore che proclamiamo è falso e ipocrita. È come dire di voler bene ad una donna che sta ferma immobile su una sedia, disponibile a farsi schiaffeggiare in ogni momento. È amore questo? No, è qualcosa di perverso e degradante. Stiamo sciupando una storia, una cultura, una terra, il patrimonio che ci è stato consegnato. Stiamo vanificando il dono stesso della vita.
In un famoso film americano, Bronx, una grande star di Hollywood, Robert De Niro, che interpreta il ruolo di un dignitoso conducente di autobus, così spiega al figlio cosa sono i delinquenti. «Sono talento sprecato, figliolo, ricorda, talento sprecato…».
Ecco, talento sprecato. Intelligenze sottratte ad una causa buona, e messa a servizio della peggiore delle cause. Mani strappate alla bellezza e consegnate alla bruttura. Piedi tolti da una strada dritta per attraversare un sentiero fangoso. E quello che più mi rattrista è che associate ai vostri gesti, alle vostre azioni, ai vostri comportamenti addirittura un senso religioso. No, questo no, non è plausibile. In nessun modo Dio approva l’omicidio di singole persone e di una collettività, la violenza, la superbia, l’ingiustizia, l’illegalità, il ricatto… E non sono grandi statue di santi, o sontuose offerte economiche o residui della superstizione popolare che vi fanno essere credenti autentici. Ve lo dico con tutta la chiarezza di cui sono capace! E mentre lo dico a voi, lo dico a tutto il popolo di Dio,ai fedeli laici, ai sacerdoti, ai religiosi: la vita criminale non è compatibile con la fede in Dio Padre!
Tante persone a volte mi dicono con senso di provocazione: «Padre, ma per 500 euro al mese non è meglio che faccio il camorrista?». «No! – rispondo d'impeto -. Se tu guadagni 500 euro è proprio per quel meccanismo perverso che la criminalità orienta, e che porta il debole a sopperire. Se passi dall’altra parte, domani tuo figlio ne guadagnerà 300…». Certo, facile parlare per un vescovo, uno che, come dite voi, «sta sempre chiuso in quel bel palazzo». Ma nemmeno questa considerazione mi fa desistere dal dire un'ultima cosa. Quando un uomo o una donna tornano a casa, di sera, è come se facessero i conti con la loro
giornata. È essenziale, per ciascuno di noi, poggiare la testa sul cuscino dicendo: «Ho fatto tutto quello che dovevo e potevo, e sono pronto a fare altrettanto domani…». Voi, se ci pensate, vi state negando la possibilità di un sonno sereno e giusto. E negandovelo, lo negate ai vostri cari. E, ormai, lo state negando a noi tutti.
Ecco, ora che con grande trepidazione vi ho detto quanto sentivo, anch’io posso poggiare la testa sul cuscino con il cuore più libero, ma non meno inquieto. Vi penso in case lussuose, in poveri appartamenti, in cella, per strada, in una masseria abbandonata. Prego perché la vostra conversione potrebbe essere la salvezza di questo popolo. In nome di Dio che ama la giustizia e la verità, recuperate la bellezza della vera umanità, con il vostro cambiamento interiore ridate speranza alla gente, recuperando il vostro senso della verità restituite un futuro sereno alle nostre città, al nostro sviluppo. Ho fiducia che anche in voi continui ad esserci il desiderio di altro, dell’altro e dell’Altro.
+ Beniamino Depalma
Arcivescovo - Vescovo di Nola
Ascoltate il cuore! - Lettera alle persone che vivono nella criminalità
Vorrei gridare,come fece Giovanni Paolo II in Sicilia: «Convertitevi!». Un urlo lancinante che ha segnato la mia esperienza di pastore. Allo stesso tempo, però, vorrei quasi sussurrarvi: «Un’altra vita è possibile… la felicità è una porta che può aprirsi anche per voi… il presunto coraggio di uccidere e fare del male può diventare vero coraggio, quello di dire la verità e fare verità dentro di sé…».
Si, voglio parlare con voi e a voi, alle persone che hanno fatto e fanno scelte criminali. Come ogni uomo e ogni donna, anche voi avete bisogno e diritto ad una parola chiara. Probabilmente mi risponderete, in dialetto: «Ma chi te l’ha chiesta? Fai il prete, pensa ai sacramenti…». Non m’importa: io voglio parlare lo stesso. Mi sono spesso rivolto alle istituzioni e alla gente. Questa volta, invece,mi rivolgo a voi. Perché siete voi, proprio voi, il punto.
Forse, se ciascuno di voi raccontasse la sua storia, emergerebbero tanti diversi profili. Chi è vissuto intriso di cultura camorristica, al punto da pensare che il mondo non possa che andare così, secondo la legge del più forte… chi si è sentito attratto da soldi facili e potere, chi ha sentito il “brivido” della violenza, chi ha inteso “farsi da solo”, chi ha preso questa strada come “ultima spiaggia” dopo aver cercato un lavoro legale, chi ha pensato di ribellarsi con la forza bruta dalla povertà… Vi dico, da pastore,che avrei non solo la curiosità,ma il desiderio di ascoltarle davvero queste storie.
Allo stesso tempo,però, sarebbe importante che voi ascoltaste altre storie. Quella di Mario,commerciante con moglie e tre figli,che ha chiuso per via delle vostre angherie e ora tira a campare tra mille umiliazioni e un senso profondo di fallimento, quella di Giuseppe, imprenditore che si è trasferito al Nord lasciando senza lavoro 50 persone della nostra terra, quella di centinaia e centinaia di persone uccise o ridotte a letto dai fumi tossici dei rifiuti sversati senza regole. Quella di Fabio, giovane laureato in Chimica con 110 e lode che non trova lavoro solo perché ha dignità e non è disposto a stare a regole ingiuste, spesso scritte da voi con la complicità della politica e dell'economia “legale”. Quella di Marina, che ogni pomeriggio passa la giornata alla finestra, a controllare i due figli adolescenti che giocano sotto casa, con l’ansia di evitare loro “brutti giri”. Vorrei che le ascoltaste, anche se già le conoscete. Insieme, queste storie dicono una sola cosa: quante sofferenze in questo nostro territorio! Quante lacrime, quante stragi di innocenti,quante paure per il presente e per il futuro!
Spesso noi meridionali – e sono certo anche voi – ci riempiamo la bocca dell’amore per la nostra terra. Ovunque proclamiamo il nostro senso di appartenenza. Una vittoria della squadra di calcio ci cambia la settimana. Ma se giorno per giorno la distruggiamo, questa terra, l’amore che proclamiamo è falso e ipocrita. È come dire di voler bene ad una donna che sta ferma immobile su una sedia, disponibile a farsi schiaffeggiare in ogni momento. È amore questo? No, è qualcosa di perverso e degradante. Stiamo sciupando una storia, una cultura, una terra, il patrimonio che ci è stato consegnato. Stiamo vanificando il dono stesso della vita.
In un famoso film americano, Bronx, una grande star di Hollywood, Robert De Niro, che interpreta il ruolo di un dignitoso conducente di autobus, così spiega al figlio cosa sono i delinquenti. «Sono talento sprecato, figliolo, ricorda, talento sprecato…».
Ecco, talento sprecato. Intelligenze sottratte ad una causa buona, e messa a servizio della peggiore delle cause. Mani strappate alla bellezza e consegnate alla bruttura. Piedi tolti da una strada dritta per attraversare un sentiero fangoso. E quello che più mi rattrista è che associate ai vostri gesti, alle vostre azioni, ai vostri comportamenti addirittura un senso religioso. No, questo no, non è plausibile. In nessun modo Dio approva l’omicidio di singole persone e di una collettività, la violenza, la superbia, l’ingiustizia, l’illegalità, il ricatto… E non sono grandi statue di santi, o sontuose offerte economiche o residui della superstizione popolare che vi fanno essere credenti autentici. Ve lo dico con tutta la chiarezza di cui sono capace! E mentre lo dico a voi, lo dico a tutto il popolo di Dio,ai fedeli laici, ai sacerdoti, ai religiosi: la vita criminale non è compatibile con la fede in Dio Padre!
Tante persone a volte mi dicono con senso di provocazione: «Padre, ma per 500 euro al mese non è meglio che faccio il camorrista?». «No! – rispondo d'impeto -. Se tu guadagni 500 euro è proprio per quel meccanismo perverso che la criminalità orienta, e che porta il debole a sopperire. Se passi dall’altra parte, domani tuo figlio ne guadagnerà 300…». Certo, facile parlare per un vescovo, uno che, come dite voi, «sta sempre chiuso in quel bel palazzo». Ma nemmeno questa considerazione mi fa desistere dal dire un'ultima cosa. Quando un uomo o una donna tornano a casa, di sera, è come se facessero i conti con la loro
giornata. È essenziale, per ciascuno di noi, poggiare la testa sul cuscino dicendo: «Ho fatto tutto quello che dovevo e potevo, e sono pronto a fare altrettanto domani…». Voi, se ci pensate, vi state negando la possibilità di un sonno sereno e giusto. E negandovelo, lo negate ai vostri cari. E, ormai, lo state negando a noi tutti.
Ecco, ora che con grande trepidazione vi ho detto quanto sentivo, anch’io posso poggiare la testa sul cuscino con il cuore più libero, ma non meno inquieto. Vi penso in case lussuose, in poveri appartamenti, in cella, per strada, in una masseria abbandonata. Prego perché la vostra conversione potrebbe essere la salvezza di questo popolo. In nome di Dio che ama la giustizia e la verità, recuperate la bellezza della vera umanità, con il vostro cambiamento interiore ridate speranza alla gente, recuperando il vostro senso della verità restituite un futuro sereno alle nostre città, al nostro sviluppo. Ho fiducia che anche in voi continui ad esserci il desiderio di altro, dell’altro e dell’Altro.
+ Beniamino Depalma
Arcivescovo - Vescovo di Nola
lunedì 14 marzo 2011
Il salone della simpatia
L'amico filologo mi ha portata ieri al Salon de la mer et de la vigne. Arrivati sul campo, abbiamo constatato che di mer ce n'era poco, a parte scatole di sardine improbabili (tipo al prosciutto affumicato), ostriche (che fanno schifo a entrambi) e rillettes di capesante, col 62% di capesante e il rimanente 38% di non si sa bene cosa. Di vigne invece ce n'era abbastanza. Tutto il resto, era molto poco mer e molto poco vigne: salumi, formaggi, dolci e fregature in varie salse.
Ma il Salon de la mer et de la vigne forse doveva chiamarsi le Salon de la Simpathie, con la S maiuscola. Uno simpatico davvero era Mimi la Brioche, personaggio al limite del surreale, sembrava uscito da un cartone animato: grembiulino, cappellino e grossi occhiali da miope portati un po' alla Nonna Papera. Decisamente omosessuale, deve aver flashato sull'amico filologo, ma non ci ha provato perché aveva capito fossimo insieme, infatti non ha fatto altro che chiamarci "les amoureux". A parte la brioche, fenomenale, la forza di Mimi la Brioche stava tutta nello slogan: "Soyez gonflés, osez la brioche". Un capolavoro dei doppi sensi, che il francese permette come poche altre lingue, credo.
Ma non è di Mimi la Brioche che voglio parlare. Voglio parlare di un cliente, di cui ignoro il nome ed è la sua fortuna. Era a uno stand di prodotti pugliesi con la moglie, per prendere dell'olio. Noi dietro di loro, ad aspettare pazientemente che si levassero di 'ulo. Al momento di pagare l'olio, il mangiaranocchie ha chiesto uno sconto (13 euri gli sembravano troppi) e la signora gli ha spiegato che non poteva.
Lo stronzodimmmerda, allora, si è lanciato in una tirade contro i terroni, cercando ogni tanto il mio sguardo in guisa di approvazione:
Ha subitaneamente cambiato espressione. Sua moglie, poverina, ha cercato di metterci una pezza a colori dicendo che il marito stava scherzando, che sono stati a Napoli, a Capri, che è un posto magnifico, oui, on a trop aimé.
Avrei potuto rispondergli a tono e se mi fossi lanciata, avrei finito mezz'ora dopo. Ma sono pur sempre una signora: mi è bastato fargli fare la figura di merda della sua vita...
* - ...perché voi, gli Italiani del Sud, siete tutti uguali, siete degli imbroglioni: i Napoletani, i Pugliesi, i Calabresi, i Siciliani...
- Ma anche basta: se permette, sono napoletana.
Ma il Salon de la mer et de la vigne forse doveva chiamarsi le Salon de la Simpathie, con la S maiuscola. Uno simpatico davvero era Mimi la Brioche, personaggio al limite del surreale, sembrava uscito da un cartone animato: grembiulino, cappellino e grossi occhiali da miope portati un po' alla Nonna Papera. Decisamente omosessuale, deve aver flashato sull'amico filologo, ma non ci ha provato perché aveva capito fossimo insieme, infatti non ha fatto altro che chiamarci "les amoureux". A parte la brioche, fenomenale, la forza di Mimi la Brioche stava tutta nello slogan: "Soyez gonflés, osez la brioche". Un capolavoro dei doppi sensi, che il francese permette come poche altre lingue, credo.
Ma non è di Mimi la Brioche che voglio parlare. Voglio parlare di un cliente, di cui ignoro il nome ed è la sua fortuna. Era a uno stand di prodotti pugliesi con la moglie, per prendere dell'olio. Noi dietro di loro, ad aspettare pazientemente che si levassero di 'ulo. Al momento di pagare l'olio, il mangiaranocchie ha chiesto uno sconto (13 euri gli sembravano troppi) e la signora gli ha spiegato che non poteva.
Lo stronzodimmmerda, allora, si è lanciato in una tirade contro i terroni, cercando ogni tanto il mio sguardo in guisa di approvazione:
- ...parce que vous, les Italiens du Sud, vous êtes tous pareils, vous êtes des escrocs: les Napolitains, les Pouillais, les Calabrais, les Siciliens...Ho aspettato che finissse di sfogarsi, annuendo ogni tanto col capo per incitarlo a continuare, dopodiché gli ho tirato fuori uno dei miei sguardi assassini riserva special e ho detto:
- C'est bon, monsieur, ça suffit: si vous permettez, je suis napolitaine*.
Ha subitaneamente cambiato espressione. Sua moglie, poverina, ha cercato di metterci una pezza a colori dicendo che il marito stava scherzando, che sono stati a Napoli, a Capri, che è un posto magnifico, oui, on a trop aimé.
Avrei potuto rispondergli a tono e se mi fossi lanciata, avrei finito mezz'ora dopo. Ma sono pur sempre una signora: mi è bastato fargli fare la figura di merda della sua vita...
* - ...perché voi, gli Italiani del Sud, siete tutti uguali, siete degli imbroglioni: i Napoletani, i Pugliesi, i Calabresi, i Siciliani...
- Ma anche basta: se permette, sono napoletana.
venerdì 11 marzo 2011
Sublimità
Spiaggia di Pozzovecchio, Procida, 16 agosto 2010.
Si è fermato un attimo, dopo tanto volare. Ha lasciato i suoi compagni di volo un po' più in là. Le zampe palmate in acqua, a rinfrescarsi un pochino. Lo sguardo in là, a scrutare il cielo oltre il costone di roccia.
Davanti a lui, il mare che si colora di rosa, man mano che il sole si scioglie.
martedì 31 agosto 2010
Barattoli
Mi sono alzata verso le 9, poco dopo ero in cucina. Mia sorella mi ha chiesto di dare un'occhiata al caffè. Allora sono uscita ad aspettare sul balcone, appoggiandomi al muretto, lo sguardo diretto di fronte. Gli occhi semiaperti, mi godevo le carezze del sole sulle guance, sul petto, sulle braccia. Mi godevo il miele dei miei capelli, riemerso sotto la patina grigia, il dorato del mio colorito. In quel momento ho pensato alla mia valigia blu, quella che mi porto dietro di solito. L'ho aperta con gli occhi e ho cominciato a sistemarci due, tre, quattro, cinque barattoli di vetro pieni di sole.
Lassù l'inverno sarà lungo e poco generoso. Mi godo gli ultimi giorni da principessa prima di ritrasformarmi in una formichina...
Lassù l'inverno sarà lungo e poco generoso. Mi godo gli ultimi giorni da principessa prima di ritrasformarmi in una formichina...
giovedì 15 luglio 2010
MMM: Mica Male Malaga.
Non è bella come Granada, anzi non ha proprio niente a che vedere. Malaga non sa molto di storia, è una città bambina cresciuta troppo in fretta.
Il centro è dominato dalla cattedrale barocca, ovunque ti giri ne scorgi un pezzo. C'è qualche bel palazzo, ma l'incanto dura poco: spesso il suo vicino è un capolavoro dell'architettura anni '70, "cemento è bello". Un po' come il Centro direzionale.
Ma Malaga ha il mare e, malgrado il porto, si può fare il bagno, non come a Calambrone, meta di un epico smarrimento con la Fra (" ti dò questa notizia in conclusione / per sbaglio son finita a Calambrone"). Calette di fronte a un lungomare costellato di bar e ristoranti. Dietro il lungomare, una stradina con due file di casette bianche, una di fronte all'altra. La strada è lontana, i bambini possono giocare tranquilli. Una volta doveva essere un villaggio di pescatori, convertito in fretta in paradiso turistico alla moda.
Sarà la mia mania di voler ritrovare sempre qualcosa di un altro dove, ma a tratti mi sembra la Calabria senza i napoletani...
Il centro è dominato dalla cattedrale barocca, ovunque ti giri ne scorgi un pezzo. C'è qualche bel palazzo, ma l'incanto dura poco: spesso il suo vicino è un capolavoro dell'architettura anni '70, "cemento è bello". Un po' come il Centro direzionale.
Ma Malaga ha il mare e, malgrado il porto, si può fare il bagno, non come a Calambrone, meta di un epico smarrimento con la Fra (" ti dò questa notizia in conclusione / per sbaglio son finita a Calambrone"). Calette di fronte a un lungomare costellato di bar e ristoranti. Dietro il lungomare, una stradina con due file di casette bianche, una di fronte all'altra. La strada è lontana, i bambini possono giocare tranquilli. Una volta doveva essere un villaggio di pescatori, convertito in fretta in paradiso turistico alla moda.
Sarà la mia mania di voler ritrovare sempre qualcosa di un altro dove, ma a tratti mi sembra la Calabria senza i napoletani...
martedì 13 luglio 2010
Granada
Non sono mai stata in Sicilia, ma per come me la immagino, deve somigliare da qualche parte a Granada, crocevia di Arabi e Cristiani, proprio come Otranto lo è tra Roma e l'Oriente bizantino.
Granada è chiese e piastrelle di mosaico, piazze ogni 50-100 metri con piante e fontane.
Granada è teli color sabbia tra un lato della strada e quell'altro, per proteggerti la testolina dal sole cocente.
Granada è leggere "benvenuto" sul viso di chi incroci, dei passanti a cui chiedi la strada e che ti accompagnano per farti vedere dov'è.
Questa gente porta impressa nei geni una lunga storia di tolleranza, di gomito a gomito con l'altro, il lontano, il diverso.
Sarà che ormai la mia quotidianeità è immancabilmente condita dalla scortesia dei Parigini, ma mi fa effetto. Mi viene in mente un manifesto che da un po' campeggia nelle stazioni RATP: "Tourism in France - The great welcome". Sottolinerei il great e il welcome. Se ne incontro il geniale ideatore, gli faccio una sonora risata in faccia...
Granada è chiese e piastrelle di mosaico, piazze ogni 50-100 metri con piante e fontane.
Granada è teli color sabbia tra un lato della strada e quell'altro, per proteggerti la testolina dal sole cocente.
Granada è leggere "benvenuto" sul viso di chi incroci, dei passanti a cui chiedi la strada e che ti accompagnano per farti vedere dov'è.
Questa gente porta impressa nei geni una lunga storia di tolleranza, di gomito a gomito con l'altro, il lontano, il diverso.
Sarà che ormai la mia quotidianeità è immancabilmente condita dalla scortesia dei Parigini, ma mi fa effetto. Mi viene in mente un manifesto che da un po' campeggia nelle stazioni RATP: "Tourism in France - The great welcome". Sottolinerei il great e il welcome. Se ne incontro il geniale ideatore, gli faccio una sonora risata in faccia...
lunedì 12 luglio 2010
En el bus Sevilla-Granada, 29 de junio 2010
Le autostrade sono tutte uguali, o almeno quelle del Sud. Forse è la lingua delle insegne che ti fa capire che sei da un’altra parte. Asfalto, lavori in corso e gli immancabili oleandri. Ogni tanto, campi coltivati.
Il paesaggio che riempie la distanza Siviglia-Granada mi ricorda un po’ le superstrade del Cilento, in particolare quella che collega Policastro a Buonabitacolo. L’avrò fatta centinaia di volte, soprattutto fuori stagione.
Mi aspettavo di vedere le “serre dello scandalo”, ma forse non è qua che devo cercarle. Il mio sguardo si perde invece in immensi campi di girasoli, sorprendentemente non bruciati dal sole, a differenza di quelli di un passaggio in Umbria d’una decina d’anni fa. Brillanti e fieri, mi fanno compagnia per diversi km.
Dopo un po’ decido che posso fare a meno dell’ipod, mi accoccolo sul sedile in dormiveglia. Qua e là, bocconi di conversazione in spagnolo. Davanti agli occhi della mente, un messaggino di parecchie vite fa: “Eres mi luz. Hasta pronto.”
Il paesaggio che riempie la distanza Siviglia-Granada mi ricorda un po’ le superstrade del Cilento, in particolare quella che collega Policastro a Buonabitacolo. L’avrò fatta centinaia di volte, soprattutto fuori stagione.
Mi aspettavo di vedere le “serre dello scandalo”, ma forse non è qua che devo cercarle. Il mio sguardo si perde invece in immensi campi di girasoli, sorprendentemente non bruciati dal sole, a differenza di quelli di un passaggio in Umbria d’una decina d’anni fa. Brillanti e fieri, mi fanno compagnia per diversi km.
Dopo un po’ decido che posso fare a meno dell’ipod, mi accoccolo sul sedile in dormiveglia. Qua e là, bocconi di conversazione in spagnolo. Davanti agli occhi della mente, un messaggino di parecchie vite fa: “Eres mi luz. Hasta pronto.”
domenica 27 giugno 2010
Pizzicà
A conclusione della settimana italiana che fanno ogni anno nel 13esimo arrondissement (adoro questa parola!), questa sera concerto dei Telamuré: pizzica salentina, un po' di musica calabrese, un po' di tammorra. "Tu vuò fà l'americano" di Carosone. Per quasi 3 ore viaggio da Paname a Terronia.
Una sagra di paese: vecchietti con la coppola, musica popolare, signore un po' attempate a lanciarsi "in pista". La pista: il pavé davanti alla mairie del 13esimo, place d'Italie. Un vecchietto spagnolo mi invita a ballare un valzer calabrese, accetto. Non mi era mai capitato in nessuna delle mie mille vite e feste di paese. Penso a questo mentre balliamo.
I Telamuré parlano un francese abbastanza pessimo, soprattutto per la fonetica. Sono giovani, ma parlano una lingua da emigranti. Ma sono grandiosi quando traducono i nomi delle canzoni direttamente dal dialetto al francese, senza passare per la zona franca dell'italiano.
Sul resto della piazza, gazebi bianchi di prodotti italiani: gelato, pasta, prelibatezze siciliane, dolcetti, caffè, limoncello. Ci fosse stata la bancarella coi lupini e col torrone, l'artificio sarebbe stato quasi perfetto.
Quasi perché il palco con gli artisti è troppo piccolo per imporsi sul resto, o forse è il resto ad essere troppo grande. 3 metri più indietro e hop! Nel mio campo visivo s'impongono le antenne del centro commerciale Italie 2, i grattacieli del quartiere cinese, la M gialla del metro.
Manca un ingrediente fondamentale della sagra di paese, che non è la bancarella del torrone. Piuttosto, la sensazione di essere in un posto dove il tempo s'è fermato.
Una sagra di paese: vecchietti con la coppola, musica popolare, signore un po' attempate a lanciarsi "in pista". La pista: il pavé davanti alla mairie del 13esimo, place d'Italie. Un vecchietto spagnolo mi invita a ballare un valzer calabrese, accetto. Non mi era mai capitato in nessuna delle mie mille vite e feste di paese. Penso a questo mentre balliamo.
I Telamuré parlano un francese abbastanza pessimo, soprattutto per la fonetica. Sono giovani, ma parlano una lingua da emigranti. Ma sono grandiosi quando traducono i nomi delle canzoni direttamente dal dialetto al francese, senza passare per la zona franca dell'italiano.
Sul resto della piazza, gazebi bianchi di prodotti italiani: gelato, pasta, prelibatezze siciliane, dolcetti, caffè, limoncello. Ci fosse stata la bancarella coi lupini e col torrone, l'artificio sarebbe stato quasi perfetto.
Quasi perché il palco con gli artisti è troppo piccolo per imporsi sul resto, o forse è il resto ad essere troppo grande. 3 metri più indietro e hop! Nel mio campo visivo s'impongono le antenne del centro commerciale Italie 2, i grattacieli del quartiere cinese, la M gialla del metro.
Manca un ingrediente fondamentale della sagra di paese, che non è la bancarella del torrone. Piuttosto, la sensazione di essere in un posto dove il tempo s'è fermato.
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