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lunedì 9 marzo 2015

Recalé!

Sabato mattina, secondo appello della sessione invernale di esami. Sono arrivata direttamente da Pisa la sera prima. Fa freddo, è umido e vuole piovere. Vorrei essere a casa mia, al calduccio, a fare colazione con P.A. E invece no. Vabbè. Speriamo almeno di ricevere qualche soddisfazione.

Primo anno. Arriva questo ragazzo che è un perfetto bimbominkia: capelli alla bimbominkia, maglietta con zip laterale alla bimbominkia, attillatissimo come un vero bimbominkia. E l'apparecchio ai denti.
Gli faccio qualche domanda, più o meno riesce a rispondere. Certo, mezza frase la dico io, ma poi riesce a continuare. Arriviamo a:

- Qu'est-ce que c'est la métonymie?
- La métonymie exprime un rapport de contiguïté.
- Je vous ai demandé ce que c'est, pas ce qu'elle exprime. Pourriez-vous me donner une définition de la métonymie?
- Euh…
- … Qu'est-ce que c'est la métonymie?
- …. (i suoi occhi esprimono il vuoto).
- (cambio lingua) Che cos'è la metonimia? Ha studiato letteratura italiana a scuola?
- Sì.
- Ha mai fatto un'analisi testuale?
- Sì.
- Bene. E cosa si cerca nei testi?
- …
- Le figure…
- Ah sì, le figure retoriche.
- Bene. Quindi, cos'è la metonimia?
- Una figura retorica.
- Oh! Bene. Et vous disiez, elle exprime…
- Un rapport de contiguïté. (fa esempio dal libro)
- Bien. Et qu'est-ce que c'est la synecdoque?
- … (di nuovo il vuoto).
- Che cos'è la sineddoche?
- Non lo so.
- Ma come non lo sa, di cosa stiamo parlando?
- Non lo so.

Passi che al primo anno il francese non lo parli bene. Passi che ti vesti e ti pettini come un bimbominkia. Passi pure che mezzo esame me lo faccio io perché vai in palla e ti sei dimenticato di svegliare il neurone. Ma tutte queste cose insieme no, proprio no. Con l'aggravante che è pure sabato. (E' il primo che boccio all'orale. La cosa è anche abbastanza desolante. Ma c'è un limite a tutto.)

sabato 29 novembre 2014

All'autista del 33

Sei passato la prima volta alle 19.20, io ti ho chiesto se mi portavi dove dovevo andare e tu mi hai consigliato di aspettare mezz'ora e prendere l'11, altrimenti avrei dovuto farmi un paio di km a piedi.
Ho seguito il tuo consiglio, ho aspettato l'11 mezz'ora, quaranta, cinquanta minuti, fin quando non sei passato di nuovo e io sono salita sul 33 arrabbiatissima, con il tuo collega dell'11 che chissà dove se n'era andato, e con te che, involontariamente, mi avevi dato un consiglio che non aveva avuto l'esito sperato.
Hai scrollato le spalle, hai detto che non potevi farci niente e hai ripreso l'ultima corsa della giornata, con me che mi lamentavo al telefono con P.A. dell'inefficienza dei servizi locali e anche un po' di te. Di te che magari non ne puoi più di fare tutti i giorni i 3 km di curve da Ragusa superiore a Ibla, vedendo sempre le stesse facce, beccandoti lamentele da ogni dove e non trovando conforto da nessuna parte. Magari la sera torni a casa, sperando di trovarne un po' in tua moglie, e quella invece ci mette il carico da undici e ti dà la mazzata finale.
Ecco, caro autista del 33, io vorrei ringraziarti ancora una volta di ciò che hai fatto per me mercoledì sera, quando hai deviato il percorso del 33 per farmi scendere un po' più vicino al B&B, facendomi fare 200m a piedi invece che 2 km. Forse intuendo che quei 2km coi libri sottobraccio proprio non mi ci volevano, dopo che al mattino mi ero beccata un'acquazzone coi fiocchi mezz'ora dopo essermi lavata i capelli perché il mio ombrellino azzurro a pois aveva deciso di scioperare e non aprirsi.
Lunga vita a te, autista del 33.
Sappi che da qualche parte c'è una formichina che non si dimentica del bel gesto che hai fatto per lei e ti manda il fior fiore delle benedizioni.

giovedì 1 maggio 2014

Lasciando Ibla

Sono le 15.55 e aspetto l’11: l’orario ufficiale è 15.45, ma se sono fortunata non è ancora passato. Chiedo a una signora seduta al sole sui gradini del negozio di Madame Copie, al secolo la signora Maria, titolare dell’unica copisteria del quartiere, dai capelli viola e l’alito cavernoso.
Come speravo, mi conferma che l’11 non è ancora passato. È bruna, un po’ tarchiata, una maglia lilla scolorita e una fascia rossa nei capelli corti. Ha un accento dell’Est e cominciamo a parlare. Istintivamente, mi viene da offrirle il sacco con la verdura che ho in valigia: avevo fatto la spesa grossa per P.A., ma non sono riuscita a consumarla tutta. Accetta di buon grado.
L’11 si fa annunciare dal motore un po’ affaticato dalla salita di via delle Suore. Ci guardiamo, e poi quasi all’unisono: “Arriva”.
Saliamo sull’autobus, ho lo zaino e le mie due valigie. Quella color avion è al collasso, l’autista si lascia scappare un “dev’essere leggerina, eh!”. “Sa, trasloco.” “Eh, è sempre così quando si studia all’estero!”, sentenzia un ragazzo con gli occhiali, che ho già incontrato altre volte e che deve conoscere tutti, uno dei tanti “soggetti del villaggio”.  Seduto dopo la porta centrale c’è il solito vecchietto col cappello, un altro habitué. Strano che invece non ci sia il ragazzo con gli occhi verdi, quello che si siede sempre dando le spalle all’autista e che guarda chiunque sfacciatamente negli occhi, i piedi appoggiati sull’asta di fronte.
Intanto la signora della fermata è salita insieme a me facendosi carico del trolley più piccolo, lo tiene fermo con un piede per non farlo cadere ad ogni curva. Continuiamo a parlare, siamo passate al tu. È rumena, viene da Bucarest ed è a Ragusa da 5 anni. Le manca il suo paese, ma si trova molto bene anche qua. Le piacciono i Siciliani, le piace il posto, perché non fa freddo e perché è bello. I suoi amici sono quasi tutti Italiani, si trova bene con loro.  E all’improvviso, inaspettatamente, mi tende la mano e mi fa un gran sorriso: “Piacere, io sono Floriana.” Il gesto mi spiazza, in due mesi qui non mi è ancora capitato. Anzi, potrei quasi dire che chi mi conosceva ha fatto finta di non conoscermi, lasciandomi sola con le lezioni da preparare e i pensieri da districare anche nel fine settimana. Dopo il leggero spaesamento, le sorrido a mia volta e le stringo la mano. Va bene, Ibla, abbiamo fatto pace.

Eppure sono convinta che questo posto mi mancherà. Mi mancheranno i colori, la luce, la cupola del Duomo di san Giorgio che fa capolino da ogni dove, i sapori, sia dolci che salati, semplicemente sublimi, di cui ho fatto incetta. Mi mancherà poter fare la spesa con pochi euro, poter stendere i panni all’aperto e ritirarli asciutti poche ore dopo, sapere di avere il mare a un quarto d’ora.

Ma prima di prendere un esaurimento nervoso e 15 kg, sarà bene che me ne torni da dove sono venuta…

giovedì 28 novembre 2013

Felicità, gratitudine o quello che vi pare

Non so se all'epoca (un anno fa) vi dissi che sarei andata a fare un ritiro intensivo di studio in una specie di convento nella valle del Rodano. La situazione tesi era disperata, avevo più che mai bisogno di staccare da Parigi, da internet e da tutto cio' che poteva distrarmi e mettermi a lavorare disperatamente. Ovviamente non portai a termine il programma stabilito, ma quella settimana fuori dal resto del mondo mi fece capire che la situazione era davvero disperata e che dovevo assolutamente fare qualcosa. La notte del venerdi', l'ultima in quell'oasi di pace, non riuscii a dormire dall'ansia: invece delle pizze e dei piatti di pasta che mi sfilano davanti agli occhi quando ho fame, quella notte mi sfilavano davanti i capitoli ancora da scrivere e, ancora peggio, il lavoro ancora da fare. Un macigno mi gravava sul petto e scrissi 2 sms-sos: uno alla Schwester, un altro a Silvia. Le loro risposte, arrivate poco dopo, non riuscirono a calmarmi, ma quantomeno mi fecero capire che non dovevo mollare, che dovevo assolutamente mettercela tutta. Fu la stessa cosa che mi disse la Dido due giorni dopo, prendendomi tra le sue braccia da uccellino, mentre io scoppiavo a piangere senza ritegno nella vecchia chiesa. E fu quello che mi disse anche l'ing. Dippi', di passaggio in uno dei suoi weeek-end parigini da Grenoble.

La settimana scorsa mi sono ricordata di quella settimana di isolamento, necessaria per raccogliere me stessa e tutte le mie forze per provare un'impresa impossibile. Mi sono ricordata dell'ansia di quella notte, del senso di oppressione e della corsa contro il tempo. Mi sono ricordata di quel periodo tremendo passato a scrivere scrivere e ancora scrivere cose di cui non me ne fregava assolutamente niente. Della vigilia di Natale e di Capodanno passate davanti a uno schermo come un automa. Di quella telefonata del 31 dicembre da parte di quello che ora è il mio uomo, che tentava di riavvicinarsi giocandosi la carta dell'amico che ti incoraggia e che ti dice che ce la farai.

Un anno dopo, mi guardo allo specchio e mi dico che i capelli più lunghi mi stanno proprio bene, che continuero' a farli crescere, al massimo li spunto un pochino. Faccio questa considerazione raccogliendoli sulla nuca con un elastico, le punte - ormai biondissime - a fare contrasto col castano chiaro della radice. Non sono a casa mia, ma nel B&B dove alloggio di solito a Ragusa. E' giovedi' sera, è stata la mia prima settimana di lezioni all'università dall'altra parte della cattedra. Faro' ancora due ore domattina e poi corro a Catania a spiccare il volo per Parigi. Penso ai miei studenti, alle loro "è" anche quando c'è un accento acuto, alle loro domande, alla loro timidezza. Mi vengono in mente i capelli viola della signora della copisteria e sorrido. Mi sento invasa dalla bellezza di Ibla, chiara e spettrale, dallo sguardo curioso della sua gente, che ti ha già guardato dentro senza chiederti il permesso. Sorrido al pensiero dell'uomo meraviglioso che ho al mio fianco e che tra una settimana finalmente riabbraccero'.
Penso a questa canzone, la ascolto e comincio a piangere, di felicità, gratitudine o di quello che vi pare. Ecco, stasera, dopo tanto tempo, sono una persona felice.

mercoledì 27 novembre 2013

Esami minacciosi

Al ricevimento del collega di letteratura francese: arriva lei, L., "laureanda" fuoricorso. E' iscritta dal 1999, cioè da quando ha aperto la facoltà. Per usare una metafora, è un residuato bellico del vecchio ordinamento. Ma forse è la volta buona che ce la fa, sta scrivendo la tesi. Prima pero' deve risolvere la questione esami.

- Ma ti manca solo la tesi o anche qualcos'altro?
- Letteratura spagnola. Volevo farlo adesso, a dicembre, ma l'ultimatum è scaduto il 25 novembre.
- L'ultimatum, si', capisco.

Che cosa tremenda è diventata l'università, se pure gli esami si mettono a dare gli ultimatum...

(si', lo so che ve l'ho già detto su feisbuc. ma non tutti i miei sparuti lettori hanno feisbuc, e mi sembrava giusto far ridere anche loro. socialismo dei social network: modalità "social")

mercoledì 20 novembre 2013

Il famoso Chronopost

Vi ricordate della storia del famoso bando di concorso e del Chronopost? Dei 47 euri buttati al vento quando ne bastavano 7? La storia dell'ufficio postale accettante e bla bla bla?
Bene, almeno il sacrificio non è stato vano: sono risultata vincitrice a quella selezione e mi hanno affidato ben 3 incarichi di insegnamento di lingua francese all'Università di Catania (sede di Ragusa). Sono ovviamente molto felice, comincio ufficialmente lunedi', anche se sono già stata a Ragusa la settimana scorsa per un giro di perlustrazione dei luoghi: ho avuto un'accoglienza favolosa e l'impatto col posto è stato più che positivo.
Almeno per i prossimi mesi, la mia vita sarà una settimana a Parigi e un'altra a Ragusa (vedi quando si dice flessibilità nel lavoro), con qualche giorno a Napoli ogni tanto.
Vi raccontero' poi meglio un'altra volta, ma intanto ci tenevo a dirvelo.
Baci e abbracci,
formichina umilissima serva vostra