Hanno tutte e 4 un cerchietto d'oro giallo all'anulare sinistro, si chiamano Ornella, Patrizia, Giovanna e Fabiola. Alloggiano nel mio stesso ostello, il Celica. Arrivano a Lubiana dopo 75 km in bici, due saccocce a cavallo della ruota posteriore come unico bagaglio. La più giovane sarà Giovanna, avrà sotto la 50ina, credo. Sono cotte dal sole: glielo si legge sulle guance, sulle braccia. I km macinati sono tutti li', in ogni muscolo che si contrae a un altro gradino.
E' giovedi' sera e il Celica organizza un all-you-can-eat. Per 5,90 euri, buffet a volontà: 4 tipi di carne, verdure alla griglia, fagioli e salsine. Quando sanno che sono li' da sola mi chiedono se voglio unirmi a loro, cosi' ceniamo sul terrazzino del Celica. Hanno lasciato mariti e figli a casa, caricato le bici su un trenino e ora ripercorrono le linee ferroviarie dismesse della Slovenia, prima di tornare a casa loro, a Venezia.
Si conoscono da una vita, ma doveva essere un bel po' che non passavano qualche giorno insieme. Sono curiose, vogliono sapere cosa faccio, perché sono in Slovenia, quali sono i miei programmi. Quasi si giustificano per essere venute in un posto cosi' alternativo, cosi' "per giovani". Rispondo che sul sito del Celica c'è scritto che questo è un posto per chi si sente giovane, e che secondo me nessuno è più giovane di loro, a mollare mariti e figli e a montare in bicicletta e partire cosi', all'avventura.
Facciamo un bel brindisi a Lubiana e alla giovinezza, mentre in cuor mio ho già deciso che appena avro' un po' di soldi mi compro una bici seria e tutto il necessario, e me ne vado in Olanda a vedere i mulini a vento.
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lunedì 1 ottobre 2012
martedì 6 marzo 2012
Dai gelati ai filati
Mi ero ripromessa che non avrei più cercato né accettato lavori come hostess, promoter e simili. Lavori in cui sei in piedi tutto il giorno, con un frigorifero nelle spalle, magari, a sorridere come una beota e a importunare il malcapitato di turno con parole di encomio a raffica sul fantasmagorico prodotto del giorno (l'ultima volta era stato a Viareggio, promuovevo una linea di erboristeria, distribuendo campioni omaggio di tisane lassative). Ma l'amara verità è che siamo alle pezze (non specifichiamo quali e dove, sono pur sempre una signora!) e il mio bisogno di vile denaro è a dir poco impellente e quindi ho accettato di fare da hostess/interprete per un ricamificio italiano, passando cosi' dai gelati ai filati.
E vi diro', è andata benone, molto meglio di quanto mi aspettassi. La sera prima (vigilia di san Valentino) ero disperata, erano già le unidici e mezza ed io ero a letto col Boch 1995/96 (et oui, ça fait longtemps!) da un lato e il computerino dall'altro a cercarmi la terminologia dei tessuti in inglese e francese. L'indomani, smessi i panni della segretaria-gelataia e indossato il tailleur da hostess, mi avvio verso il Parc des Expositions, tempio massimo delle fiere. Ma sul quai dell'RER A a Nation arriva la prima atroce scoperta: ho un buco nei collant, a metà polpaccio!!! Che sarà mai, direte voi, ma per una che è stata assunta per "motivi di immagine", diciamo cosi', fa eccome! Dopo varie imprecazioni, diversi sms alla ricerca di solidarietà e 40 minuti da sardina nell'RER B, giungo a destinazione. Mi faccio venire a recuperare all'ingresso e comincio la mia brevissima carriera di interprete dei filati: accogliere i clienti, chiedere il biglietto da visita, preparare un caffè quando richiesto, mostrare il campionario quando tutti sono impegnati, fare il mastino se qualcuno si azzarda a fare foto.
I prodotti sono meravigliosi, di una raffinatezza squisita. E' bello vedere stilisti di tutto il mondo restare a bocca aperta per il made in Italy, che ormai fanno in pochi. E' piacevole sapere che le due stiliste di una nota casa italiana hanno deciso di tornare sul made in Italy perché la gente compra di più se un prodotto è migliore pure se il prezzo aumenta. E nonostante tutto questo, ti chiedi come facciamo ad essere un Paese alla deriva (piccola parentesi di amertume, la chiudiamo subito).
Vabbè. Me l'avevano detto che fare le fiere è bello. Confermo: fare le fiere è bello, stancante ma bello. E ancora meglio quando sei pagato cosi', sull'unghia e rigorosamente cash.
E ti chiedi se non è forse il caso di cercarsi altri eventi del genere, se quando torni a casa dopo due giorni cosi' sottoforma di mail la prima lezione del manuale "Comment motiver sa thésarde pour les nuls"*:
"Buongiorno formichina,
ho letto il tuo primo capitolo e sono colpito dall'eleganza dello stile, la coesione del testo e la correttezza del documento. E' fatto talmente bene che sono quasi sfiorato da un dubbio: non è che hai pescato da documenti preesistenti?"
E' doppiamente frustrante, se pensi che il tempo che hai impiegato a scrivere quelle benedette 12 pagine è a titolo gratuito.
Ma in questi casi bisogna ricordarsi che si ha a che fare con i mangiaranocchie, popolo incapace di qualsiasi apprezzamento gratuito. Ecco, un popolo cosi' merita di estinguersi. E qui lo dico e qui lo nego, io faro' il possibile affinché cio' accada.
* "Come motivare la tua dottoranda per negati"
E vi diro', è andata benone, molto meglio di quanto mi aspettassi. La sera prima (vigilia di san Valentino) ero disperata, erano già le unidici e mezza ed io ero a letto col Boch 1995/96 (et oui, ça fait longtemps!) da un lato e il computerino dall'altro a cercarmi la terminologia dei tessuti in inglese e francese. L'indomani, smessi i panni della segretaria-gelataia e indossato il tailleur da hostess, mi avvio verso il Parc des Expositions, tempio massimo delle fiere. Ma sul quai dell'RER A a Nation arriva la prima atroce scoperta: ho un buco nei collant, a metà polpaccio!!! Che sarà mai, direte voi, ma per una che è stata assunta per "motivi di immagine", diciamo cosi', fa eccome! Dopo varie imprecazioni, diversi sms alla ricerca di solidarietà e 40 minuti da sardina nell'RER B, giungo a destinazione. Mi faccio venire a recuperare all'ingresso e comincio la mia brevissima carriera di interprete dei filati: accogliere i clienti, chiedere il biglietto da visita, preparare un caffè quando richiesto, mostrare il campionario quando tutti sono impegnati, fare il mastino se qualcuno si azzarda a fare foto.
I prodotti sono meravigliosi, di una raffinatezza squisita. E' bello vedere stilisti di tutto il mondo restare a bocca aperta per il made in Italy, che ormai fanno in pochi. E' piacevole sapere che le due stiliste di una nota casa italiana hanno deciso di tornare sul made in Italy perché la gente compra di più se un prodotto è migliore pure se il prezzo aumenta. E nonostante tutto questo, ti chiedi come facciamo ad essere un Paese alla deriva (piccola parentesi di amertume, la chiudiamo subito).
Vabbè. Me l'avevano detto che fare le fiere è bello. Confermo: fare le fiere è bello, stancante ma bello. E ancora meglio quando sei pagato cosi', sull'unghia e rigorosamente cash.
E ti chiedi se non è forse il caso di cercarsi altri eventi del genere, se quando torni a casa dopo due giorni cosi' sottoforma di mail la prima lezione del manuale "Comment motiver sa thésarde pour les nuls"*:
"Buongiorno formichina,
ho letto il tuo primo capitolo e sono colpito dall'eleganza dello stile, la coesione del testo e la correttezza del documento. E' fatto talmente bene che sono quasi sfiorato da un dubbio: non è che hai pescato da documenti preesistenti?"
E' doppiamente frustrante, se pensi che il tempo che hai impiegato a scrivere quelle benedette 12 pagine è a titolo gratuito.
Ma in questi casi bisogna ricordarsi che si ha a che fare con i mangiaranocchie, popolo incapace di qualsiasi apprezzamento gratuito. Ecco, un popolo cosi' merita di estinguersi. E qui lo dico e qui lo nego, io faro' il possibile affinché cio' accada.
* "Come motivare la tua dottoranda per negati"
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domenica 4 settembre 2011
Pensieri a mollo
n°1: sono bastate 24h per far cambiare colore alla mia pelle e passare dal grigio spento a un caldo ambrato, quasi birra doppio malto. ogni anno mi riprometto di cercare di abbronzarmi anche d'inverno, ché con questo colore sono più carina e anche più ottimista, ma poi non lo faccio mai. e forse è giusto che sia cosi', perché di abbronzatura vera ce n'è una sola, ed è quella che ti conquisti stando una giornata intera in spiaggia, spalmandoti di crema e cambiando posizione mille volte, mentre la brezza ti culla dolcemente. quella che scopri con l'entusiasmo di un bambino quando dopo la doccia, quasi per miracolo, appare il segno del costume.
n°2: il Cilento è una terra meravigliosa, che cerca di resistere all'avanzare della cosidetta "civiltà". un po' aspra, ma generosa: ulivi, fichi, uva, fichi d'india. ha il sapore e la lentezza delle cose di una volta, è ancora una terra di vecchi. mi viene in mente quanto lo detestavo da piccola, perché "non c'era niente". nel libro di Vecchioni che sto leggendo ho trovato una frase che mi è piaciuta molto: "la lentezza è sinonimo di civiltà". stiamo andando troppo veloce, questa cosa non mi piace.
n°3: bisogna stare sereni e volersi bene, per accettare di più gli altri. perché la perfezione non è di questa Terra, e forse neanche del Cielo, se esistono mosche, zanzare e borghezio.
n°4: sento la necessità di imparare a fare qualcosa di nuovo. magari quest'inverno mi iscrivo a un corso di fotografia o di ballo.
n°5: potevo andare in vacanza in Egitto o in Grecia; ma ho scelto di venire qui. avevo bisogno di recuperare il legame con la mia terra, di guardare i suoi colori, inspirare profondamente i suoi profumi, avere a che fare con la mia gente, sentirla parlare nella mia lingua.
n°6: sarà stata una buona scelta quella di restare a Parigi? vediamo come si mettono le cose al mio ritorno...
n°7: un mese a casa è troppo, se non se ne ha più l'abitudine. è per questo che bisogna partire ogni tanto, per ricominciare ad amare le persone importanti della nostra vita.
n°2: il Cilento è una terra meravigliosa, che cerca di resistere all'avanzare della cosidetta "civiltà". un po' aspra, ma generosa: ulivi, fichi, uva, fichi d'india. ha il sapore e la lentezza delle cose di una volta, è ancora una terra di vecchi. mi viene in mente quanto lo detestavo da piccola, perché "non c'era niente". nel libro di Vecchioni che sto leggendo ho trovato una frase che mi è piaciuta molto: "la lentezza è sinonimo di civiltà". stiamo andando troppo veloce, questa cosa non mi piace.
n°3: bisogna stare sereni e volersi bene, per accettare di più gli altri. perché la perfezione non è di questa Terra, e forse neanche del Cielo, se esistono mosche, zanzare e borghezio.
n°4: sento la necessità di imparare a fare qualcosa di nuovo. magari quest'inverno mi iscrivo a un corso di fotografia o di ballo.
n°5: potevo andare in vacanza in Egitto o in Grecia; ma ho scelto di venire qui. avevo bisogno di recuperare il legame con la mia terra, di guardare i suoi colori, inspirare profondamente i suoi profumi, avere a che fare con la mia gente, sentirla parlare nella mia lingua.
n°6: sarà stata una buona scelta quella di restare a Parigi? vediamo come si mettono le cose al mio ritorno...
n°7: un mese a casa è troppo, se non se ne ha più l'abitudine. è per questo che bisogna partire ogni tanto, per ricominciare ad amare le persone importanti della nostra vita.
lunedì 29 agosto 2011
Girone
Girone ha l'aria di un vecchio lupo di mare, alto, roso dal sole. Somiglia un po' a Braccio di Ferro, ma ha la panza e sicuramente non si nutre di spinaci. Sotto i radi capelli bianchi spuntano due severi occhi blu, stupendi.
Girone si siede sulla quarta sedia libera, e ci chiede se abbiamo scelto, in napoletano stretto. Poi sdegnato, si alza e se ne va. Non sopporta che si lasci qualcosa nel piatto: quando qualcuno lo fa, guarda incredulo il piatto, poi il colpevole, infine lo umilia pubblicamente, mostrando il corpo del reato a tutti, ma senza dire una parola.
Quando ce ne andiamo, ci saluta e finalmente sorride, con gli occhi e con la bocca. E mi dico che è un vecchio bellissimo. E che forse la stessa cosa la pensa anche il suo nuovo amore biondo, venuto da chissà quanto lontano, che gli siede accanto a guardare la tv quando il ristorante si svuota.
Girone si siede sulla quarta sedia libera, e ci chiede se abbiamo scelto, in napoletano stretto. Poi sdegnato, si alza e se ne va. Non sopporta che si lasci qualcosa nel piatto: quando qualcuno lo fa, guarda incredulo il piatto, poi il colpevole, infine lo umilia pubblicamente, mostrando il corpo del reato a tutti, ma senza dire una parola.
Quando ce ne andiamo, ci saluta e finalmente sorride, con gli occhi e con la bocca. E mi dico che è un vecchio bellissimo. E che forse la stessa cosa la pensa anche il suo nuovo amore biondo, venuto da chissà quanto lontano, che gli siede accanto a guardare la tv quando il ristorante si svuota.
mercoledì 4 maggio 2011
Again
E' davvero un peccato che mi abbiano chiuso il blog vecchio, sarei andata a ripescare un post di due anni fa dal titolo Epiphany.
Doveva essere il 30 aprile o giù di li', ero alla mensa centrale con Sarina e ricordo di essere scoppiata in un pianto disperato all'idea di dover lasciare Pisa in un tempo breve non meglio precisato.
In realtà non era tanto il dover lasciare Pisa in sé che mi faceva stare male, quanto la consapevolezza che non ero più una studentessa fuorisede senza troppi pensieri, e che qualcosa di non ancora ben definito ma chiamato "futuro" stava bussando alla mia porta mi chiedeva un minimo di considerazione.
Ecco, ci risiamo: sono in RER e ho un nodo (un nodino, va') in gola, due lacrimucce affiorano timidamente, ma le stoppo deglutendo un attimo.
Lo sapevo che sarebbe successo di nuovo, era inevitabile. Devo mettermi nella prospettiva che tra 3 mesi potrei essere di nuovo alle prese con valigie e scatoloni, amici da abbracciare e promesse da fare, si' mi faccio viva, si' ritornero', e due anni di vita da impacchettare minuziosamente e stoccare con cura nelle foto, nella testa e nel cuore. Lo sapevo che sarebbe stato uno strazio al solo pensiero di andar via di nuovo da questa città stregata e ammaliante. Lo sapevo e forse è stato per questo che all'inizio ho fatto resistenza alla mia vita qui, cercando di autoconvincermi che altrove stavo meglio.
Io lo sapevo, ed era per questo che non ci volevo tornare. Ma tutto sommato, è stato un bene che la Vita sia stata più forte.
Doveva essere il 30 aprile o giù di li', ero alla mensa centrale con Sarina e ricordo di essere scoppiata in un pianto disperato all'idea di dover lasciare Pisa in un tempo breve non meglio precisato.
In realtà non era tanto il dover lasciare Pisa in sé che mi faceva stare male, quanto la consapevolezza che non ero più una studentessa fuorisede senza troppi pensieri, e che qualcosa di non ancora ben definito ma chiamato "futuro" stava bussando alla mia porta mi chiedeva un minimo di considerazione.
Ecco, ci risiamo: sono in RER e ho un nodo (un nodino, va') in gola, due lacrimucce affiorano timidamente, ma le stoppo deglutendo un attimo.
Lo sapevo che sarebbe successo di nuovo, era inevitabile. Devo mettermi nella prospettiva che tra 3 mesi potrei essere di nuovo alle prese con valigie e scatoloni, amici da abbracciare e promesse da fare, si' mi faccio viva, si' ritornero', e due anni di vita da impacchettare minuziosamente e stoccare con cura nelle foto, nella testa e nel cuore. Lo sapevo che sarebbe stato uno strazio al solo pensiero di andar via di nuovo da questa città stregata e ammaliante. Lo sapevo e forse è stato per questo che all'inizio ho fatto resistenza alla mia vita qui, cercando di autoconvincermi che altrove stavo meglio.
Io lo sapevo, ed era per questo che non ci volevo tornare. Ma tutto sommato, è stato un bene che la Vita sia stata più forte.
giovedì 25 novembre 2010
Choices
Sono a letto, quello che leggerete domattina viene direttamente dal mio Moleskine.
Non posso riaccendere il pc, ma devo scrivere, c'ho un tarlo e lo devo vivisezionare sulla carta per vederlo meglio. Dunque: la famosa supplenza di cui sotto. Ero già decisa a rifiutare, ma un esercito di grilli parlanti s'è messo in moto per dissuadermi. La ziiina me lo prospetta come un treno che potrebbe non passare più (tra un po' approveranno la lista salva-precari di Enterogelmini e per quelli di 3a fascia saranno volatili per diabetici, per dirla con un amico), mia madre ovviamente le dà ragione, Ale pure, sottolineando che cosi' troverei nuovo slancio per la tesi, amiche varie pure si sono pronunciate pro. I contro finora sono due: l'ing. Dippi', che vede le cose dalle vesti di un direttore di tesi, e Silvia, che dice che diventerebbe un delirio per la tesi. In mezzo, mia sorella: l'unica a metterla su un piano ragionato, quello delle scelte.
Delle persone di cui sopra, nessuno sembra essersi reso conto che il dono dell'ubiquità non ce l'ho ancora, faccio già una grossa fatica a stare in un posto e tornare ogni tanto in un altro, figuriamoci ad accettare una supplenza di 18 ore a Pisa da Parigi con furore.
Mi sento in ballo, entre deux chaises, come dicono i mangiaranocchie. Da un lato vorrei tornare a insegnare, e so che data la situazione attuale della situazione italiana, potrebbe davvero essere un treno che non passa più. Dall'altro penso a tutto lo sbattimento che la cosa comporterebbe: chiedere l'autorizzazione al collegio docenti, ergo affrontare Ciclopi e Lestrigoni, notamment Aviopenia; voli continui tra Pisa e Parigi, senza godermi nessuna delle due; pochissimo tempo libero, che dovrei in realtà usare per la tesi. E a dirla tutta, pure fare a meno di Parigi: ecco, questo si' che è un treno che potrebbe non passare più.
Forse quello che mi manda in tilt è la presa di coscienza della mia pusillanimità: sento di mancare di coraggio, di subire il motore degli eventi. Di non riuscire ad essere primitiva, come bisogna esserlo nei momenti decisivi, a dare ragione a Hans Schnier, clown.
Era il 1 aprile 2001 quando ho messo piede per la prima volta in CMV. Quasi per beffa (ebbeh, senno' che 1 aprile era?), quel giorno si parlava di scelte. Io ero li', col mio maglioncino azzurro, e decidere di andarci era stata una scelta ardua: avevo deciso tipo alle 22h30 della sera prima, telefonando alla mia compagna di classe Simona per darle l'ok. Mi ricordo del cantinone, e di questo esempio per spiegare quanto "scelta" e "rinuncia" siano le due facce di una stessa medaglia: se ho bisogno di una penna e ne ho a disposizione 10, chiaro che dovro' rinunciare alle altre 9.
Se la matematica non è un'opinione, bell'osservazione del cass, direte voi. E c'avete ragione. Ma per quanto scontata, la storia delle penne è vera. Non si puo' fare o avere tutto, e quasi 10 anni dopo ancora non l'accetto, soprattutto quando vado a fare shopping (chiedete a chi mi accompagna).
Bene, vi diro' cosa faccio domani. Ora nanna. Prima pero' vi regalo una chicca della chat di oggi con Ale, mi perdonerete la volgarità (tanto è stata lei).
E se avesse ragione lei???
Ora, al di là di tutto (e questo è un pensiero estemporaneo): e se l'atto di coraggio sarebbe invece proprio rinunciare? E di rimando, avere la speranza che le cose in Italia potranno migliorare?
Non posso riaccendere il pc, ma devo scrivere, c'ho un tarlo e lo devo vivisezionare sulla carta per vederlo meglio. Dunque: la famosa supplenza di cui sotto. Ero già decisa a rifiutare, ma un esercito di grilli parlanti s'è messo in moto per dissuadermi. La ziiina me lo prospetta come un treno che potrebbe non passare più (tra un po' approveranno la lista salva-precari di Enterogelmini e per quelli di 3a fascia saranno volatili per diabetici, per dirla con un amico), mia madre ovviamente le dà ragione, Ale pure, sottolineando che cosi' troverei nuovo slancio per la tesi, amiche varie pure si sono pronunciate pro. I contro finora sono due: l'ing. Dippi', che vede le cose dalle vesti di un direttore di tesi, e Silvia, che dice che diventerebbe un delirio per la tesi. In mezzo, mia sorella: l'unica a metterla su un piano ragionato, quello delle scelte.
Delle persone di cui sopra, nessuno sembra essersi reso conto che il dono dell'ubiquità non ce l'ho ancora, faccio già una grossa fatica a stare in un posto e tornare ogni tanto in un altro, figuriamoci ad accettare una supplenza di 18 ore a Pisa da Parigi con furore.
Mi sento in ballo, entre deux chaises, come dicono i mangiaranocchie. Da un lato vorrei tornare a insegnare, e so che data la situazione attuale della situazione italiana, potrebbe davvero essere un treno che non passa più. Dall'altro penso a tutto lo sbattimento che la cosa comporterebbe: chiedere l'autorizzazione al collegio docenti, ergo affrontare Ciclopi e Lestrigoni, notamment Aviopenia; voli continui tra Pisa e Parigi, senza godermi nessuna delle due; pochissimo tempo libero, che dovrei in realtà usare per la tesi. E a dirla tutta, pure fare a meno di Parigi: ecco, questo si' che è un treno che potrebbe non passare più.
Forse quello che mi manda in tilt è la presa di coscienza della mia pusillanimità: sento di mancare di coraggio, di subire il motore degli eventi. Di non riuscire ad essere primitiva, come bisogna esserlo nei momenti decisivi, a dare ragione a Hans Schnier, clown.
Era il 1 aprile 2001 quando ho messo piede per la prima volta in CMV. Quasi per beffa (ebbeh, senno' che 1 aprile era?), quel giorno si parlava di scelte. Io ero li', col mio maglioncino azzurro, e decidere di andarci era stata una scelta ardua: avevo deciso tipo alle 22h30 della sera prima, telefonando alla mia compagna di classe Simona per darle l'ok. Mi ricordo del cantinone, e di questo esempio per spiegare quanto "scelta" e "rinuncia" siano le due facce di una stessa medaglia: se ho bisogno di una penna e ne ho a disposizione 10, chiaro che dovro' rinunciare alle altre 9.
Se la matematica non è un'opinione, bell'osservazione del cass, direte voi. E c'avete ragione. Ma per quanto scontata, la storia delle penne è vera. Non si puo' fare o avere tutto, e quasi 10 anni dopo ancora non l'accetto, soprattutto quando vado a fare shopping (chiedete a chi mi accompagna).
Bene, vi diro' cosa faccio domani. Ora nanna. Prima pero' vi regalo una chicca della chat di oggi con Ale, mi perdonerete la volgarità (tanto è stata lei).
- Dai, accetta! Tanto lo scoglio grosso è la Senzaca**i, ma devi fregartene, perché tanto tu di ca**i ne troverai... ihihih.
- Mmmh, se continua con questo andazzo...
- Guarda che è un circolo vizioso! Se torni a fare qualcosa che ti fa stare bene, ne guadagni in fascino...
E se avesse ragione lei???
Ora, al di là di tutto (e questo è un pensiero estemporaneo): e se l'atto di coraggio sarebbe invece proprio rinunciare? E di rimando, avere la speranza che le cose in Italia potranno migliorare?
venerdì 19 novembre 2010
Procida, 16 agosto 2010
Chiesa sconsacrata di san Giacomo, vernissage della pittrice Teresa nonmiricordoilcognome, sono con Valeria e Fiorella.
Seduti ai due lati della stessa scrivania, due uomini canuti, uno di fronte all'altro. Quello che sembra un po' più gagliardo: - Buonasera, signorina.
- Buonasera.
- Lei è in vacanza qui a Procida?
- Si', ma domani vado via.
Lui, rivolto all'amico: - Eh, sono sempre i migliori che se ne vanno! E poi a me: - E le interessa l'arte, la pittura, la scultura?
- Si', certo, mi piace molto.
- E' un peccato che domani vada già via, altrimenti mi sarei messo a sua completa disposizione per insegnarle a dipingere, traspare una tale gioia dalla sua persona...
Scopro dopo da Fiorella che il gagliardo pittore ha la bellezza di 75 anni, ennesima conferma che tra gli over 65 riscuoto sempre un certo successo.
Seduti ai due lati della stessa scrivania, due uomini canuti, uno di fronte all'altro. Quello che sembra un po' più gagliardo: - Buonasera, signorina.
- Buonasera.
- Lei è in vacanza qui a Procida?
- Si', ma domani vado via.
Lui, rivolto all'amico: - Eh, sono sempre i migliori che se ne vanno! E poi a me: - E le interessa l'arte, la pittura, la scultura?
- Si', certo, mi piace molto.
- E' un peccato che domani vada già via, altrimenti mi sarei messo a sua completa disposizione per insegnarle a dipingere, traspare una tale gioia dalla sua persona...
Scopro dopo da Fiorella che il gagliardo pittore ha la bellezza di 75 anni, ennesima conferma che tra gli over 65 riscuoto sempre un certo successo.
martedì 16 novembre 2010
Il negozio di ventagli
- La juventud estudia, y la artesania se està perdiendo.
Quello che succede un po' ovunque, in Europa almeno: tutti vanno all'università e i mestieri stanno scomparendo, col risultato che le università sono piene di capre e quando devi trovare un calzolaio è come cercare un ago in un pagliaio. Oppure che se vuoi comprare una cosa, o è cineseria world widespread a pochi spiccioli, o la paghi l'iradiddio perché è un pezzo unico.
Questo è un negozio di almeno 60 anni fa: nelle vetrine solo ventagli fatti a mano, i più preziosi sono in legno di rosa e di palissandro, e di pizzo ricamato a mano o decorati con disegni, sempre fatti a meno. Molti sono bianchi, per le spose. Tutto il negozio è per le spose: oltre ai ventagli, fermagli importanti, pettini leziosi e gioielli vistosi. Compro un paio di orecchini di perle a mia madre, sono quelli che durante il viaggio di nozze a Palma de Mallorca aveva portato a tutte le mie zie, ma non aveva preso per sé.
.
Questo bugigattolo polveroso e un po' sbiadito, con questa vecchina che si ribella come puo' all'insipida omologazione del mondo globalizzato, mi fa venire voglia di promettermi che se il giorno dei fiori d'arancio dovesse arrivare pure per me, tornero' a Malaga per comprarmi un ventaglio e farmi regalare un bouquet di gelsomino del Marocco.
Quello che succede un po' ovunque, in Europa almeno: tutti vanno all'università e i mestieri stanno scomparendo, col risultato che le università sono piene di capre e quando devi trovare un calzolaio è come cercare un ago in un pagliaio. Oppure che se vuoi comprare una cosa, o è cineseria world widespread a pochi spiccioli, o la paghi l'iradiddio perché è un pezzo unico.
Questo è un negozio di almeno 60 anni fa: nelle vetrine solo ventagli fatti a mano, i più preziosi sono in legno di rosa e di palissandro, e di pizzo ricamato a mano o decorati con disegni, sempre fatti a meno. Molti sono bianchi, per le spose. Tutto il negozio è per le spose: oltre ai ventagli, fermagli importanti, pettini leziosi e gioielli vistosi. Compro un paio di orecchini di perle a mia madre, sono quelli che durante il viaggio di nozze a Palma de Mallorca aveva portato a tutte le mie zie, ma non aveva preso per sé.
.
Questo bugigattolo polveroso e un po' sbiadito, con questa vecchina che si ribella come puo' all'insipida omologazione del mondo globalizzato, mi fa venire voglia di promettermi che se il giorno dei fiori d'arancio dovesse arrivare pure per me, tornero' a Malaga per comprarmi un ventaglio e farmi regalare un bouquet di gelsomino del Marocco.
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