mercoledì 29 settembre 2010

Lo dico sempre io...

Lo dico sempre che bisogna diffidare dai ragazzi belli ed eclettici, e che bisogna puntare su quelli tanto buoni e cari che piacciono alle mamme.

Lo dico sempre che l'ottimismo bisogna lasciarlo allo psiconano e a Gianni dell'Unieuro, e invece mi ero detta: ma dai, stavolta andrà bene... mica può andare sempre male?

Lo dico sempre che devo ascoltarmi un po' di più, ma poi non lo faccio mai.

D'altronde, lo diceva pure Carroll: Di solito Alice si dava degli ottimi consigli. Raramente però li metteva in pratica.

Quando Bionda mi ha regalato una tazza con questa frase, ho capito perché ogni tanto mia madre mi chiama Alice...

Molle

Tutto ciò che sono riuscita a produrre ieri in una giornata intera di lavoro è stata una lettera di due pagine e mezza, che con la mia tesi ha poco da spartire. Volendo proprio cercare un’attinenza, la città di destinazione. È ancora lì, nel mio blocco “papier à lettres” e mi sa che tra poco di strada ne prenderà un’altra: quella della discarica, passando dal cestino nero che ho alle spalle.

Lavarsi i capelli può aiutare a lavarsi i pensieri. E così, ieri sera, mentre mi sfregavo il cuoio capelluto con un certo vigore, ho cambiato idea. Mentre li asciugavo, i pensieri hanno preso forma: avete presente le molle degli aggeggini elettrici in cui si mettono le pile? Ecco, incazzatiabbestia, per dirla alla pisana.

Stamattina mi sono svegliata con tutta calma, con tutte ‘ste molle dorate in testa. Ho deciso che potevo pure sfruttare la ceretta e mettermi la gonna di jeans, la maglietta rosa con lo scollo ad anello e le ballerine nere con la stellina di strass. Pure se non ho belle gambe e sul ginocchio destro campeggia la bella melanzana che ho raccolto con la spaccata nel metro domenica. Camminare a testa alta e dritta con le spalle verso il lab.

Sono le 12.21 e tutto ciò che ho prodotto finora è stato distruggere il mio lavoro di ieri, oltre a scrivere queste righe e qualche mail. Ma ora posso riprendere a lavorare. Con le molle.

lunedì 27 settembre 2010

Tema : oggi è lunedì

Oggi è lunedì e fa decisamente troppo freddo per essere il 27 settembre.
Oggi è lunedì e mi sono giocata la guarnizione della moka.
Oggi è lunedì e io leggo l’Internazionale mentre aspetto l’RER A 15 minuti a Nation, senza nessuna fretta di arrivare in lab.
Oggi è lunedì e mi arriva l’n sms depresso con gli pseudodrammi di un’amica che non ho ancora mandato a cagare proprio perché è un’amica.
Oggi è lunedì e la Tim mi ha già mandato 3 sms, uno sul tennis, uno per invitarmi a provare Sky in HD e un altro per aiutarmi a cercare il supermercato più economico vicino a casa mia.
Oggi è lunedì e sono due giorni che io c’ho il cuore a pezzi, che il cellulare ha smesso di squillare in modo serio e che non ho più la sensazione di rischiare una paralisi facciale per il troppo sorridere.
Per il resto, tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili.

Il vendipapero

Forse i mangiaranocchie credono che i peluches a forma di papero creino scompensi nei loro bimbi, che presto diverranno dei mange-canards e quindi non gliene comprano, per non turbarli troppo. Par conséquent, niente paperi di peluche.
Cercavo un anatroccolo, ma sembrava stessi cercando il sacro Graal. Dopo vari giri e telefonate, ho trovato la mia felicità. Pelucchi D'Anton, si chiama il negozio. Un negozio solo di pupazzi, di tutti i tipi e tutte le dimensioni. Un negozio da paesino inglese, non da formicaio. Avevo telefonato qualche ora prima, per non fare un tentativo a vuoto: Bonjour, excusez-moi, est-ce que vous auriez un peluche en forme de canard? Una voce gioviale dall'altra parte: mais ouiiiiiii, bien sûr! Il nous reste des canards! Arrivo al pelo, 10 minuti prima della chiusura: Bonsoir, je vous ai appelé cet après-midi pour un canard. Allora il vendipapero, un po' cappellaio matto un po' santa Klaus da giovane: Aaaah, c'est vous qui avez appelé pour le canard! Je vous les ai mis tous dans ce coin, choisissez. Effettivamente mi aveva sistemato diligentemente 4-5 anatroccoli, tutti diversi, nell'angolo di uno scaffale sulla destra. Erano diversi da come li cercavo, e alla fine ho scelto quello che sembrava più una coperta di ciniglia che un pupazzo: il pelo non era liscio, ma era fatto tutto a piccoli rotolini di stoffa, come una coperta di ciniglia, appunto.
Poi il vendipapero ha cominciato a tirarmi fuori altri peluches da uno scatolone che troneggiava nel bugigattolo. Altri pupazzi di ciniglia, un rinoceronte, un coccodrillo. Bellissimi, specie il rinoceronte: molto più bello dell'anatroccolo, ma a me serviva quello. Poi la sua manona ha stretto un peluche bianco e nero, un orsetto forse: Regardez celui-là, un client qui l'a vu aujourd'hui l'a baptisé "Tout-va-bien-se-passer".
Quasi quasi, vado a vedere se ce l'ha ancora, pure se, ora come ora, forse non serve a molto.

venerdì 17 settembre 2010

Mon papi

Non ho mai conosciuto i miei nonni maschi: vero che Nanninella vale per tutti e 4, ma almeno uno dei due avrei voluto conoscerlo.
Alla péniche ho vari nonni adottivi: c'è Michel, che ha sempre voglia di scherzare con quel vocione che si ritrova. Occhiali grossi, qualche tatuaggio, è uno Ch'ti. Stasera ho scoperto che ha 3 tumori, ma non l'avrei mai detto: non l'ho mai visto col muso. Poi c'è Alain, quello che non ci può fare niente "si chaque fois que je vois une femme je tombe amoureux". Una volta mi ha detto che sperava venisse la tempesta, così sarei andata a rifugiarmi da lui. C'è Jacques, 70 anni, il decano della péniche. E' sordo, e comunicare con lui è un po' un'impresa. Ma quando vede che ci si sforza, fa di tutto per collaborare. E così giovedì scorso ho scoperto che è stato un boulanger. Quando ha saputo che io di boulangers in casa ne ho ben 2, è andato in brodo di giuggiole. Eravamo tutti insieme a tavola, e a un certo punto ha estratto dalla tasca un foglio ingiallito e smangiucchiato ai lati, l'ha aperto e me l'ha mostrato, tutto fiero: la licenza per la panificazione, ottenuta nel 1958. A casa mia, in cucina, ce n'è una quasi uguale, ma in italiano e col nome di mio nonno, insieme al diploma con medaglia per l'anzianità artigiana. E poi c'è Guy, il mio preferito: occhioni azzurri e baffi bianchi, piccolo di statura, stretta di mano decisa. Faceva il cuoco, aveva una moglie creola e bella che aveva conosciuto in Guyana e gli aveva regalato una figlia. Poi è cominciato il domino: le ha perse entrambe, in un colpo solo, in un incidente. Poi una lunga depressione e un delicato intervento al cuore. Un giorno s'è aperto la camicia e mi ha mostrato la cicatrice. C'est fait, c'est lui mon papi: ho un debole per i panettieri, ma uno ancora più forte per gli occhi chiari. E i suoi sono parecchio lucenti, il dolore deve averli lavati spesso...

martedì 7 settembre 2010

In valigia

Il profumo di pane di casa mia, la luce della mia terra, gli esilaranti pranzi a casa, i deliri di mia nonna, l'amore dei miei cari, i momenti con gli amici, i baci di mia madre. E le poesie d'amore di Hikmet e 75 poesie di Kavafis, perché nell'ultimo anno di poesia nella mia vita ce n'è stata ben poca. Questi libri: Il Maestro e Margherita, Opinioni di un clown, Le ali spezzate, Che tu sia per me il coltello; perché il mio amore per la letteratura non può stare relegato in uno scaffale lontano 2000 km a prendere polvere. Una striscia dei Peanuts, per tornare un po' bambina. E una sottoveste rossa, comprata qualche vita fa e ancora dotata di cartellino, perché forse è il momento di smetterla di fuggire gli sguardi. E la voglia, seppur tremando, di tendere una mano e chiudere gli occhi.