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martedì 25 ottobre 2011

Se ne vanno

La vita nella metropoli è frenetica, stimolante, senza dubbio stancante. E forse è più precaria che altrove. Per necessità o per destino o forse solo perché dopo un po' on en a marre, gli addii sono più frequenti che altrove. E più tristi, perché una volta che hai trovato un amico nella metropoli ti senti depositario di un tesoro prezioso. E le feste d'addio possono essere perfette quanto vuoi tu, con la musica giusta e il vino buono, il regalo azzeccato e l'aria di festa, un addio è sempre un addio e quello che hai vissuto con chi parte non tornerà, anche se chi parte tornerà, per un giorno o una settimana. Resta nel cuore, almeno quello si', pronto a essere tirato fuori ogni volta che hai voglia di ridere, di coccolarti e di pensare che la vita è stupenda perché fa incrociare la tua strada con persone meravigliose. E che se tu non fossi partito a tua volta, probabilmente non avresti mai incontrato.

sabato 30 aprile 2011

Io non mi sposo (almeno per ora)

Non so se c'è stata un'epidemia o se i preti potranno celebrare matrimoni fino al 2012, ma sembra che tutti debbano sposarsi tra quest'anno e il prossimo (persino l'uomo che credevamo insaisissable, il nostro Da-miii-aaaano, che va a sposarsi a Las Vegas). Senza contare tutti quelli che sono convolati a nozze l'anno scorso, almeno tra amici e conoscenti. E tutti mi guardano come se fossi un po' un animale strano, che alla mia veneranda età (28 anni, eh) non ho né l'idea di dove voler stare, né di cosa fare, né uno straccio di fidanzato o amico speciale che potrebbe candidarsi per l'altare. E quindi io non mi sposo, almeno non quest'anno e neppure l'anno prossimo (molto probabilmente manco nel 2013, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).
Non mi sposo perché non ho passato buona parte della mia vita a sognare di farlo, a pensare a cosa manca nel corredo (già la parola è brutta), al vestito, ai testimoni e alle tende e alle piastrelle che mettero' a casa mia.


Non mi sposo non solo perché non ho il candidato, ma perché in questi ultimi anni ho avuto altre priorità, per esempio imparare a camminare con le mie gambe in un Paese straniero, in cui non conoscevo nessuno; accompagnare 50 ragazzini scalmanati in gita a Napoli; sentirmi dire che ho  un joli accent; festeggiare il 14 luglio, la fête de la Musique e san Ranieri; riempire valigie e scatoloni e svuotarli una volta arrivata a destinazione, per poi ricominciare a riempirli e svuotarli; andare in Bretagna in macchina e dormire in campeggio; guardare il mio Paese da lontano; valutare il bidet come una delle più grandi invenzioni progressiste; capire quanto è importante la mia famiglia; imparare un sacco di gros mots; capire meglio il significato della parola straniero; conoscere gente da dovunque e farmi raccontare cosa significa vivere in Palestina o in Cina; amare Parigi, odiare Parigi, tornare a Parigi per amore di Parigi e chiedermi se un giorno riuciro' a vivere lontano da Parigi senza rimpianti; scoprire e innamorarmi della cucina orientale; conoscere delle persone eccezionali; aiutare dei cuccioli di mangiaranocchie a fare i compiti; prendere aerei e treni, poi solo treni, poi di nuovo aerei e di nuovo aerei e treni; imparare a bere vino; contare i giorni che mancano per tornare a casa; desiderare di essere a casa per il PomiglianoJazz; scrivere lettere e mail; scoppiare in lacrime davanti a un flic mentre cerco di denunciare una vecchia scroccona; collezionare regali e biglietti d'auguri; andare di nuovo in bicicletta; caricarmi lo zaino in spalla e camminare da sola alle 5 terre; fare tante foto; visitare la casa di Monet; andare a lezione in Sorbona; sdraiarmi a piazza dei Miracoli; cambiare 13 coinquilini; sentire un posto come casa ma capire che nessun posto potrà mai essere casa se non casa soltanto. Ah, e nel frattempo ho fatto pure un po' di casting (sempre per il candidato all'altare), raccogliendo materiale per tutta una saga sul blog (cose che voi umani...).


Tanto,  finché questo rimbambito di formichino azzurro non trova la strada, hai voglia di fare!!!

mercoledì 23 marzo 2011

Ouverture

E' successo che la notizia è arrivata pochi giorni prima, con il week-end già bell'e organizzato e la speranza ormai abbandonata di tornare a casa prima di un mese. E' successo che c'era tanto entusiasmo, un po' di nervosismo e una buona dose di ansia, che non ce la facciamo mancare mai.

Che c'erano i parenti, gli amici, chi ha fatto i lavori. Don Felice a benedire l'attività e noi a sperare che le sue benedizioni per i negozi funzionino meglio di quelle per gli sposi. Una quantità tale di piante e fiori di tutte le dimensioni e di tutti i tipi, che sembrava un vivaio.
Che allineati sugi scaffali in legno scuro trovavano posto i cantucci dorati, i tarallini al cacao, le freselle e i cubetti. Che tutte le luci erano accese, ad illuminare a giorno l'evento. Che Elisa ci ha scritto una poesia in napoletano e Stitch l'ha recitata, seguita dal suo epitallio "figlia e' panettiere".

Che c'erano dei bimbi, matti per la pizza e i biscotti al cacao. Le mie amiche, con mariti, figli, fidanzati, per una volta non a chiedermi se avessi delle "novità ineressanti" da raccontare. Gli amici di Stitch e di Zorrino, macchine fotografiche, sorrisi e bocche piene. Un viavai di vassoi tra laboratorio e negozio, portami una bottiglia d'acqua e una di coca-cola, un dibattito acceso per cercare di decifrare l'animaletto accompagnatore di una composizione di piante grasse.
Bigliettini d'auguri e tovaglioli sporchi di pizza, un fiocco tricolore e un forno a microonde, un elefantino di ceramica e una cornucopia, mummy sorridente nonostante il dolore per la caduta presa al mattino, orsacchiotto contento ma un po' in disparte dalla folla. Che c'ero anch'io, dopo aver rischiato di perdere l'aereo perché mi sono messa a vagabondare a Orly senza preoccuparmi della chiusura del gate e che sono stata graziata. C'era nonna da sopra a sentire i rumori nel suo mondo in cui non riusciamo più ad entrare.

E poi è successo che c'erano condensate tante altre facce, storie e sentimenti che non si possono raccontare, ché sarebbe lungo e ingiusto raccontarli qua sopra, ché certe cose vanno custodite gelosamente dentro di sé e da nessun'altra parte. C'era chi non c'era, che forse ha visto tutto lo stesso, chi lo sa. Che c'era tanto amore, che a casa mia si diffonde nell'odore del pane.

mercoledì 9 febbraio 2011

Le rocce di Leonardo

Non so per quale motivo, ma domenica sera, mentre mi lavavo il viso, sono tornata indietro di una decina d'anni, sui banchi di scuola. Mi è apparso il viso paffuto di Stella, la mia prof di storia dell'arte. Una zitellona corpulenta sulla quarantina, ma ironica e sognatrice. Era una delle mie prof preferite e ha lasciato il segno: il più tangibile, forse, una bella collezione di volumetti sottili e colorati che ancora occupano una buona parte della libreria di mio fratello e che quando avro' un nido mio e "definitivo" portero' con me.

Mi è tornata in mente Stella e una cosa che ci aveva detto a proposito di Leonardo, cioè che nei quadri di Leonardo sullo sfondo trovano spesso posto delle rocce, che il Genio metteva per simboleggiare il cammino fatto dall'umanità fino a quel momento. E in effetti, se osservate i quadri di Leonardo, tutti hanno in lontananza delle rocce che si stagliano, a volte anche appena tratteggiate. Pensavo alle rocce di Leonardo e mi chiedevo quanto spazio occuperebbero oggi, nel quadro di un Leonardo moderno. Forse sarebbero incredibilmente vicine, "mangiando" buona parte del campo visivo dell'osservatore. Nell'ultimo secolo e mezzo abbiamo "camminato" un po' troppo, direi che abbiamo corso. Bisogna tenere il passo, scoprire, sapere tutto lo scibile, produrre, arrabattarsi, consumare cose, attimi, amori. E io per questo non mi sento per niente figlia del mio tempo. Dovevo nascere nel Rinascimento, ma approfondiro' la questione un altro giorno. Ora non ne ho il tempo...

mercoledì 6 ottobre 2010

Un an

Formichina compie un anno nel formicaio: RER A, Champs-sur-Marne, 12ème arrondissement, ristorante giapponese, 2 No B-day, lezioni di cucina al mercato, péniche, prove del coro, 4 piani di scale, nostalgia di Pisa, amici di passaggio, amici ritrovati, pic-nic, pioggia, l'omnivocalico, velib', cartoline di Granada in bianco e nero, il furgone dei Landemaine e Ikea, un laboratorio di sfigati, una bella festa di compleanno, senso di precarietà, ribellione, qualche secchio di lacrime e di malessere, abbracci, domeniche mattina al mercato, diversi mojito.

E per festeggiare degnamente, una bella gomitata in faccia stamattina sull'RER.

martedì 7 settembre 2010

In valigia

Il profumo di pane di casa mia, la luce della mia terra, gli esilaranti pranzi a casa, i deliri di mia nonna, l'amore dei miei cari, i momenti con gli amici, i baci di mia madre. E le poesie d'amore di Hikmet e 75 poesie di Kavafis, perché nell'ultimo anno di poesia nella mia vita ce n'è stata ben poca. Questi libri: Il Maestro e Margherita, Opinioni di un clown, Le ali spezzate, Che tu sia per me il coltello; perché il mio amore per la letteratura non può stare relegato in uno scaffale lontano 2000 km a prendere polvere. Una striscia dei Peanuts, per tornare un po' bambina. E una sottoveste rossa, comprata qualche vita fa e ancora dotata di cartellino, perché forse è il momento di smetterla di fuggire gli sguardi. E la voglia, seppur tremando, di tendere una mano e chiudere gli occhi.

lunedì 30 agosto 2010

Almeno 100 cose per cui valga la pena vivere

I girasoli, il caffè a letto, i tramonti, i baci, programmare un viaggio con tante tappe, i capelli soffici, il mojito, scrivere sulla sabbia, le fiabe, le feste di compleanno, ricevere una lettera, la Notte stellata di Van Gogh, l'odore della terra quando piove, Paperino, le coccinelle, la lavanda, l'ovetto kinder, i bambini, gli occhi verdi, le maglie a righe, i quaderni a righe, i calzini a righe, le foto di Doisneau, scrivere una lettera, andare in bicicletta per sbollire un'incazzatura, guardare le stelle, il venticello in spiaggia, avere il Moleskine e una penna al momento giusto, le Petit Prince, le canzoni di De André, il gelato al pistacchio, il rosso, parlare francese, l'estathé al limone, le melanzane, il profumo del sole sulla pelle, il rumore della pioggia di notte, le fragole, Shakespeare, fare la spesa al mercato, delirare con gli amici, pensare di potersi innamorare e sorriderne, piazza dei Miracoli, i pic-nic, stare al telefono, cantare, i gabbiani, il mare, Montmartre, "One" degli U2, farsi belli, andare a una manifestazione, gli sketches della Littizzetto, passare le ore in Feltrinelli, lasciare lo stipendio in Feltrinelli, le cartoline in bianco e nero, un viaggio in Andalusia, lo smalto sui piedi, la pelle abbronzata, il cinema all'aperto, il musée d'Orsay, il ristorante giapponese, i Peanuts, un incontro inatteso, gli agrumi, i delfini, sentirsi in pace col mondo, l'arcobaleno, gli aperitivi, gli orsetti di peluche, le spallette sul Lungarno, le fresie, "J'adore", i concerti, l'Inferno dantesco, imparare qualcosa di nuovo, la cecina del Montino, Assisi, svegliarsi con un messaggio dolcino, sentirsi utili, l'Ile St. Louis, Gibert jeune, la pizzica, fare i biscotti, la crema gianduja, stringersi forte, mia madre, i vestiti colorati, la mozzarella di bufala, un braccio intorno alle spalle quando fa fresco, 30 e lode a un esame, la festa della musica, la Luminaria di san Ranieri, dormire abbracciati, la Settimana enigmistica, fare l'amore, sentirsi salutare alla radio, gli orecchini, trovare le parole giuste per descrivere una sensazione, il mese di maggio.

lunedì 12 luglio 2010

En el bus Sevilla-Granada, 29 de junio 2010

Le autostrade sono tutte uguali, o almeno quelle del Sud. Forse è la lingua delle insegne che ti fa capire che sei da un’altra parte. Asfalto, lavori in corso e gli immancabili oleandri. Ogni tanto, campi coltivati.

Il paesaggio che riempie la distanza Siviglia-Granada mi ricorda un po’ le superstrade del Cilento, in particolare quella che collega Policastro a Buonabitacolo. L’avrò fatta centinaia di volte, soprattutto fuori stagione.

Mi aspettavo di vedere le “serre dello scandalo”, ma forse non è qua che devo cercarle. Il mio sguardo si perde invece in immensi campi di girasoli, sorprendentemente non bruciati dal sole, a differenza di quelli di un passaggio in Umbria d’una decina d’anni fa. Brillanti e fieri, mi fanno compagnia per diversi km.

Dopo un po’ decido che posso fare a meno dell’ipod, mi accoccolo sul sedile in dormiveglia. Qua e là, bocconi di conversazione in spagnolo. Davanti agli occhi della mente, un messaggino di parecchie vite fa: “Eres mi luz. Hasta pronto.”

domenica 27 giugno 2010

Pizzicà

A conclusione della settimana italiana che fanno ogni anno nel 13esimo arrondissement (adoro questa parola!), questa sera concerto dei Telamuré: pizzica salentina, un po' di musica calabrese, un po' di tammorra. "Tu vuò fà l'americano" di Carosone. Per quasi 3 ore viaggio da Paname a Terronia.

Una sagra di paese: vecchietti con la coppola, musica popolare, signore un po' attempate a lanciarsi "in pista". La pista: il pavé davanti alla mairie del 13esimo, place d'Italie. Un vecchietto spagnolo mi invita a ballare un valzer calabrese, accetto. Non mi era mai capitato in nessuna delle mie mille vite e feste di paese. Penso a questo mentre balliamo.

I Telamuré parlano un francese abbastanza pessimo, soprattutto per la fonetica. Sono giovani, ma parlano una lingua da emigranti. Ma sono grandiosi quando traducono i nomi delle canzoni direttamente dal dialetto al francese, senza passare per la zona franca dell'italiano.

Sul resto della piazza, gazebi bianchi di prodotti italiani: gelato, pasta, prelibatezze siciliane, dolcetti, caffè, limoncello. Ci fosse stata la bancarella coi lupini e col torrone, l'artificio sarebbe stato quasi perfetto.

Quasi perché il palco con gli artisti è troppo piccolo per imporsi sul resto, o forse è il resto ad essere troppo grande. 3 metri più indietro e hop! Nel mio campo visivo s'impongono le antenne del centro commerciale Italie 2, i grattacieli del quartiere cinese, la M gialla del metro.

Manca un ingrediente fondamentale della sagra di paese, che non è la bancarella del torrone. Piuttosto, la sensazione di essere in un posto dove il tempo s'è fermato.

venerdì 18 giugno 2010

Decollo

Ogni trasloco è l'inizio di una nuova avventura. Di una nuova vita, direi.
Ho perso il conto, devo rifletterci su un attimo prima di dire che sono alla vita N. Ma ogni mia vita non è mai completamente nuova. Come se la reincarnazione riuscisse solo a metà.

Penso, nell'ordine:
1) che altri più brillanti di me abbiano già scritto e descritto abbondantemente il mondo, e gli uomini e le donne che lo abitano;
2) che, di conseguenza, potrei fare a meno di farlo anch'io;
3) ma mi è tornata la voglia di farlo, e quindi lo farò.

Proverò a raccontare ciò che vedono gli occhi di una formica, strapazzata nel vorticoso formicaio che è la grande metropoli.

Proverò a non cedere alla tentazione dell'intertestualità, a usare parole e pensieri miei, solo miei.

Cercherò di non parlare di politica, mi faccio già abbastanza il sangue amaro.

Non potrò fare a meno, invece, di schegge delle mie vite precedenti e delle lingue in cui le ho vissute.

Se vi va, chiudete gli occhi, e riapriteli solo quando vi sentirete minuscoli come una formica...