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giovedì 26 settembre 2013

Cose di Faro che mi sono piaciute

Gli enormi nidi di cicogna sull'Arco da Vila, le viuzze maiolicate della città vecchia, i pastel de nata, la possibilità di scegliere una porzione intera o una mezza porzione alla mensa dell'università, il caffè a 55 centesimi, il panino ai cereali del buffet dell'hotel, il gioco di luci al crepuscolo di ritorno dall'Ilha Deserta, i marosi dell'Oceano Atlantico, le rocce rosa, le cicogne sull'Arco da Vila, l'artigianato in sughero, la festa del Partido Socialista, o arroz doce, i galli portoghesi, il sorriso della signora della pastelària Cinderela, la semplicità delle persone, gli hibiscus e le bouganvillee, la palestra en plein air messa a disposizione dal comune, le conchiglie sulla spiaggia dell'Ilha Deserta, la sabbia doppia color del tufo, il vinho verde, il paté de sardinha, dire "obrigada" e "pastel de nata", la bellezza di Catherine, gli sguardi ammirati ma sempre composti degli uomini portoghesi, il negozio in cui ho comprato il Porto, le bustine dello zucchero coi fumetti Love is..., il sole caldo e avvolgente mentre a Parigi c'erano 10 gradi in meno, Jorge che canta il fado, un'altra settimana di sandali, i vecchietti per strada, da soli o in compagnia. E poi una bambina bruna sui 6-7 anni, che corre felice e grida di gioia sventolando la bandiera del Partido Socialista e a cui non ho voglia di fare una foto, perché sono sicura che non me la dimentichero' mai.

Viuzze del centro

Balli popolari alla festa del Partido Socialista

Tramonto dal battello del ritorno

martedì 27 dicembre 2011

Problemi facinorosi e traduzioni sportive

Cara la mia traduttrice di La fine del mondo e il paese delle meraviglie,
sicuramente non è da tutti tradurre dal giapponese e sei da encomiare per la costanza che hai messo nell'imparare questa lingua così affascinante e altra. Ora non so cosa facciano i problemi in Giappone, ma come ti è venuto in mente di scrivere che è INSORTO un problema??? Cos'ha fatto questo problema, una rivolta popolare, un attacco, una flash mob?

Anyway, ieri ho cominciato La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Murakami Haruki, su consiglio di un mio collega giapponese. Ho letto una 40ina di pagine, è molto più assurdo di Kafka sulla spiaggia e sono sicura che piacerebbe molto a informatici, matematici, fisici e altri nerd di varia fattura. Ve ne saprò dire davantage prossimamente.

Buona giornata, anche oggi c'è un sole magnifico, non c'ero più abituata...

giovedì 20 ottobre 2011

Regioni d'Italia, o i danni della lega nord

Sono quasi certa di non avervi ancora parlato del mio nuovo studente, un catalano purosangue a cui insegno l'italiano. Alto, bruno, occhio ceruleo: un gran bel pezzo di giovane, insomma. Fidanzatissimo, ovviamente, anzi di più: convive con la sua dolce metà nientemeno che a Fontainebleau (poi dici i casi della vita...). E quindi non si tocca, secondo il codice basic dell'etica formichese.
Allora stasera gli ho fatto fare il meteo: ho preso una scheda preparata 7 anni or sono per i miei pargoli di Fontainebleau con tanto di disegnini miei e gli ho stampato una cartina dell'Italia col meteo di oggi (veramente era di domani, ma abbiamo fatto finta che fosse di oggi).
Ma le cartine del meteo, si sa, sono solo piene di nuvolette, soli e fulmini, spazio per i nomi delle regioni non ce n'è. E quindi ho pensato che potevamo combinare le due cose e fare anche le regioni italiane.
Ho afferrato il pennarello rosso e ho conciato la lavagna cosi':

Nord

Centro

Sud

Isole

chiedendogli di riempire au fur et à mesure con le sue conoscenze.

- Allora, le regioni del Nord sono  Venezia-Giulia, Emilia-Romagna, Lombardia, Padania...
- Eh? Padania? Ma la Padania non esiste!!!
- Come no?
- Eh no, non esiste. Fa solo parte delle stronzate (si', gli ho proprio detto conneries) di un gruppo di esaltati. Esiste la pianura padana, quella si': è un enorme spazio verde intorno al fiume Po e attraversa varie regioni, ma non è una regione.

Ci è rimasto male, come un bambino che scopre che Babbo Natale non esiste. E mi ha chiesto scusa. Lui mi ha chiesto scusa.

martedì 15 marzo 2011

Abbiamo fatto 30...

Non ho avuto modo di fare le elementari in Francia, neanche da insegnante. Non vi posso quindi dire se i bimbi hanno una filastrocca dei mesi simile alla nostra:
30 giorni conta novembre,
con april, giugno e settembre.
Di 28 ce n'è uno,
tutti gli altri son 31! 
Da quanto ho potuto vedere, si direbbe di no...


L'ottico, per sottolineare la generosità dell'offerta, l'ha prolungata a oltranza...

N.B. per i non napoletani: è un nostro detto tipico "amma fatt' 30, facimme pure 31". Serve a dire che il grosso (del lavoro, dello sforzo o di quello che volete voi) è stato già fatto, e che una piccola, ulteriore quantità (di lavoro, di sforzo o di quello che volete voi) non costa nulla.

lunedì 31 gennaio 2011

Almeno l'itagliano sallo!

Sono cosciente che con quello che sto per scrivere potrei aggiudicarmi il Pignainculo Award 2011 pure se siamo appena al 31 gennaio, ma non posso proprio farne a meno. Sono anche perfettamente cosciente che i problemi dell'Italia di oggi sono ben altri, ma anche le migliaia di assassini della lingua italiana a piede libero lo sono. Vediamo se riusciamo a redimerne qualcuno con qualche semplice spiegazione, a rischio di farmi odiare dai 4 lettori che mi sono rimasti. Poi avro' i miei problemi con l'italiano anch'io, ma rispetto a quello che mi capita sotto gli occhi tutti i giorni, tra mail, feisbuc, sms e pagine web, sono bazzecole. E poi scusate, sono un'aspirante linguista e ho insegnato italiano a scuola, quindi è mio dovere farlo. Per questo post mi limito all'ortografia, altrimenti potrei stare a scrivere da qui a dopodomani mattina, e non mi pare il caso.
Ma andiamo con ordine.

Gli apostrofi sono un problema enorme, quando vanno messi e quando no? Vediamo caso per caso, a cominciare dalle cose semplici:

UN : l'articolo indeterminativo un, maschile singolare, non si apostrofa mai davanti a vocale. Se scrivete che avete un'ospite, significa che il vostro ospite è donna. Solo una si apostrofa.Per lo spesso motivo, non si apostrofano né nessuno, né qualcuno. Nessun altro, qualcun altro.

QUALE: l'aggettivo interrogativo quale è una parola tronca, non si apostrofa mai. Ma proprio mai mai mai. Anche molti giornalisti sembrano ignorarlo, ma voi fidatevi di formichina dalla penna rossa: si scrive qual è, non qual'è.

PO': quando scrivete un po', sulla o non ci va l'accento, ma ci vuole l'apostrofo: è un'elisione. Abbiate un po' di pazienza!

Siamo D'ACCORDO finora? Notate bene: d'accordo, con l'apostrofo: perché è la preposizione di più il sostantivo accordo. Qua l'apostrofo ci vuole assolutamente, daccordo è un'altra creatura cernobyliana che popola pagine e pagine del web e non solo.

Casi più complessi (qua ci vuole un po' più di pazienza):

GLIELO e GLIEL'HO: glielo è un pronome, composto da glie e lo, e che fino a qualche decennio fa si scriveva separatamente (se non ci credete, leggete Calvino). Gliel'ho invece, oltre al pronome, contiene anche il verbo avere alla prima persona singolare.  Piccolo trucchetto: se siete percorsi dal dubbio amletico tra questi due che si somigliano ma non troppo, sappiate che se dopo c'è un participio passato, come detto, fatto, scritto, è matematicamente impossibile che ci voglia glielo. Ci va per forza gliel'ho, non ci sono santi. Glielo si usa solo con tempi semplici: presente, imperfetto, passato remoto e futuro. Gliel'ho solo col passato prossimo. Stesso discorso per la coppia di finte gemelline gliela e gliel'ha. E la stessa cosa vale pure per le due coppie lo e l'ho e la e l'ha. Ah, e dato che è notizia del giorno, sappiate che invece glielò, con l'accento sulla o, non esiste in natura, come i nasci (innesto fra la mela e la pera, inodore e insapore), solo che è un po' più aberrante. 


C'ENTRA e CENTRA: c'entra è il pronome ce più il verbo entrare. Centra, invece, è la terza persona singolare del presente del verbo centrare (= colpire al centro, fare centro). Se dite che una persona c'entra, vuol dire che è coinvolta in una data situazione, che c'azzecca, per dirla alla Di Pietro (tanto per citare un assassino celebre). Se poi invece questa persona centra, allora probabilmente o gioca a basket o è particolarmente intuitiva e centra le questioni, appunto. Di solito dopo centra, senz'apostrofo, ci vuole sempre un sostantivo, visto che centrare è un verbo transitivo. Stessa differenza tra l'io c'entro dei manifesti di Casini (e meno male che lo sa!) e io centro il canestro. 


CE N'E' e CE NE: ce n'è è una sequenza di pronome, altro pronome e verbo essere. Ce ne, invece, sono due pronomi, ci manca il verbo essere. Prendiamo due frasi per spiegare meglio la differenza:
- Tesssooooro, abbiamo ancora latte?
- Si', ce n'è ancora.
- Tesssooooro, e biscotti invece?
- No, biscotti, non ce ne sono più. 

E per sdrammatizzare (ma non troppo), una chicca rinvenuta su feisbuc:



mercoledì 26 gennaio 2011

'A ciorta

L'altra sera, mentre traducevo il testo di 'O sciore e 'o viento, mi sono soffermata un attimo con un mezzo sorriso quasi beffardo sulla parola ciorta, che ho reso con fortuna. Mentre le mie dita digitavano fortuna, scuotevo la testa e mi dicevo che ero stata un po' ladra, passando sotto silenzio il peso di questa parola. Ma non potevo mettermi a fare una disquisizione di linguistica nel mezzo della poesia, quindi lo faccio ora.

Allora: 'a ciorta è una parola che racchiude in sé un modo di vedere e di vivere dei Napoletani. E' la fortuna, si', ma non solo. E' anche il destino, qualcosa che tu non ti scegli ma che aspetti. Se conoscete la canzone Napule è di Pino Daniele, ricorderete che il ritornello fa cosi':
"Napule è 'na carta sporca
e nisciuno se n'importa
e ognuno aspetta 'a ciorta."

'A ciorta è l'occasione della vita: una vincita al bancolotto, un buon partito per la propria figlia o nipote, una botta di culo, insomma.But a special one: 'a ciorta è soprattutto una benedizione, una manna dal Cielo. E credo che solo noi Napoletani, a metà strada tra la superstizione, la fede e il folklore, possiamo  avere un concetto simile. E forse è anche una cosa che ci limita molto, che ci rende meno artefici del nostro destino e più col naso rivolto al cielo, aspettando che qualcosa di buono arrivi anche per noi. D'altra parte, la storia della nostra città e del nostro popolo lo racconta molto bene. Ah, se non lo conoscete, leggetevi Il resto di niente di Enzo Striano: è un piccolo, grande capolavoro. Ancora poco conosciuto, purtroppo.

Apprendo stamattina sul Fatto una bella notizia: la probabile candidatura a sindaco di Napoli di Luigi De Magistris. Sarebbe la persona giusta per ridare un po' di dignità a questa città cosi' martoriata, dilaniata da anni di pessima gestione politica in cui pochi hanno magnato e molti sono rimasti sempre più poveri, nei loro bassi umidi e squallidi, aspettando il miracolo. Non è un caso che un ben noto puttaniere riscuota tanto successo proprio a Napoli. Lui è scaltro, e ha ben capito che doveva presentarsi come la ciorta personificata. Una Napoli fatta di vicoli pieni zeppi di bambini e ragazzine cresciuti troppo in fretta, che forse non hanno mai conosciuto l'innocenza. Una Napoli da cui i giovani come me scappano con la morte nel cuore, perché è l'unica soluzione possibile, o dove giovani come la mia amica Valeria hanno il coraggio di ritornare per vedere se si possono cambiare le cose. Mi fanno venire l'orticaria quelli che parlano di Napoli senza esserci mai stati, basandosi su leggende metropolitane e pregiudizi. Andate nei vicoli, tra gli scugnizzi che giocano a pallone e ragazze di 16 anni che sono già mamme, tra l'odore di pizza e lo sfrecciare dei motorini. Guardateli bene negli occhi, fatevi penetrare dalla loro malinconia, dalla loro sfrontatezza. Leggete sui loro visi l'attesa della ciorta.

Per darvi qualche dimostrazione in context della parola in questione, eccovi qualche espressione tipica:

"Uha, e c' ciorta!" (= "Miii, che fortuna!", si usa o per esprimere la propria invidia verso chi ha avuto una vera botta di culo o per ironizzare sulla propria sfiga)

"Nenné, o Patatern' t'adda benedicere e t'adda mannà 'na bona e ricca ciorta!" (= "Piccola, il Signore deve benedirti e mandarti un uomo buono e ricco")

"Vulesse 'a ciorta!" (="Ah, volesse il Cielo! Magari!")

"'A ciorta d'o pover'omm" (= la malasorte, la sfiga)

lunedì 18 ottobre 2010

Les amours imaginaires

Non so ancora dire se mi è piaciuto, forse ci sto ancora pensando.

Di sicuro ho apprezzato: la colonna sonora (Dalida che canta Bang bang in italiano), la cornice narrativa con le interviste, la ragazza bruna con gli occhiali neri, l'amante occasionale con gli occhi verdi (mi chiedo perché non sia stato lui il protagonista, invece del biondino sciapo), le riprese un po' flou.

Ho apprezzato meno il fatto che l'agenzia dei sottotitoli non abbia ritenuto opportuno sottotitolare tutto il film: se ogni tanto si capiva qualcosa, era grazie alle parole in inglese buttate qua e là come pesciolini in fiumi di parole in quebecchese stretto. Viva la varietà linguistica, ma c'è un limite a tutto.

Avrei invece preso a schiaffi quel fesso del protagonista, che illude 'sti due poveri brodi innamorati di lui e poi sparisce senza sentirsi in dovere di spiegare alcunché. E senza poterselo neppure permettere, fra l'altro!

lunedì 12 luglio 2010

En el bus Sevilla-Granada, 29 de junio 2010

Le autostrade sono tutte uguali, o almeno quelle del Sud. Forse è la lingua delle insegne che ti fa capire che sei da un’altra parte. Asfalto, lavori in corso e gli immancabili oleandri. Ogni tanto, campi coltivati.

Il paesaggio che riempie la distanza Siviglia-Granada mi ricorda un po’ le superstrade del Cilento, in particolare quella che collega Policastro a Buonabitacolo. L’avrò fatta centinaia di volte, soprattutto fuori stagione.

Mi aspettavo di vedere le “serre dello scandalo”, ma forse non è qua che devo cercarle. Il mio sguardo si perde invece in immensi campi di girasoli, sorprendentemente non bruciati dal sole, a differenza di quelli di un passaggio in Umbria d’una decina d’anni fa. Brillanti e fieri, mi fanno compagnia per diversi km.

Dopo un po’ decido che posso fare a meno dell’ipod, mi accoccolo sul sedile in dormiveglia. Qua e là, bocconi di conversazione in spagnolo. Davanti agli occhi della mente, un messaggino di parecchie vite fa: “Eres mi luz. Hasta pronto.”

giovedì 8 luglio 2010

Verso Siviglia, 29 giugno 2010

Quando 5 mesi fa ho prenotato l'aereo per il convegno, la tratta Parigi-Granada non era ancora stata attivata. Pensando "vabbè, tanto è vicino", presi un biglietto per Siviglia. Vicino, sì. 256 km. L'ho realizzato il giorno prima di partire, quando tra l'altro ho scoperto che c'era pure l'aereo diretto per Granada. Mais bon.

Aeroporto di Orly, coda al check-in della Vueling: un gran casino. Turisti spagnoli che rientrano , turisti francesi che partono, Erasmus che tornano a casa dopo un anno. Davanti a me, un ragazzo con un valigione blu, un'altra borsa e un poster arrotolato. In coda, una signora con una giacchetta verde approfitta un po' del caos e grille la queue. Giustificandosi poi del fatto che "c'est mal fait" ed è per questo che la gente passa avanti. Francese nell'anima: incapace di dire "ho sbagliato", la colpa è sempre di qualcuno o di di qualcos'altro.

In aereo, il ragazzo di cui sopra mi chiede se posso cedergli il mio posto, vuole stare vicino ai suoi amici. Tornano dall'erasmus anche loro. Penso al mio ritorno, 3 anni fa. Parliamo un bel po', pesco nel mio esame di spagnolo terza lingua e mi faccio capire. Lui pensa che sia francese. Proprio come i Francesi pensano io sia spagnola.
In credito del favore del posto, e con l'aggravante che il chico è pure carino, gli chiedo un po' di dritte su Siviglia. Mi dice come spostarmi, dove mangiare un boccone, cosa vedere nelle poche ore tra l'arrivo e il bus per Granada.

Fase di atterraggio: la città si avvicina, il colore dominante è quello che la Giotto chiama "terra di Siena". Ogni tanto qualche macchia di verde, le case bianche con dei rettangoli blu (piscine?). Qualcosa mi dice che fa parecchio caldo...

Landed. Saluto il chico e i suoi due amici, gli faccio il mio in bocca al lupo per il post-Erasmus. Quanto li capisco...

domenica 27 giugno 2010

Pizzicà

A conclusione della settimana italiana che fanno ogni anno nel 13esimo arrondissement (adoro questa parola!), questa sera concerto dei Telamuré: pizzica salentina, un po' di musica calabrese, un po' di tammorra. "Tu vuò fà l'americano" di Carosone. Per quasi 3 ore viaggio da Paname a Terronia.

Una sagra di paese: vecchietti con la coppola, musica popolare, signore un po' attempate a lanciarsi "in pista". La pista: il pavé davanti alla mairie del 13esimo, place d'Italie. Un vecchietto spagnolo mi invita a ballare un valzer calabrese, accetto. Non mi era mai capitato in nessuna delle mie mille vite e feste di paese. Penso a questo mentre balliamo.

I Telamuré parlano un francese abbastanza pessimo, soprattutto per la fonetica. Sono giovani, ma parlano una lingua da emigranti. Ma sono grandiosi quando traducono i nomi delle canzoni direttamente dal dialetto al francese, senza passare per la zona franca dell'italiano.

Sul resto della piazza, gazebi bianchi di prodotti italiani: gelato, pasta, prelibatezze siciliane, dolcetti, caffè, limoncello. Ci fosse stata la bancarella coi lupini e col torrone, l'artificio sarebbe stato quasi perfetto.

Quasi perché il palco con gli artisti è troppo piccolo per imporsi sul resto, o forse è il resto ad essere troppo grande. 3 metri più indietro e hop! Nel mio campo visivo s'impongono le antenne del centro commerciale Italie 2, i grattacieli del quartiere cinese, la M gialla del metro.

Manca un ingrediente fondamentale della sagra di paese, che non è la bancarella del torrone. Piuttosto, la sensazione di essere in un posto dove il tempo s'è fermato.