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venerdì 2 maggio 2014

Tendenze aeroportuali

Stamattina, aeroporto di Capodichino. Io e P.A. facciamo colazione al tavolino alto di un bar al pianoterra e intanto commentiamo la variegata umanità che ci circonda. Arriva un nutrito gruppo di uomini e donne, legati tra loro da rapporti di parentela, parrebbe:
- Dimmi che non vengono a Parigi, ti prego.
- E invece mi spiace, amore, dovrai portarteli dietro. Li ho proprio sentiti che vanno a Parigi.

Non so a voi, ma a me piace molto osservare come sono vestite le persone, soprattutto quando viaggiano. Ho cominciato forse dopo aver letto il divertentissimo libro di Rossana Campo, Parigi bianca e nera, che comincia con la descrizione del turista italiano a Parigi. Libro che purtroppo non trovo più, ma questa è un'altra storia.

E in effetti l'Italiana media che va a Parigi per il week-end deve sentirsi una donna di gran classe e sulla cresta dell'onda delle ultime tendenze, con le sue magliette striminzite sbrilluccicose, le scarpe dal tacco 12, indubbiamente comodissime per scorrazzare nel métro parigino, o le orrende Hogan, i pantaloni a vita bassa da cui fuoriesce di tutto, il tutto condito da loghi giganti in ogni dove, tra cui spicca soprattutto il cavallo a grandezza naturale sulle polo Ralfloren. 

Stamattina ho scoperto - o quantomeno dedotto - che per essere alla moda in questo momento bisogna ostentare uno stile posticciamente trasandato, almeno stando all'osservazione di tre esemplari femminili del clan di cui sopra.

Femmina A (giovane, sui 25 anni): giacchetto bianco, maglietta a maniche lunghe a righe, pantaloni di felpa grigi, col cavallo a mezza coscia (per capirci, quelli che danno l'impressione che tu non sia riuscito a far salire al posto giusto le mutande, ma le abbia lasciate a metà strada per motivi vari ed eventuali), scarpette da ginnastica, bauletto Louis Vuitton. Aggravante: femmina A si chiama Perla.

Femmina B (signora sulla 50ina): leggings rosa confetto, cardigan lungo avorio, Converse blu navy, borsa in pelle di Prada marrone.

Femmina C (coetanea di femmina A): tuta di cotone sui toni del bianco e del grigio, scarpette Nike fucsia e arancione, borsa Borbonese (il modello tradizionale di cuoio).

E penso alle donne francesi, alla loro trasandatezza autentica, agli abbinamenti spesso fatti un po' n'importe comment, al trucco quasi inesistente… e mi piacciono di più.

lunedì 27 maggio 2013

La notte dei musei

Una volta scoperto che il compleanno di P.A. cadeva il lunedi' di Pentecoste - férié, sul laicissimo calendario francese -, formichina ha ben pensato di ingegnarsi per rendere speciale il compleanno di P.A., che non ama festeggiare il suo compleanno.
Prima mossa, complice il sito di isiget, l'acquisto di un bell'Orly-Napoli per il sabato mattina. Poi, l'elaborazione del piano. Per dimostrare a se stessa che feisbuc puo' avere anche un'utilità, formichina ha contattato un collega di P.A. (scavalcando bellamente tutte le gerarchie di gradi e compagnia bella) per far ottenere a P.A. i turni che voleva lei, in modo da passare quanto più tempo possibile con P.A. Poi ha dimostrato a se stessa di essere anche un'ottima attrice, raccontando a P.A. un sacco di bugie ai fini della sorpresa dell'anno.

Telefonata del venerdi' sera (formichina è seduta nella sua cucina): 
- Amore, ma cosa stai facendo?
- Mi sto facendo i biscotti per la colazione, mi è venuta voglia...
- Uh, saranno sicuramente buonissimi! Ma poi li farai anche a me?
- Ma certo, amore, te li faccio assaggiare presto!
- Domani cosa fai?
- Domattina vado in biblioteca, penso di tornare a casa nel primo pomeriggio e poi di sera faccio la notte dei musei coi ragazzi.
- Ah bene, e cosa andate a vedere?
- Ci sono varie proposte, so per certo che l'appuntamento è alle 19. Senti, a proposito, visto che faro' tardi, non è che invece di domani sera ci possiamo sentire domani pomeriggio? Sarai a casa?
- Sisi', non c'è problema!

Telefonata del sabato mattina (formichina è sull'Orlybus):
- Buongiorno cuore mio, come va?
- Tutto bene, aspetto la metro per andare in biblioteca... Tu come stai? Come procede il lavoro?
-Va tutto bene, grazie.
- A che ora finisci?
- Alle 14.
- Va bene. Ora devo salutarti che arriva la metro. Ci sentiamo più tardi?
- Va bene, buona giornata!

In realtà formichina temeva che da un momento all'altro potesse partire la vocina imberbe: "Benvenuuuti a booordo della navetta Ooorlybus", rovinandole cosi' la sorpresa studiata nei minimi dettagli.
E qualche ora dopo, finalmente a Napoli. Con il supporto di Zorrino, paziente autista aeroporto-casa e casa-Napoli, formichina telefona finalmente a P.A.

Telefonata del sabato pomeriggio (formichina è per strada, a pochi metri da P.A.):
- Amore, ma dove sei? Per strada?
- Sisi', sto andando al Monoprix, ché mi sono accorta che mi mancano alcune cose per domani... Com'è andata al lavoro?
- Tutto bene, ora sono un po' a casa, mi riposo ché poi lavoro stanotte...
- Ah, lavori stanotte??? (vocina interna: yes yes yes, ancora meglio del previsto, grazie colleghi di P.A.!)
- Eh si', sono all'infortunistica stradale...
- Ah, capisco.... Ma è pericoloso?
(Intanto, formichina ha trovato accostato il portone del palazzo di P.A. e sale i 5 piani cercando di non far trapelare niente. Formichina, mezza morta per il caldo e per lo sforzo, è davanti alla porta di casa di P.A.)
- No, pericoloso no, ma sai, è sabato notte...
- Ah, senti, hai già preso il caffè?
- No, non ancora.
- Non è che me ne prepari uno?
- (ride) Vuoi un caffè?
- Si', voglio un caffè!
(Formichina suona il campanello. Niente)
- Va bene.
(Formichina suona il campanello una seconda volta, più a lungo. Niente)
- Si', ma adesso vieni ad aprirmi???

Formichina riattacca, ma aspetta ancora 3 minuti buoni come una deficiente davanti alla porta coi suoi biscotti in mano. Finalmente P.A., vedendo che formichina non richiama, va ad aprire, in evidente stato confusionale.
- Non ci credo... non è vero... Tu sei una pazza!!!

P.A. ha ripetuto questa frase buona parte del pomeriggio. Si è fatto una doccia, è andato con formichina ad omaggiare il Marchesino e, una volta recuperato lo scooter, è riuscito a far fare a formichina pure la notte dei musei, portandola al museo di san Martino. E due giorni dopo le ha detto di aver passato il più bel compleanno della sua vita.

mercoledì 13 marzo 2013

L'importante è ca staje buono

(Avviso ai naviganti: questo è un micropost.)

Lo so, è un bel po' che non vi do' mie notizie, complice il calo di tensione post-consegna. Visto che qualcuno di voi si è preoccupato di sapere come stessi, ci tengo ad informarvi che sto bene, ho passato una settimana a casa e sono in semi-vacanza. Ah, e ieri ho cominciato a lavorare in un bar a Montmartre, proprio come Amélie Poulain.
Un post più generoso la prossima volta. Per ora, un omaggio musicale a chi, come me, ha lasciato Napoli e non ci è più tornato.
Baci!



martedì 31 maggio 2011

Perché è la gente che fa la storia

Il mio pomeriggio lavorativo di ieri è stato un continuo switching tra il sito di Repubblica e quello del comune di Napoli. Avevo paura, confesso. Paura che potessero averla vinta anche stavolta. E invece. E invece il cuore me lo sono trovato in gola, quando ho visto che già la seconda proiezione dava De Magistris al 59% e Pisapia al 54.
I risultati sono arrivati relativamente presto, ma questa sedia sembrava il divano a casa di Elisa durante la finale dei mondiali del 2006. Con la differenza che nessuno poteva condividere la mia ansia.

E invece poi sono arrivati gli sms, le mail. L'amico filologo, Siviglia, Valeria, Gipo. Ho scritto alla Schwester, che era al lavoro e non poteva sapere. A mio cugino, spalmato su qualche spiaggia della Turchia. A Cerasella, a Silvia. E ho scritto pure a mio fratello, che è riuscito a stupirmi con un "Certo che sono contento, non solo per De Magistris ma per tutta l'Italia, che sta riprendendo coscienza". E bravo zorrino, chi se l'aspettava da te. Ora deve solo riprendere coscienza lui, magari si accorgerà del travaso che ha accanto (per la gioia di tutti noi, piccola parentesi di inciucio familiare).Ho telefonato a mummy, la prima cosa che le ho detto è stata "Mà, hai visto? abbiamo scassato!" In preda a un raptus, ho scritto questa frase ovunque. Abbiamo scassato, abbiamo scassato, abbiamo scassato.

Mi sono ricordata di un pomeriggio di due anni fa, ero a mensa col diggei e commentavamo il disastro delle europee. Io scuotevo la testa sconsolata. Lui invece, disilluso e ottimista, pronosticava una grande rinascita che non avrebbe tardato. Aveva ragione. Cacchio, se aveva ragione. E' stato un piacere ricordarglielo.

Il corridoio verso la 6 a Nation con La storia siamo noi nelle orecchie e un brivido lungo la schiena prima e le braccia e le gambe poi, fino ad avvolgermi la testa. Una cena e una doccia veloci e in metro fino al Sacré Coeur, a raggiungere qualcuno del collettivo con l'amico filologo e la sua fantastica maglietta rossa "Sirvio, puppa!". E l'abbraccio mancato con te, che eri là al mio fianco, ma non eri lo stesso di quella mattina cominciata insieme, tra un bacio, un abbraccio e un quadratino di cioccolato.

C'è da lavorare, tanto. Non bisogna abbassare la guardia. C'è speranza, c'è ottimismo: sembravano ormai scomparse dalla vita del nostro Paese. E' su queste basi che bisogna continuare a fare la Storia. Io ci credo, io voglio farlo.

mercoledì 18 maggio 2011

Recupero

Bene, nelle ultime settimane sono stata in altre faccende affaccendata (ogni tanto bisogna pur lavorare) e ho scritto poco. Ma oggi, reduce da una bella riunione di due ore con il capo, mi sento in diritto di recuperare con una bella seduta di grafoterapia intensa, che scoraggerà persino i due lettori e mezzo che ogni tanto passano di qua (buuuuuuuh, hosoloduelettorifissi, buuuuuuuh, non mi volete bene, piangooooooooo,  buuuuuuuuuuaaauhuuuuuah).

Da dove comincio? Da una semplicissima considerazione sulla natura umana (neanche tanto originale, in verità) sulla base di un episodio che mi ha vista protagonista ieri mattina, e cioè: Al mondo c'è gente che al mattino si sveglia con la chiara intenzione di fregare il prossimo. Che poi faccia l'edicolante, il ladro professionista o il presidente del Consiglio, cambia poco.

Ieri mattina, dunque. Ore 10.15, esco dall'RER di buonumore, pensando ai risultati delle elezioni. Mi ricordo che nel portafogli ho solo un biglietto da 20 euri e qualche centesimino ramato (= no soldi per il caffè) e decido di comprarmi Libération, ansiosa di cambiare il bigliettone e di sapere se i mangiaranocchie hanno sprecato qualche parolina sulle elezioni italiane, distraendosi un attimo da DSK (che dopo 3 giorni ha già pienato, diciamocelo pure). Esito un attimo tra Libé e Le monde e poi opto per il primo, avviandomi alla cassa col giornale in una mano e tutte le mie fortune nell'altra. Indico il giornale, pago e, vedendo che il tizio ha già preso 10 euri e degli spiccioli dalla cassa per darmi il resto, gli confermo che gliene ho dati 20. Si scatena l'inferno:
-Mi ha dato 10 euro.
-No, gliene ho dati 20. (tono pacato e diplomatico)
-No, me ne ha dati 10, mi vuole fregare. (già visibilmente incazzato)
-Le assicuro, gliene ho dati 20. Ho ritirato i soldi proprio stamattina, la mia banca mi dà solo biglietti da 20. (tono ancora pacato)
- (prende il giornale e quasi mi sbatte contro i 10 euri) Si prenda i suoi soldi e se ne vada o chiamo la polizia. Lei mi ha dato 10 euro.
- (tono leggermente alterato) Guardi, sono entrata apposta qui dentro per cambiare 20 euro, quindi lei ora mi dà i miei soldi.
-Ma come si permette? Guardi che il locale è videosorvegliato! Guardiamo la cassetta cosi' vedrà che mi ha dato 10 (incazzatissimo, urla).
- (ormai fuori di me) Benissimo, guardiamo la videocassetta!
-Ora non posso, torni alle 11 (improvvisamente calmo)
-No, la guardiamo ora, invece! Devo andare al lavoro! (sempre più fuori di me)
-Dopo!
-No, ora! Ha capito? ORA! Altrimenti chiamo subito la polizia! La chiamo io, la polizia, e vediamo.  (urlo, sono rossa ma irremovibile)
A un certo punto, prende altri 10 euro dalla cassa (segno intangibile di cattiva fede) e me li dà con estremo disprezzo. Io me li prendo ed esco dall'edicola continuando a dargli del voleur, dell'escroc e a lanciare delle frasi a caso, del tipo mais je rêve, quoi!, c'est pas possible, n'importe quoi, che fanno un drôle d'effet pronunciate col mio accento, ma anche tanto bene allo spirito. Avrei anche potuto lanciare una serie di anatemi in napoletano a lui e a tutta la razza sua, ma volevo che capisse bene.

E mentre mi avviavo verso il lab, ancora visibilmente sconvolta, mi sono ricordata di una massima di mummy: "Chi pecora se fa, 'o lupo s'a magna".E automaticamente ho pensato alla politica, agli Italiani, ai Napoletani. Ho pensato che, pure con un po' di ritardo, la gente ha capito che per non essere pecora deve parlare, e per avere diritto di parola deve partecipare. Non si deve nascondere dietro alibi del tipo "tanto tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera". Deve ascoltare, interagire, protestare. Costruirsi una coscienza civile non è immediato, ma sono ottimista: mi pare che il vento stia cambiando, e che presto ci sarà spazio per una rinascita. E a quel punto, forse potrei pure prevedere un ritorno a Napoli (sogna, formichina, sogna).

Avevo ancora altre cose da dire, ma un po' me le sono scordate, un po' non riesco a formularle, non importa. Cerchero' di aggiornarvi presto, anyway. Se avete notizie di Mastella, avvisatemi!

lunedì 16 maggio 2011

L'attesa

Pure a 2 000 km e passa, seguo con un certo interesse (e pure una certa apprensione, confesso) le elezioni di ieri e oggi in Italia, con uno sguardo tutto particolare a Napoli, ovviamente. Nessuno è stato capace di fare previsioni. Una miriade di candidati (8, mi pare).
Ecco, io vorrei che per una volta i Napoletani dessero un segnale forte. Vorrei che facessero capire al resto d'Italia che non sono più dei burattinai in mano al solito prestigiatore che promette mari e monti e poi gli unici mari e monti che puo' dare loro sono fatti di munnezza. Vorrei che la Napoli che pensa, che lotta, che paga le tasse, vincesse per una volta. Vorrei che si ricominciasse a sperare, che si rialzasse la testa.
Vorrei che chi si è recato ai seggi ieri e oggi abbia messo una bella croce sul nome di quest'uomo:

 

Anche perché, scusate, una città che l'anno prossimo giocherà in Champions League puo' mai permettersi di avere una munnezza di sindaco?

martedì 3 maggio 2011

Perplessa

Sono perplessa, per svariati motivi. Ma andiamo con ordine.

1) Puo' un Presidente della Repubblica (e non di una Repubblica a caso, ma gli USA), uno che si è presentato al mondo intero come il nuovo che avanza e rompe in modo netto col passato, bello, giovane, pacifista, democratico, tollerante e fermo sbandieratore dell'uguaglianza, esultare di gioia perché un pericoloso terrorista è stato ammazzato e dire che "giustizia è stata fatta"? Secondo me non puo', o quantomeno non dovrebbe. In nome della democrazia, della tolleranza e dell'uguaglianza (e soprattutto in nome della Dichiarazione universale dei diritti umani, che non è né l'ultimo libro di Moccia né il libretto d'istruzioni del frigorifero), il bel Presidente in questione avrebbe dovuto mandare a prendere il pericoloso terrorista e inchiodarlo col culo sulla sedia del tribunale dell'Aja. Poi sarebbero stati i giudici a pronunciarsi sulla pena. No? A maggior ragione se subito dopo hanno pensato che uccidendo il terrorista potrebbero esserci attentati in Occidente... Se siete tra quelli che hanno esultato all'idea di poter mettere di nuovo shampoo e bagnoschiuma nel bagaglio a mano senza l'odiosa bustina a chiusura ermetica, riponete l'entusiasmo dove l'avevate preso: sarà tutto come ora, se non peggio.

2) Puo' un altro Presidente di un'altra Repubblica (quella dei liberté, égalité, fraternité) andare ad attaccare la Libia col pretesto di liberare i Libici e riempire le stazioni di métro del suo Paese con militari armati di mitra ad ogni angolo, che pare che stiamo giocando a Risiko nostro malgrado?

3) Puo' un candidato sindaco di una città come Napoli, da secoli nota come città aperta e tollerante, avere nelle sue liste degli esaltati guerrafondai che una bella notte pigliano e vanno a bucare dei loro coetanei? Ora, è vero che il pidielle ci ha abituato a tutto, ma c'è un limite che non andrebbe mai superato. Quello che è successo qualche giorno fa è gravissimo, ancora più grave è il quasi totale silenzio sull'episodio da parte di giornali e televisioni , che hanno invece dato ampio spazio alla notizia dell'aggressione a Lettieri. Il tutto è sintomatico di una potente assuefazione delle coscienze e di volere a tutti i costi minimizzare qualcosa che tanto minimo non è. Questo, oltre a lasciarmi perplessa, mi fa pure paura. E tanto.

4) Puo' la mia colloc lasciarmi in frigo una busta piena di coste (quelle che dalle mie parti si chiamano turzi) di broccoletti baresi (quelli a forma di alberello) senza i broccoletti baresi ? E io mo' che ci faccio con mezzo chilo di turzi di broccoli senza i broccoli? Se avete idee, condividetele. Grazie.

sabato 30 aprile 2011

Io non mi sposo (almeno per ora)

Non so se c'è stata un'epidemia o se i preti potranno celebrare matrimoni fino al 2012, ma sembra che tutti debbano sposarsi tra quest'anno e il prossimo (persino l'uomo che credevamo insaisissable, il nostro Da-miii-aaaano, che va a sposarsi a Las Vegas). Senza contare tutti quelli che sono convolati a nozze l'anno scorso, almeno tra amici e conoscenti. E tutti mi guardano come se fossi un po' un animale strano, che alla mia veneranda età (28 anni, eh) non ho né l'idea di dove voler stare, né di cosa fare, né uno straccio di fidanzato o amico speciale che potrebbe candidarsi per l'altare. E quindi io non mi sposo, almeno non quest'anno e neppure l'anno prossimo (molto probabilmente manco nel 2013, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).
Non mi sposo perché non ho passato buona parte della mia vita a sognare di farlo, a pensare a cosa manca nel corredo (già la parola è brutta), al vestito, ai testimoni e alle tende e alle piastrelle che mettero' a casa mia.


Non mi sposo non solo perché non ho il candidato, ma perché in questi ultimi anni ho avuto altre priorità, per esempio imparare a camminare con le mie gambe in un Paese straniero, in cui non conoscevo nessuno; accompagnare 50 ragazzini scalmanati in gita a Napoli; sentirmi dire che ho  un joli accent; festeggiare il 14 luglio, la fête de la Musique e san Ranieri; riempire valigie e scatoloni e svuotarli una volta arrivata a destinazione, per poi ricominciare a riempirli e svuotarli; andare in Bretagna in macchina e dormire in campeggio; guardare il mio Paese da lontano; valutare il bidet come una delle più grandi invenzioni progressiste; capire quanto è importante la mia famiglia; imparare un sacco di gros mots; capire meglio il significato della parola straniero; conoscere gente da dovunque e farmi raccontare cosa significa vivere in Palestina o in Cina; amare Parigi, odiare Parigi, tornare a Parigi per amore di Parigi e chiedermi se un giorno riuciro' a vivere lontano da Parigi senza rimpianti; scoprire e innamorarmi della cucina orientale; conoscere delle persone eccezionali; aiutare dei cuccioli di mangiaranocchie a fare i compiti; prendere aerei e treni, poi solo treni, poi di nuovo aerei e di nuovo aerei e treni; imparare a bere vino; contare i giorni che mancano per tornare a casa; desiderare di essere a casa per il PomiglianoJazz; scrivere lettere e mail; scoppiare in lacrime davanti a un flic mentre cerco di denunciare una vecchia scroccona; collezionare regali e biglietti d'auguri; andare di nuovo in bicicletta; caricarmi lo zaino in spalla e camminare da sola alle 5 terre; fare tante foto; visitare la casa di Monet; andare a lezione in Sorbona; sdraiarmi a piazza dei Miracoli; cambiare 13 coinquilini; sentire un posto come casa ma capire che nessun posto potrà mai essere casa se non casa soltanto. Ah, e nel frattempo ho fatto pure un po' di casting (sempre per il candidato all'altare), raccogliendo materiale per tutta una saga sul blog (cose che voi umani...).


Tanto,  finché questo rimbambito di formichino azzurro non trova la strada, hai voglia di fare!!!

martedì 5 aprile 2011

Di treni e di forse

A quest'ora avrei potuto essere in treno, destinazione Digione. Un amico che lavora alla FFCA mi aveva chiesto se mi andava di partecipare al campionato di cucina organizzato da Carrefour, mi avrebbero pagato tutto, persino l'iscrizione alla Federazione per quest'anno. Invece sono in lab, in un ufficio provvisorio perché il mio lo stanno rimettendo a nuovo. Non sono pentita di aver rifiutato, l'ultima lezione di cucina che ho preso è stata ad ottobre e probabilmente non sono neanche dell'umore giusto. Ma il viaggio in treno, quello l'avrei fatto volentieri, pure senza mare da salutare.
Per 3 anni e rotti tornare a casa ha significato 6 ore in intercity, con tutti i disagi del caso. Ma quei 3 minuti dei miei occhi rapiti da un promontorio sulla costa livornese valevano quelle 6 ore che spesso diventavano pure 7, con le gambe indolenzite, i bagni fuori uso e la fauna locale. Quei viaggi erano come un rito iniziatico ogni volta: cavalcare il ritmo delle stagioni sul colore del mare e dei campi lungo la Tirrenica, un lungo aspettare l'arrivo, prima di entrare in stazione a Piazza Garibaldi. Non ho mai capito perché, ma quando il treno entra in stazione a Napoli rallenta e s'incammina al capolinea a passo d'uomo. Forse per regalare un ultimo momento di lentezza prima di essere catapultati nel frastuono di Napoli, o forse per far sentire ancora di più la smania di arrivare e di abbracciare chi aspetta al binario. O forse, molto più banalmente, perché in quel tratto è cosi' che deve andare.

Non era di questo che volevo parlare stamattina, a dire il vero non so neanch'io cosa volevo dire. E' che nella mia testolina si affollano tanti pensieri e tanti punti interrogativi, una lista infinita di cose da fare e da capire, tra il mio lavoro, il mio futuro e il mio stare al mondo. Quello che è successo negli ultimi mesi e che sta succedendo ora, la precarietà che, paradossalmente, è una delle mie poche certezze. Questi rumori di fondo che si accavallano e "imbrogliano" ancora di più la matassa. Mi hanno chiuso il mio vecchio blog, quello su Spaces, forse è un bene, pure se c'erano pezzi della mia vita tra Pisa e l'erasmus. Forse dovrei smetterla di scrivere e basta...

mercoledì 26 gennaio 2011

'A ciorta

L'altra sera, mentre traducevo il testo di 'O sciore e 'o viento, mi sono soffermata un attimo con un mezzo sorriso quasi beffardo sulla parola ciorta, che ho reso con fortuna. Mentre le mie dita digitavano fortuna, scuotevo la testa e mi dicevo che ero stata un po' ladra, passando sotto silenzio il peso di questa parola. Ma non potevo mettermi a fare una disquisizione di linguistica nel mezzo della poesia, quindi lo faccio ora.

Allora: 'a ciorta è una parola che racchiude in sé un modo di vedere e di vivere dei Napoletani. E' la fortuna, si', ma non solo. E' anche il destino, qualcosa che tu non ti scegli ma che aspetti. Se conoscete la canzone Napule è di Pino Daniele, ricorderete che il ritornello fa cosi':
"Napule è 'na carta sporca
e nisciuno se n'importa
e ognuno aspetta 'a ciorta."

'A ciorta è l'occasione della vita: una vincita al bancolotto, un buon partito per la propria figlia o nipote, una botta di culo, insomma.But a special one: 'a ciorta è soprattutto una benedizione, una manna dal Cielo. E credo che solo noi Napoletani, a metà strada tra la superstizione, la fede e il folklore, possiamo  avere un concetto simile. E forse è anche una cosa che ci limita molto, che ci rende meno artefici del nostro destino e più col naso rivolto al cielo, aspettando che qualcosa di buono arrivi anche per noi. D'altra parte, la storia della nostra città e del nostro popolo lo racconta molto bene. Ah, se non lo conoscete, leggetevi Il resto di niente di Enzo Striano: è un piccolo, grande capolavoro. Ancora poco conosciuto, purtroppo.

Apprendo stamattina sul Fatto una bella notizia: la probabile candidatura a sindaco di Napoli di Luigi De Magistris. Sarebbe la persona giusta per ridare un po' di dignità a questa città cosi' martoriata, dilaniata da anni di pessima gestione politica in cui pochi hanno magnato e molti sono rimasti sempre più poveri, nei loro bassi umidi e squallidi, aspettando il miracolo. Non è un caso che un ben noto puttaniere riscuota tanto successo proprio a Napoli. Lui è scaltro, e ha ben capito che doveva presentarsi come la ciorta personificata. Una Napoli fatta di vicoli pieni zeppi di bambini e ragazzine cresciuti troppo in fretta, che forse non hanno mai conosciuto l'innocenza. Una Napoli da cui i giovani come me scappano con la morte nel cuore, perché è l'unica soluzione possibile, o dove giovani come la mia amica Valeria hanno il coraggio di ritornare per vedere se si possono cambiare le cose. Mi fanno venire l'orticaria quelli che parlano di Napoli senza esserci mai stati, basandosi su leggende metropolitane e pregiudizi. Andate nei vicoli, tra gli scugnizzi che giocano a pallone e ragazze di 16 anni che sono già mamme, tra l'odore di pizza e lo sfrecciare dei motorini. Guardateli bene negli occhi, fatevi penetrare dalla loro malinconia, dalla loro sfrontatezza. Leggete sui loro visi l'attesa della ciorta.

Per darvi qualche dimostrazione in context della parola in questione, eccovi qualche espressione tipica:

"Uha, e c' ciorta!" (= "Miii, che fortuna!", si usa o per esprimere la propria invidia verso chi ha avuto una vera botta di culo o per ironizzare sulla propria sfiga)

"Nenné, o Patatern' t'adda benedicere e t'adda mannà 'na bona e ricca ciorta!" (= "Piccola, il Signore deve benedirti e mandarti un uomo buono e ricco")

"Vulesse 'a ciorta!" (="Ah, volesse il Cielo! Magari!")

"'A ciorta d'o pover'omm" (= la malasorte, la sfiga)

lunedì 17 gennaio 2011

A Charles

Il primo ricordo che ho di Charles è in un'aula di palazzo Sforza, nell'ottobre del 2002. Cominciavo il secondo anno di università all'Orientale, e lui era appena arrivato dall'Università di Pisa, "in prestito", come si fa coi calciatori. Indossava un completo grigio chiaro ed era accompagnato da una persistente nuvola di profumo buono, che non sono mai riuscita ad individuare.
Ricordo di mezz'ora e forse più passata nel suo studio a fare una specie di pre-esame, in cui mi aveva chiesto tutto o quasi del programma, e un bel 30 e lode sul libretto 6 mesi dopo.

Poi ero andata l'anno dopo a chiedergli una lettera di presentazione per l'assistentato e a indagare se potevo fare la tesina con lui, ricevendone un garbato rifiuto perché non ero del corso di traduzione.

Ho ritrovato Charles a Pisa, al secondo anno di specialistica, scoprendo che sarebbe stato di nuovo il mio prof. L'ho beccato nell'atrio di palazzo Matteucci, un lunedi' pomeriggio. Si ricordava di me, ma mi aveva scambiata per una sua vecchia studentessa di Pisa di diversi anni prima. Ne ho approfittato per prenotarmelo al volo: stavolta dovevo assolutamente fare la tesi con lui, ci sono riuscita. Mi ricordo della soggezione che provavo quando andavo a ricevimento, che è rimasta anche dopo la laurea, quando ho continuato a bussare alla sua porta per un saluto o un consiglio. Ho potuto piangere senza pudore quando ho avuto i primi problemi con la tesi, ho potuto scrivergli, chiamarlo. L'ho ritrovato a  Brescia a settembre, giusto in tempo per sentire il mio exposé. E l'ho rivisto a Pisa prima di Natale.

Qualche giorno fa Charles era solo nel suo studio. E' arrivato un cretino, bocciato a un esame, e ha cominciato a dargli addosso, colpendolo più e più volte. Ho saputo i particolari grazie a Repubblica e a due amici che mi hanno linkato l'articolo. Sono rimasta senza parole, al di là dell'affetto che mi lega a Charles, per quello che traduce questo deplorevole episodio. Tu non sai chi sono io, ma come ti sei permesso, nessuno mi puo' giudicare, stai dicendo cazzate, ora ti faccio vedere io. Che non è solo l'atteggiamento di un imbecille bocciato dal prof, è un modello propinato su larga scala, dalla politica alla tivvù, passando per le scuole, le fabbriche, le aziende. Una giungla di fauves in cui l'arroganza è il Leitmotiv. In cui tutti vogliono essere rispettati, ma pochi si curano di rispettare e in cui la meritocrazia è una bella parola con cui riempirsi la bocca ma un acerrimo nemico, semmai dovesse capitare sulla propria strada.

Rimettiti presto, Charles. L'università ha bisogno di te, devi tornare a fare lezioni, esami e ricevimenti e a bocciare chi il francese non lo sa. E spero che un giorno mi chiederai di venire a darti una mano.

venerdì 29 ottobre 2010

Nation, stamattina

Ho fatto tardi, stamattina. Abbastanza da indurmi a limitare la colazione (che di solito mi prende almeno 20 minuti) a un caffè ed avere cosi la scusa per prendermi un pain aux raisins alla boulangerie all'angolo. L'ho mangiato in metro, tra Daumesnil e Nation, mentre Dalla cantava Anna e Marco solo per me e il tipo dello strapontino di fronte mi lanciava allo stesso tempo un sorriso e un "bon appétit".

Nei corridoi a Nation, una signora bassina dagli occhi verdi e l'accento molto familiare mi ferma per chiedermi quale treno prendere per andare a Disney. E' il secondo anello biologico del branco. Prima di lei, la "masta" (moglie del "masto"), probabilmente sua madre, capelli lunghi e vaporosi, tirati indietro a scoprire un vistoso paio di cerchi dorati. Dopo, 3 o 4 ragazzine, troppo truccate e troppo "alla moda" per la loro età.

- Ma sei italiana?
- Si'.
- E lavori qui?
- Si', lavoro qui.
- Per favore, aiutaci. Accompagnaci e facci vedere come si arriva a Disney.

Non si sono ancora accorte che siamo conterranee: in questi casi sfoggio sempre il mio accento neutro, ho imparato a farlo quando lavoravo al call center ed era la mia difesa contro gli 081 che, quasi sicuramente, avrebbero chiesto uno sconto impossibile o uno strappo alla regola.

Arrivate sul quai, spiego loro il sistema di lucine dell'RER. Si sentono più sicure e cominciano a ringraziarmi, imprecando contro i Francesi che non si sono fermati ed esaltando la solidarietà fra connazionali. Poi, la domanda bomba:
- Di dove sei?
Esito un attimo, mi godo il momento e accendo la miccia, scandendo bene: Pomigliano d'Arco.
Ecco, è esplosa: - Uaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaà, noi Pompeiiiii!!! Che bella cosa, e' napulitan! Grazie bella, grazie assai!
- Di niente, figuratevi. E divertitevi a Disney!
- Grazie grazie! In bocca al lupo per tutto!


lunedì 25 ottobre 2010

Parole a dieta

"Concrétisez vos rêves."*

*(Concretizzate i vostri sogni.)

La scritta, bella grossa, campeggia in bianco su un manifesto blu notte a Nation, un manifesto con tante stelline bianche come la scritta. E' la pubblicità del centro commerciale Val d'Europe,dove i "rêves" da concretizzare sono moda, shopping e divertimenti vari, con un posto di spicco all'animazione per bambini il mercoledi' (giorno senza scuola per i bimbi francesi, nota di formichina).

Da quando ho visto questa pubblicità, 3 o 4 mattine fa, non faccio che pensare a quella scritta. A quel "rêve" piazzato li', come una parola qualsiasi, smunta. Come una donna a dieta che per prima cosa ha perso il seno e solo dopo la ciccia. Ecco, quel "rêves" piazzato li' cosi', a portata di mano nella cassa di un centro commerciale che puoi raggiungere in RER, mi disturba.

Quella parola, in un'altra lingua, l'hanno usata il Poeta dei poeti per dire di che pasta siamo fatti e "un uomo nero" per far capire al mondo quello che conta non è la razza, ma cosa abbiamo nel cuore, i nostri valori, i nostri sentimenti, per dirne due.

Mi pare che di questi tempi di taglie 40 e anoressia le parole belle siano tutte un po' a dieta, come se il loro significato pesasse troppo sulla bilancia della società. E quindi bisogna ridimensionarlo per esigenze di mercato, usandole in serie, un po' a casaccio qua e là.

Sarà che poi io trovo i centri commerciali uno degli aberranti prodotti della società moderna e quindi sono troppo di parte, ma io se penso ai miei di sogni, non penso a un giro per negozi. Come minimo al giro del mondo... Oppure penso al mio formichino azzurro, che da qualche parte dovrà pure essere, e sogno di addormentarmi con la testa sul suo petto e di fargli i biscotti per la colazione. Sogno una Napoli senza munnezza e senza malavita, libera di vivere il suo splendore. Sogno un mondo senza guerre e senza telegiornali a parlare di guai. Sogno 2-3 marmocchi che mi gironzolano per casa, e che ogni tanto caricherei in macchina per portarli dai nonni.

You may say I'm a dreamer
but I'm not the only one...

I'm sure about it...

venerdì 1 ottobre 2010

Sogni

L'altra notte ho sognato treni, corse, attese. Ho sognato che la parrucchiera mi faceva tre volte lo shampoo, e alla fine avevo i capelli mogano e lisci. Ho sognato una signora bionda, mia presunta parente, che doveva prendere un treno e arrivare in Sicilia, le davo dei soldi per fare il biglietto. Ho sognato un gran trambusto, una mia amica vestita in modo elegante, che c'era un'occasione speciale ma non capivo quale.

Stanotte ho sognato valigie, treni, metropolitane, aerei. Ho sognato orari a cui fare attenzione, e corse, e attese. Ho sognato una coppia di turisti italiani di una certa età che mi mostrava due biglietti da visita per Montmartre e mi chiedeva la strada per arrivarci. Io ci pensavo un attimo, cercavo di capire dov'ero, come farli arrivare alla metro più vicina. Sapevo che non era lontano, ma non riuscivo ad orientarmi e a dare spiegazioni. Ho sognato che il treno passava davanti a una chiesa, e io mi facevo il segno della croce, e che subito dopo mi pentivo di averlo fatto.

Di giorno sono treni, metropolitane, corse, attese. E la sensazione di stare perdendo qualcosa, di vista o davvero.

venerdì 9 luglio 2010

Sevilla, 29 de junio 2010

Recuperata la valigia, mi avvio verso l'uscita, alla ricerca della fermata della navetta. Solo 10 minuti di attesa, mi metto in fila con gli altri.

Arriva il bus, un tizio con la maglia rossa mi guarda male, mi passa davanti e mi fa, piuttosto alterato: "primero!". Ovvero: levati di 'ulo, checc'eroprimaio. Ricambio col mio sguardo versione attonita che tiro fuori abbastanza spesso, quello che la mia amica Bionda definisce "aro' è caruta a' bomba".

Salgo in bus. Nei sedili accanto, due italiane sulla 40ina, riconosco un accentino familiare e poi scorgo un logo rosso e blu su una felpa bianca: cooperativa pescatori Posillipo. Oilloc, i soliti chiattilli a spasso per il mondo. Benedico sempre l'ipod, in questi casi.

Il percorso per il centro città non offre spettacoli particolarmente esaltanti: la solita periferia "moderna" delle città, cemento, lavori in corso e poco verde. A tratti, è Napoli.

Capolinea: primero dalla maglietta rossa diventa gentile e mi aiuta a tirar giù la valigia. Mi avvio alla stazione dei bus sotto il sole cocente: ci sono 34 gradi. Nei 5 minuti di cammino, comincio a sentire le braccia roventi, peggio di un fiorentino al primo sole. Stazione dei bus, biglietto per Granada e deposito il mamozio blu. Non prima di averne estratto lo spray solare e ciaf ciaf, braccia, ciaf ciaf gambe.

Tramvia, direzione centro.
14h20 Taberna Coloniales: un piacevole fracasso, gente in piedi che spizzica e tracanna. Tapas y cerveza. Mi siedo al bancone, studio il menù. Dall'altro lato, un tipo abbastanza tarchiato sulla 50ina: "Que te sirvo, guapa?" "Una tapa con pechuga de pollo y una cerveza, por favor". Di solito mi fa triste bere da sola, ma le bionde spumeggianti dei bicchieri altrui mi fanno troppa voglia. Ho fatto bene, è buonissima: fresca, leggera, va giù come fosse acqua.

Dopo pranzo, mi avvio alla cattedrale. Per strada quasi nessuno, ogni tanto il tramvia. Carrozze con cavalli stanchi aspettano i turisti. Non so perché, ma ho l'impressione di essere in una città coloniale dell'America latina senza la miseria, almeno per come me le immagino io, penso a L'amore ai tempi del colera e al dottor Juvenal Urbino che si fa scarrozzare per la città.

Fuori dalla cattedrale, zingare armate di rametti di rosmarino si fiondano sui turisti per leggergli la mano. Visitare la cattedrale costa 8 euri: ci rinuncio, pagare per entrare in chiesa è contrario ai miei principi.

Una mezz'oretta ai giardini, immensi. Panchina all'ombra e l'Internazionale eredità di Fede. Recupero il mamozio e hop! di nuovo in bus. E' ora di ripartire, Granada mi aspetta.

martedì 22 giugno 2010

Fête de la musique

21 giugno, solstizio d'estate: quest'anno l'estate gioca a nascondino, ed è sempre più veloce di chi per un attimo s'illude di averla scovata e corre al muro per gridarlo forte.

Nel formicaio il solstizio d'estate si saluta da qualche anno con la festa della musica: per qualche ora, Parigi è la grande festa mobile di Hemingway. Ad ogni angolo, tutti i generi, di tutti i Paesi.

Quest'anno ho scelto un percorso alternativo al solito St. Michel / St. Germain / Ile de la Cité. Abbiamo cominciato a Pyrénées e concluso a Oberkamp. Niente Senna, niente zone "in". L'Est parigino, Pyrénées, Belleville, Couronnes. Il feudo di Pennac, insomma.

Prima tappa, non prevista: scendendo sulla rue de Belleville, sulla sinistra, una fanfare spagnola. Una mamma fa ballare la sua bimba. Una sudamericana, forse cilena, mi sorride, e poi abbraccia il suo uomo. Mi ricorda una festa di paese, ma in un posto lontano dove non sono mai stata.

Andiamo avanti, abbiamo appuntamento con gli altri a place Fréhel, dove campeggia l'enorme murales su Fantomas. Al Culture rapide c'è la Belleville Blues Band, il cantante mi ricorda un po' Pino Daniele, non per la voce, ma proprio per la testa. Il tempo di una birra, scendiamo ancora. Andiamo per una stradina che conosco già, ci ho cenato una sera d'inverno con Silvia, Alfonso e dei loro amici. Solo che ora il restau ha i tavolini fuori e i commensali si godono lo spettacolo di un'altra fanfare, francese stavolta. Ci fermiamo un po', balliamo. Sono bravi, bravissimi. Soprattutto la ragazza al tamburo.

Proseguiamo, boulevard de Belleville. Arriva musica da un locale, ci fermiamo ancora un po' a ballare sul marciapiedi. Il genere è del tutto diverso, disco ma anche ritmi latini, soprattutto. Sembra il porto di Napoli a Capodanno, lo spartitraffico per una mezz'ora diventa diventa la sua banchina.

Couronnes, percussioni brasiliane. Appena 300 metri, ma diresti di essere a Rio. Una quindicina di ragazzi e ragazze, magliette rosse con la scritta "Sambinho": qui c'è già più gente, sembra di essere in centro.

Più avanti, sempre su rue Jean-Pierre Timbaud, si vede del fumo. Una caterva di merguez, cotte o da cuocere ancora, come alla festa dell'Unità. Solo che al posto del porco emiliano c'è l'agnello speziato.

Passiamo oltre, ragazzi di colore e hip-hop. Poi Oberkampf, c'è decisamente più gente. La crêpe della buonanotte e ognuno per la sua strada.

Rientro in Velib' da Filles du Calvaire: rue Amelot, rue du Chemin vert, bd Beaumarchais. Di fronte a me l'obelisco di Bastille. Rue du Charenton, lunghissima e tranquilla, come faccio spesso. Ecco, questa invece è Pisa.