Nella cartella bozze c'è ancora un post scritto uno dei primi giorni
dell'anno: provavo a immaginare come sarebbe stato questo 2017, dopo un
inizio non proprio di buon auspicio: io che rincorro Zorrino e P.A. che
hanno messo in moto senza accorgersi che fossi rimasta a terra, la notte
del 31 dicembre, sotto i petardi pomiglianesi.
Riprendo il filo
dei miei pensieri stanchi e torno in questo salotto che ho tenuto chiuso
per troppo tempo, provando un po' di timore a passare il dito su mobili
e suppellettili impolverati. Forse so già cosa scrivere - "si vede che i tuoi post sono pensati e non scritti subito", mi disse qualche anno fa A., che ogni tanto passava di qua -, forse ho deciso di scrivere solo per fare un po' d'ordine.
La sera del 23 giugno, nell'emisfero Sud, mia sorella terminava Molto forte, incredibilmente vicino di Safran Foer e non sapeva che "quella lettura si sarebbe rivelata una macabra premonizione" (cit.).
La sera del 23 giugno, nell'emisfero Nord, io terminavo La petite marchande de prose di Daniel Pennac, con Benjamin Malaussène che torna in vita grazie al cuore di un altro.
All'alba
del 24 giugno, giorno di san Giovanni, mio padre si accascia su una
sedia e muore tra le braccia di mia madre e di mio fratello: così, senza
un perché, facendomi diventare da bambina a vecchia in un battito di
ciglia.
Io che lo davo per scontato al mio braccio, tra 3 mesi,
mentre mi avrebbe accompagnata verso una nuova vita con l'uomo che amo,
ho dovuto accompagnarlo all'altare l'indomani, per un viaggio senza
ritorno.
Orsacchiotto mio, che ci hai combinato? Ci hai lasciato così, come quattro poveri stronzi, désemparés face à la vie, in una casa troppo grande.
A farci domande che non troveranno risposte, a voler preparare cose che
non potrai insegnarci, magari tra qualche anno a farti nipoti che non
potrai prendere in braccio. Ad accogliere amici e non poter dire loro "Vieni, ti presento quel mito di mio padre, ti faccio vedere come fa il caffè". Io poi, che mi sembro la più scema di tutti. Come se fossi "tra parentesi", ancora a cercare di capire se è vero che è successo, a chiedermi se soffro abbastanza e in modo adeguato, ad attaccarmi ancora sulle cose. Soprattutto a chiedermi se tu l'hai capito, che io ti voglio bene, e a come faccio ad essere la tua voce, la tua mano, i tuoi occhi nel mondo, senza avere la tua straordinaria umanità, la tua sardonica perspicacia, l'invidiabilissima leggerezza dell'uomo libero.
E il tuo cuore di bambino, quello senza inganni, che ha deciso di fermarsi proprio a San Giovanni.
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lunedì 24 luglio 2017
venerdì 27 novembre 2015
Due settimane dopo
Due settimane dopo sono in un minuscolo caffè dell'11esimo arrondissement. Avrà aperto da poco, un anno e mezzo fa non c'era. Si chiama Le café bête et méchant, alle pareti ci sono vecchie stampe di Charlie Hebdo, dietro il banco un uomo dal volto bonario mi accoglie con un sorriso.
Fa freddo, freddissimo, e io non ho con me il mio fidato cappello arancione. Fa freddo anche più di due settimane fa, quando sono tornata a casa - più o meno alla stessa ora di adesso - proprio perché faceva freddo. Dovevo andare al cinema con la Dido, poi l'ho chiamata dopo la lezione per dirle che me ne tornavo nella prateria scellese. E nella placida prateria scellese, mentre Miss Forest faceva i piatti, la prima notizia che mi compariva su feisbuc dal cellulare mi faceva un attimo restare perplessa:
- Oh, c'è stata una sparatoria nell'11esimo.
E quindi prendi il Mac e apri feisbuc per capire un po' meglio: nell'arco di mezz'ora era scoppiato l'inferno. L'inferno nel posto sbagliato, in una città che celebra la vita e l'insouciance in ogni angolo.
Non ho realizzato subito cosa fosse successo, né l'entità del dramma. I morti, una ventina all'inizio, erano diventati quasi 130 il giorno dopo. Quel venerdì sera di due settimane fa guardavo le infos ma non capivo. Ho capito l'indomani mattina quando, aprendo feisbuc, ho letto un messaggio postato da Florian, un ragazzo che ha fatto la tesi nel mio stesso lab. Ecco, Florian era al Bataclan, ha vissuto l'orrore sulla sua pelle, ma è riuscito a scappare senza danni. Fisici, almeno. Perché si percepiva chiaro nelle sue parole il senso di colpa tipico di chi l'ha scampata di fronte a chi invece non ce l'ha fatta. Leggendo le sue parole, ho cominciato a piangere. Il déclic era scattato. E ho continuato a piangere a intervalli regolari, durante tutto il giorno, mentre mi arrivavano messaggi da persone che non sentivo da una vita, che mi chiedevano se stessi bene.
Quel sabato non sono uscita di casa, manco per scendere nel sottoscala a buttare la munnezza.
Sono rimasta incollata alla tv, a sentire random i servizi di BFMTV, tra cui il discorso di Hollande, che mi ha depresso ancora di più. L'unica cosa che volevo in quel momento era ritrovare al più presto i miei amici, abbracciarli tutti, uno a uno, tanti altri miracolati come me. Miracolati, sì, perché noi nell'11esimo arrondissement ci siamo sempre: usciamo sempre lì o quasi, lì andiamo a fare le prove del coro, lì abbiamo una casa sempre aperta per noi. Ma tutti stanno sempre nell'11esimo in fin dei conti: il cuore di Parigi è qui, nella zona Est, nei caffè e nei teatri, nei ristorantini etnici e sulle terrasses.
(continua...)
Fa freddo, freddissimo, e io non ho con me il mio fidato cappello arancione. Fa freddo anche più di due settimane fa, quando sono tornata a casa - più o meno alla stessa ora di adesso - proprio perché faceva freddo. Dovevo andare al cinema con la Dido, poi l'ho chiamata dopo la lezione per dirle che me ne tornavo nella prateria scellese. E nella placida prateria scellese, mentre Miss Forest faceva i piatti, la prima notizia che mi compariva su feisbuc dal cellulare mi faceva un attimo restare perplessa:
- Oh, c'è stata una sparatoria nell'11esimo.
E quindi prendi il Mac e apri feisbuc per capire un po' meglio: nell'arco di mezz'ora era scoppiato l'inferno. L'inferno nel posto sbagliato, in una città che celebra la vita e l'insouciance in ogni angolo.
Non ho realizzato subito cosa fosse successo, né l'entità del dramma. I morti, una ventina all'inizio, erano diventati quasi 130 il giorno dopo. Quel venerdì sera di due settimane fa guardavo le infos ma non capivo. Ho capito l'indomani mattina quando, aprendo feisbuc, ho letto un messaggio postato da Florian, un ragazzo che ha fatto la tesi nel mio stesso lab. Ecco, Florian era al Bataclan, ha vissuto l'orrore sulla sua pelle, ma è riuscito a scappare senza danni. Fisici, almeno. Perché si percepiva chiaro nelle sue parole il senso di colpa tipico di chi l'ha scampata di fronte a chi invece non ce l'ha fatta. Leggendo le sue parole, ho cominciato a piangere. Il déclic era scattato. E ho continuato a piangere a intervalli regolari, durante tutto il giorno, mentre mi arrivavano messaggi da persone che non sentivo da una vita, che mi chiedevano se stessi bene.
Quel sabato non sono uscita di casa, manco per scendere nel sottoscala a buttare la munnezza.
Sono rimasta incollata alla tv, a sentire random i servizi di BFMTV, tra cui il discorso di Hollande, che mi ha depresso ancora di più. L'unica cosa che volevo in quel momento era ritrovare al più presto i miei amici, abbracciarli tutti, uno a uno, tanti altri miracolati come me. Miracolati, sì, perché noi nell'11esimo arrondissement ci siamo sempre: usciamo sempre lì o quasi, lì andiamo a fare le prove del coro, lì abbiamo una casa sempre aperta per noi. Ma tutti stanno sempre nell'11esimo in fin dei conti: il cuore di Parigi è qui, nella zona Est, nei caffè e nei teatri, nei ristorantini etnici e sulle terrasses.
(continua...)
mercoledì 29 luglio 2015
Da un anno a casa
Esattamente un anno fa, tornavo a casa mia dopo aver passato 10 anni in giro tra Pisa e Parigi.
L'accoglienza me la diede mia madre con un opportuno commento quale "che faccia sbattuta che hai!". Dopo tutto, che sarà mai stato smantellare 5 anni di vita nello stesso appartamento in pochi giorni a 2000 km di distanza, litigare col corriere, trascinare alle poste pacchi su pacchi, lasciare amici con cui hai diviso anche il sonno (sapendo che stavolta non ci sarà una prossima volta in cui tornerai a lungo), una città che adori e una vita piena? Per tornare dove? In un posto che hai fuggito 10 anni prima, un posto infame in cui se hai un briciolo di talento - un briciolo, eh! no assai - il massimo che puoi ottenere è l'invidia altrui. In cui se non appartieni "al bottone" puoi scordarti di avere aspirazioni. In cui fare tutto diventa una quotidiana lotta per la sopravvivenza. In cui tutti fanno gli amiconi, ma se aspetti che qualcuno alzi il telefono prima di te per chiamarti e vedervi, puoi pure morire.
Ne ho viste di tutti i colori in quest'anno assurdo e paradossale. E quindi vorrei dire a tutti quelli che ogni tanto si fanno prendere dalla nostalgia canaglia e fanno il pensiero di tornare: non lo fate! E se volete farlo, pensateci 100, 1000, 10000 volte, soprattutto se sapete fare qualcosa e nel posto in cui vivete ora tutto sommato le cose funzionano. Soprattutto se siete dei profondi disadattati come me.
L'accoglienza me la diede mia madre con un opportuno commento quale "che faccia sbattuta che hai!". Dopo tutto, che sarà mai stato smantellare 5 anni di vita nello stesso appartamento in pochi giorni a 2000 km di distanza, litigare col corriere, trascinare alle poste pacchi su pacchi, lasciare amici con cui hai diviso anche il sonno (sapendo che stavolta non ci sarà una prossima volta in cui tornerai a lungo), una città che adori e una vita piena? Per tornare dove? In un posto che hai fuggito 10 anni prima, un posto infame in cui se hai un briciolo di talento - un briciolo, eh! no assai - il massimo che puoi ottenere è l'invidia altrui. In cui se non appartieni "al bottone" puoi scordarti di avere aspirazioni. In cui fare tutto diventa una quotidiana lotta per la sopravvivenza. In cui tutti fanno gli amiconi, ma se aspetti che qualcuno alzi il telefono prima di te per chiamarti e vedervi, puoi pure morire.
Ne ho viste di tutti i colori in quest'anno assurdo e paradossale. E quindi vorrei dire a tutti quelli che ogni tanto si fanno prendere dalla nostalgia canaglia e fanno il pensiero di tornare: non lo fate! E se volete farlo, pensateci 100, 1000, 10000 volte, soprattutto se sapete fare qualcosa e nel posto in cui vivete ora tutto sommato le cose funzionano. Soprattutto se siete dei profondi disadattati come me.
giovedì 19 giugno 2014
Penalizzata
Martedì mattina, apro la mia casella di posta e trovo la seguente mail di una studentessa (che si lamenta perché non ha superato lo scritto e tenta di impietosirmi con la storia dell'ultimo esame):
"Però essendo l'ultimo scritto io sono stata penalizzata dalla grammatica, perché se non ci fosse stato questo malinteso e se in grammatica avrei avuto un buon punteggio, possibilmente potevo raggiungere la soglia per poter fare l' orale, (in pratica mi sto giocando la laurea)"
La studentessa intendeva la prova di grammatica, ma a me in realtà pare che l'unica vera penalizzata sia la Grammatica… A volte vorrei lasciare l'università e andare ad insegnare alle elementari o alle medie, almeno sono ancora in tempo per salvarli.
"Però essendo l'ultimo scritto io sono stata penalizzata dalla grammatica, perché se non ci fosse stato questo malinteso e se in grammatica avrei avuto un buon punteggio, possibilmente potevo raggiungere la soglia per poter fare l' orale, (in pratica mi sto giocando la laurea)"
La studentessa intendeva la prova di grammatica, ma a me in realtà pare che l'unica vera penalizzata sia la Grammatica… A volte vorrei lasciare l'università e andare ad insegnare alle elementari o alle medie, almeno sono ancora in tempo per salvarli.
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giovedì 28 novembre 2013
Felicità, gratitudine o quello che vi pare
Non so se all'epoca (un anno fa) vi dissi che sarei andata a fare un ritiro intensivo di studio in una specie di convento nella valle del Rodano. La situazione tesi era disperata, avevo più che mai bisogno di staccare da Parigi, da internet e da tutto cio' che poteva distrarmi e mettermi a lavorare disperatamente. Ovviamente non portai a termine il programma stabilito, ma quella settimana fuori dal resto del mondo mi fece capire che la situazione era davvero disperata e che dovevo assolutamente fare qualcosa. La notte del venerdi', l'ultima in quell'oasi di pace, non riuscii a dormire dall'ansia: invece delle pizze e dei piatti di pasta che mi sfilano davanti agli occhi quando ho fame, quella notte mi sfilavano davanti i capitoli ancora da scrivere e, ancora peggio, il lavoro ancora da fare. Un macigno mi gravava sul petto e scrissi 2 sms-sos: uno alla Schwester, un altro a Silvia. Le loro risposte, arrivate poco dopo, non riuscirono a calmarmi, ma quantomeno mi fecero capire che non dovevo mollare, che dovevo assolutamente mettercela tutta. Fu la stessa cosa che mi disse la Dido due giorni dopo, prendendomi tra le sue braccia da uccellino, mentre io scoppiavo a piangere senza ritegno nella vecchia chiesa. E fu quello che mi disse anche l'ing. Dippi', di passaggio in uno dei suoi weeek-end parigini da Grenoble.
La settimana scorsa mi sono ricordata di quella settimana di isolamento, necessaria per raccogliere me stessa e tutte le mie forze per provare un'impresa impossibile. Mi sono ricordata dell'ansia di quella notte, del senso di oppressione e della corsa contro il tempo. Mi sono ricordata di quel periodo tremendo passato a scrivere scrivere e ancora scrivere cose di cui non me ne fregava assolutamente niente. Della vigilia di Natale e di Capodanno passate davanti a uno schermo come un automa. Di quella telefonata del 31 dicembre da parte di quello che ora è il mio uomo, che tentava di riavvicinarsi giocandosi la carta dell'amico che ti incoraggia e che ti dice che ce la farai.
Un anno dopo, mi guardo allo specchio e mi dico che i capelli più lunghi mi stanno proprio bene, che continuero' a farli crescere, al massimo li spunto un pochino. Faccio questa considerazione raccogliendoli sulla nuca con un elastico, le punte - ormai biondissime - a fare contrasto col castano chiaro della radice. Non sono a casa mia, ma nel B&B dove alloggio di solito a Ragusa. E' giovedi' sera, è stata la mia prima settimana di lezioni all'università dall'altra parte della cattedra. Faro' ancora due ore domattina e poi corro a Catania a spiccare il volo per Parigi. Penso ai miei studenti, alle loro "è" anche quando c'è un accento acuto, alle loro domande, alla loro timidezza. Mi vengono in mente i capelli viola della signora della copisteria e sorrido. Mi sento invasa dalla bellezza di Ibla, chiara e spettrale, dallo sguardo curioso della sua gente, che ti ha già guardato dentro senza chiederti il permesso. Sorrido al pensiero dell'uomo meraviglioso che ho al mio fianco e che tra una settimana finalmente riabbraccero'.
Penso a questa canzone, la ascolto e comincio a piangere, di felicità, gratitudine o di quello che vi pare. Ecco, stasera, dopo tanto tempo, sono una persona felice.
La settimana scorsa mi sono ricordata di quella settimana di isolamento, necessaria per raccogliere me stessa e tutte le mie forze per provare un'impresa impossibile. Mi sono ricordata dell'ansia di quella notte, del senso di oppressione e della corsa contro il tempo. Mi sono ricordata di quel periodo tremendo passato a scrivere scrivere e ancora scrivere cose di cui non me ne fregava assolutamente niente. Della vigilia di Natale e di Capodanno passate davanti a uno schermo come un automa. Di quella telefonata del 31 dicembre da parte di quello che ora è il mio uomo, che tentava di riavvicinarsi giocandosi la carta dell'amico che ti incoraggia e che ti dice che ce la farai.
Un anno dopo, mi guardo allo specchio e mi dico che i capelli più lunghi mi stanno proprio bene, che continuero' a farli crescere, al massimo li spunto un pochino. Faccio questa considerazione raccogliendoli sulla nuca con un elastico, le punte - ormai biondissime - a fare contrasto col castano chiaro della radice. Non sono a casa mia, ma nel B&B dove alloggio di solito a Ragusa. E' giovedi' sera, è stata la mia prima settimana di lezioni all'università dall'altra parte della cattedra. Faro' ancora due ore domattina e poi corro a Catania a spiccare il volo per Parigi. Penso ai miei studenti, alle loro "è" anche quando c'è un accento acuto, alle loro domande, alla loro timidezza. Mi vengono in mente i capelli viola della signora della copisteria e sorrido. Mi sento invasa dalla bellezza di Ibla, chiara e spettrale, dallo sguardo curioso della sua gente, che ti ha già guardato dentro senza chiederti il permesso. Sorrido al pensiero dell'uomo meraviglioso che ho al mio fianco e che tra una settimana finalmente riabbraccero'.
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mercoledì 2 ottobre 2013
Il 46, ovvero: l'autobus degli sciancati
Antefatto: lunedi' della settimana scorsa passeggiavo beatamente alle Tuileries con P.A., godendomi un meraviglioso e caldo pomeriggio settembrino. Quando s'è fatta 'na certa, io e il mio consorte abbiamo deciso di spostarci per andare a procacciarci del cibo. Malasorte ha voluto che io, formichina con la testa per aria, appoggiassi male il piede sinistro scendendo i gradini delle Tuileries e cadessi, accasciandomi per il dolore, con il vago presentimento - rivelatosi poi azzecato - di essermi rotta qualcosa. Tornati a casa in taxi, in preda a dolori atroci, telefono alla Dido, la quale mi manda l'Abruzzese in versione autista ad accompagnarmi al pronto soccorso di Saint-Antoine. Dopo svariate ore di attesa, mi fanno finalmente una radiografia e mi diagnosticano una micro-frattura al 5° metatarso del piede sinistro.
Fatto: E insomma, stamattina avevo la radiografia + visita di controllo all'ospedale. Appuntamento alle 10H15, ma invito piuttosto spinto a presentarmi un'ora prima. Invito che ho capito nella sala d'attesa per le radiografie, pareva la casa dell'invalido. Ma vabbè. Dovete sapere che da quando mi sono rotta porto un'orrenda scarpa ortopedica conosciuta come "chaussure de barouck". Il farmacista mi aveva avvisata: "Ne vous attendez pas à une chaussure sexy, hein!". E quindi, presa in prestito pure una stampella, me ne vado in giro per Parigi cosi'. Ho ormai abbandonato gli spostamenti in metropolitana, ho troppa paura di essere travolta dalle persone che camminano senza guardare, investendo tutto cio' che si trova sul loro cammino. Mi sposto quindi in autobus, che ha la doppia comodità di non avere scalini e di farmi godere il paesaggio. La stampella me la porto più per rendermi visibile che per reale necessità. Potrei anche farne a meno, ma per scendere i miei 4 piani di scale è comoda.
Ho la fortuna di avere diverse linee di autobus nei dintorni di casa mia, cosi' stamattina ho preso il 46, che mi ha lasciato a pochi passi dal Saint-Antoine. Seduta come "prioritaire", avevo di fronte a me una signora con ben due stampelle. Diagnosi: rottura del collo del femore. Lo abbiamo saputo tutti, quando, a una fermata dal Saint-Antoine, sono saliti una ragazza con le stampelle e un altro signore con una stampella sola. Vedendo che non c'erano più posti "prioritaires", abbiamo rassicurato i nuovi passeggeri invalidi col fatto che saremmo scese alla prossima e che quindi avremmo ceduto loro il posto. La ragazza s'era rotta il ginocchio, allora la signora le ha consigliato di andare a farsi la riabilitazione al Rothschild, vicino casa mia. Nell'outing delle patologie mi sono allora inserita pure io con la mia micro-frattura, che sarà pure micro ma mi rompe parecchio e mi duole, si' si'. La patologia dell'altro signore con la stampella, invece, non ci è pervenuta. E meno male che, grazie a un invalido in carrozzella, l'autista ci ha messo la pedana evitandoci il gradino...
Fatto: E insomma, stamattina avevo la radiografia + visita di controllo all'ospedale. Appuntamento alle 10H15, ma invito piuttosto spinto a presentarmi un'ora prima. Invito che ho capito nella sala d'attesa per le radiografie, pareva la casa dell'invalido. Ma vabbè. Dovete sapere che da quando mi sono rotta porto un'orrenda scarpa ortopedica conosciuta come "chaussure de barouck". Il farmacista mi aveva avvisata: "Ne vous attendez pas à une chaussure sexy, hein!". E quindi, presa in prestito pure una stampella, me ne vado in giro per Parigi cosi'. Ho ormai abbandonato gli spostamenti in metropolitana, ho troppa paura di essere travolta dalle persone che camminano senza guardare, investendo tutto cio' che si trova sul loro cammino. Mi sposto quindi in autobus, che ha la doppia comodità di non avere scalini e di farmi godere il paesaggio. La stampella me la porto più per rendermi visibile che per reale necessità. Potrei anche farne a meno, ma per scendere i miei 4 piani di scale è comoda.
Ho la fortuna di avere diverse linee di autobus nei dintorni di casa mia, cosi' stamattina ho preso il 46, che mi ha lasciato a pochi passi dal Saint-Antoine. Seduta come "prioritaire", avevo di fronte a me una signora con ben due stampelle. Diagnosi: rottura del collo del femore. Lo abbiamo saputo tutti, quando, a una fermata dal Saint-Antoine, sono saliti una ragazza con le stampelle e un altro signore con una stampella sola. Vedendo che non c'erano più posti "prioritaires", abbiamo rassicurato i nuovi passeggeri invalidi col fatto che saremmo scese alla prossima e che quindi avremmo ceduto loro il posto. La ragazza s'era rotta il ginocchio, allora la signora le ha consigliato di andare a farsi la riabilitazione al Rothschild, vicino casa mia. Nell'outing delle patologie mi sono allora inserita pure io con la mia micro-frattura, che sarà pure micro ma mi rompe parecchio e mi duole, si' si'. La patologia dell'altro signore con la stampella, invece, non ci è pervenuta. E meno male che, grazie a un invalido in carrozzella, l'autista ci ha messo la pedana evitandoci il gradino...
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mercoledì 24 luglio 2013
Mantra (o anche: suppliche in rima a una schiena dolorante)
Schiena mia non ti bloccare
che ho milioni di cose da fare:
una montagna di panni da stirare,
un articolo da terminare,
una casa da rassettare,
una valigia da colmare
in vista delle vacanze al mare.
Lo so, sono una sciagurata:
devo averti troppo stressata!
Sempre di fretta, sempre di corsa
schiacciata dal peso della mia borsa.
Esercizi in palestra poco adeguati
per i tuoi muscoli cosi' delicati!
Per non parlare del materasso,
scomodo e - forse - pure troppo basso.
O sarà stata l'umidità,
brutta bestia senza pietà?
Ma ti prometto, schiena mia bella,
che se non ti blocchi avrai la tua parcella:
niente computer per qualche settimana
solo libri e relax nell'estate campana.
Un letto decente, massaggini in quantità:
faro' solo la tua volontà!
E ora, da brava, fammi lavorare
e in ufficio non ti bloccare...
sabato 1 dicembre 2012
Per dirla con un'immagine
In questi giorni mi sono spesso chiesta come comunicarvi la mia situazione attuale. Finalmente ho trovato un modo rapido ed efficace per non stare a fare troppi giri di parole. Per farla breve, sto tra il giallo e il verde.
"La tesi è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore" (Formichina Schopenhauer)
lunedì 16 luglio 2012
Chroniques d'un 14 juillet
E' bello svegliarsi presto mentre la città dorme ancora, le mattine dei giorni festivi sono là per questo: per farti godere il silenzio dove di solito c'è una gran confusione. Come tutti i sabati, ho preso la metro alle 9 per andare al lavoro. Sapevo che dovevo andare a consegnare i gelati a due ristoranti, ma non avevo fatto i conti con la parata militare del 14 luglio: rue de Rivoli chiusa, tutta Parigi bloccata. Già alle 10.30 non si capiva più niente, e vari giri a vuoto e molte imprecazioni dopo, ritorno alla base per ripartire subito dopo e andare a fare la consegna grossa all'altra boutique, quella di St. Michel.
Recupero il mio collega e gli scatoloni coi gelati, ci dirigiamo a St. Michel col furgoncino di sostituzione, il nostro è guasto e spero che ce lo ridiano presto.
Les Halles-St. Michel: con tutto il traffico, di solito non ci si mette più di mezz'ora, a voler esagerare. Ci abbiamo messo un'ora e mezza, visto che siam dovuti scendere fino a Austerlitz per poter attraversare la Senna... Delirio puro, tutto per colpa di una pagliacciata.
Dopo il boulot, finalmente a casa. Pranzo con pizza Picard alle 4 del pomeriggio, con cena prevista alle 8. Un po' in vena sociopatica, io e l'Abruzzese abbiamo optato per un 14 luglio in solitudine, lontano dai soliti fuochi a Champ de Mars, dinamiche di gruppo incluse. E mangiata una crêpe con miss Forest, siamo salite sullo scooter in direzione Jaurès, per vedere che aria tirava alla caserma del 10ème. E che 14 luglio è senza fuochi? Direzione parc de Belleville, per vederli dall'alto. Esperienza fallimentare: oltre al fatto che molti altri avevano avuto la stessa idea, vari ostacoli impedivano la visuale e salivamo a turni in piedi sullo scooterino per cercare di vedere qualcosa... E quindi ritorno alla caserma di Jaurès, schivando i mortaretti che ogni tanto qualche imbecille faceva esplodere cosi' per strada. Festa molto molto carina, ambiance sympa e una coupe de champagne offerta da un pompiere a me e all'Abruzzese, che in dieci anni a Parigi non era mai stata al ballo.
Metro e vélib' e nanna, il programma della domenica era mercato, pappa e poi forgiatura della chiappa, ma... alle 7.30, dopo appena 4 ore di sonno, mi sono svegliata in preda a nausea e dolori. E non so se sia stato il freddo, la crêpe o l'alcool, ma ho vomitato pure l'anima, in due comode rate, prima di una terza al supermercato. Ero scesa a comprare i limoni (...) quando ho avuto un malore alla cassa, mi si è annebbiata la vista e ho avuto un mezzo svenimento, prima di restituire un altro pezzo di anima che doveva essere rimasto in fondo allo stomaco.
Mi sono decisa a chiamare il dottore, che è accorso prontamente. In realtà per un momento ho temuto di dover soccorrere io lui, dopo i miei 4 piani. Mi ha fatto la siringhina e dato le medicine per la bua, portatemi dalla Dido, ormai eletta a infermiera delle gastro. Forse il mio corpo si è ribellato e mi ha detto: "Figlio', ma che t'e mis 'ncap?" E non è da escludere che tra quello che ho rimesso ci fosse tutta la rabbia covata in queste settimane, che per quanto mi sforzassi di tenere a bada è uscita fuori in tutta la sua dirompenza.
E oggi sono a casa, niente lavoro, grazie all'arrêt maladie. Tra ieri e oggi ho dormito più di tutta la settimana scorsa, credo. E vi diro', forse mi ci voleva proprio.
Recupero il mio collega e gli scatoloni coi gelati, ci dirigiamo a St. Michel col furgoncino di sostituzione, il nostro è guasto e spero che ce lo ridiano presto.
Les Halles-St. Michel: con tutto il traffico, di solito non ci si mette più di mezz'ora, a voler esagerare. Ci abbiamo messo un'ora e mezza, visto che siam dovuti scendere fino a Austerlitz per poter attraversare la Senna... Delirio puro, tutto per colpa di una pagliacciata.
Dopo il boulot, finalmente a casa. Pranzo con pizza Picard alle 4 del pomeriggio, con cena prevista alle 8. Un po' in vena sociopatica, io e l'Abruzzese abbiamo optato per un 14 luglio in solitudine, lontano dai soliti fuochi a Champ de Mars, dinamiche di gruppo incluse. E mangiata una crêpe con miss Forest, siamo salite sullo scooter in direzione Jaurès, per vedere che aria tirava alla caserma del 10ème. E che 14 luglio è senza fuochi? Direzione parc de Belleville, per vederli dall'alto. Esperienza fallimentare: oltre al fatto che molti altri avevano avuto la stessa idea, vari ostacoli impedivano la visuale e salivamo a turni in piedi sullo scooterino per cercare di vedere qualcosa... E quindi ritorno alla caserma di Jaurès, schivando i mortaretti che ogni tanto qualche imbecille faceva esplodere cosi' per strada. Festa molto molto carina, ambiance sympa e una coupe de champagne offerta da un pompiere a me e all'Abruzzese, che in dieci anni a Parigi non era mai stata al ballo.
Metro e vélib' e nanna, il programma della domenica era mercato, pappa e poi forgiatura della chiappa, ma... alle 7.30, dopo appena 4 ore di sonno, mi sono svegliata in preda a nausea e dolori. E non so se sia stato il freddo, la crêpe o l'alcool, ma ho vomitato pure l'anima, in due comode rate, prima di una terza al supermercato. Ero scesa a comprare i limoni (...) quando ho avuto un malore alla cassa, mi si è annebbiata la vista e ho avuto un mezzo svenimento, prima di restituire un altro pezzo di anima che doveva essere rimasto in fondo allo stomaco.
Mi sono decisa a chiamare il dottore, che è accorso prontamente. In realtà per un momento ho temuto di dover soccorrere io lui, dopo i miei 4 piani. Mi ha fatto la siringhina e dato le medicine per la bua, portatemi dalla Dido, ormai eletta a infermiera delle gastro. Forse il mio corpo si è ribellato e mi ha detto: "Figlio', ma che t'e mis 'ncap?" E non è da escludere che tra quello che ho rimesso ci fosse tutta la rabbia covata in queste settimane, che per quanto mi sforzassi di tenere a bada è uscita fuori in tutta la sua dirompenza.
E oggi sono a casa, niente lavoro, grazie all'arrêt maladie. Tra ieri e oggi ho dormito più di tutta la settimana scorsa, credo. E vi diro', forse mi ci voleva proprio.
martedì 31 gennaio 2012
sabato 15 ottobre 2011
Ciao, nonna
Stamattina, andando al lavoro, pensavo a quanto sarei stata contenta stasera di raccontarvi la mia giornata, il mio primo giorno da formichina-segretaria. Del sole che splendeva alto nel cielo, del fatto che il mio ufficio è un bunker senza finestre ma che per fortuna mi mandano spesso in giro: in posta, a fare la spesa e commissioni varie. Vi avrei raccontato del mio incontro con un vecchietto, curioso di sapere se fossi vegetariana e se fossi stata capace di consumare i 3 kg di patate, i 2 di carote e a che mi serviva il sedano. Vi avrei raccontato di come di fronte al mio ufficio c'è un negozio di vestiti et(n)ici e coloratissimi, ne ho misurati 3 ed erano stupendi. E poi avrei condiviso con voi tutta l'allegria del contare monetine, di mettere timbri colorati e di scrivere su un quaderno, proprio come si fa a scuola. E a un certo punto vi avrei detto che andavo a farmi bella, stasera c'è la festa dei volontari della péniche.
Insomma, sarebbe stato un giorno perfetto, magari avrei pure passato la serata in compagnia di qualche ragazzo carino, magari quello del martedi' che mi sembra cosi' simpatico. E invece non è stato un giorno perfetto, mia nonna ha deciso di andarsene proprio oggi e io domattina prendo il primo aereo per Napoli. L'ultima volta che l'ho vista (due settimane fa) le ho detto: "ci vediamo presto?" e lei "come vuoi tu". Se n'è andata senza neppure salutarmi, cosi', in silenzio. Lontana 2000 km, dicendo basta a una vita in cui non si riconosceva. Era uno sfregio, per una leonessa come lei, stare tutto il giorno su una sedia a spaccarsi le ossa, in uno stato di semi-incoscienza. Era uno sfregio per noi, vederla ridotta quasi a una larva, sentirla piangere, urlare, vederla schiaffeggiarsi. Chiedere di persone morte da 40 anni: sua madre, suo padre, il suo adorato Luigi. E' incredibile come io abbia cominciato a volerle più bene quando ha comiciato a stare male: mi sembrava una bambina, cosi' fragile, cosi' ingenua, che mi chiedeva se mi poteva dare un bacio dandomi del voi.
Mi vengono in mente tutte le volte che l'ho mandata a quel paese, col caratterino che si ritrovava e che ho ereditato in buona parte: era permalosa e caparbia proprio come sono io.
Ciao nonnina mia adorata,
mi mancherai un sacco. Casa mi sembrerà incredibilmente vuota senza i tuoi tacchetti, senza la tua sedia che stride sul pavimento, senza l'urgenza di venire a salutarti appena arrivo. Nella mia testa e nel mio cuore ci saranno tutte le mattine che venivi a svegliarmi barando sull'orario,le estati passate a casa tua, nella "cortina" con le altre vecchiette, il pane cotto le sere d'inverno, le partite a carte, le tue canzoni, le preghiere, gli accidenti che lanciavi alle cose che cadevano (le scope, soprattutto), il tuo amore per il gelato e i dolci in genere, la mitica frase "tiè, cu cchist t'accatt nu gelato" quando ci davi la paghetta per il compleanno o l'onomastico, le gite ad Assisi, le telefonate di quando eri in gita coi pensionati e una miriade di altre cose che eri e facevi, ma che in questo momento non riesco a ricordare perché sono ancora troppo scossa.
Ci guarderai da lassù, insieme a nonno Luigi e chissà a quanta altra gente. Riprendici quando facciamo qualcosa che non ti sta bene. Non smettere di tenerci tutti sull'attenti.Ti ringrazio perché oggi hai scavato in me un dolore cosi' grande da portarmi a cercare l'abbraccio del Padre, da troppo tempo non ci riuscivo più.
Ho un grosso rimpianto: quello di non averti ripresa in video quando cantavi questa canzone, e ne sottolineavi, accompagnandoti con la mano, la frase "perché la vita è bella e io la voglio vivere sempre più".
Insomma, sarebbe stato un giorno perfetto, magari avrei pure passato la serata in compagnia di qualche ragazzo carino, magari quello del martedi' che mi sembra cosi' simpatico. E invece non è stato un giorno perfetto, mia nonna ha deciso di andarsene proprio oggi e io domattina prendo il primo aereo per Napoli. L'ultima volta che l'ho vista (due settimane fa) le ho detto: "ci vediamo presto?" e lei "come vuoi tu". Se n'è andata senza neppure salutarmi, cosi', in silenzio. Lontana 2000 km, dicendo basta a una vita in cui non si riconosceva. Era uno sfregio, per una leonessa come lei, stare tutto il giorno su una sedia a spaccarsi le ossa, in uno stato di semi-incoscienza. Era uno sfregio per noi, vederla ridotta quasi a una larva, sentirla piangere, urlare, vederla schiaffeggiarsi. Chiedere di persone morte da 40 anni: sua madre, suo padre, il suo adorato Luigi. E' incredibile come io abbia cominciato a volerle più bene quando ha comiciato a stare male: mi sembrava una bambina, cosi' fragile, cosi' ingenua, che mi chiedeva se mi poteva dare un bacio dandomi del voi.
Mi vengono in mente tutte le volte che l'ho mandata a quel paese, col caratterino che si ritrovava e che ho ereditato in buona parte: era permalosa e caparbia proprio come sono io.
Ciao nonnina mia adorata,
mi mancherai un sacco. Casa mi sembrerà incredibilmente vuota senza i tuoi tacchetti, senza la tua sedia che stride sul pavimento, senza l'urgenza di venire a salutarti appena arrivo. Nella mia testa e nel mio cuore ci saranno tutte le mattine che venivi a svegliarmi barando sull'orario,le estati passate a casa tua, nella "cortina" con le altre vecchiette, il pane cotto le sere d'inverno, le partite a carte, le tue canzoni, le preghiere, gli accidenti che lanciavi alle cose che cadevano (le scope, soprattutto), il tuo amore per il gelato e i dolci in genere, la mitica frase "tiè, cu cchist t'accatt nu gelato" quando ci davi la paghetta per il compleanno o l'onomastico, le gite ad Assisi, le telefonate di quando eri in gita coi pensionati e una miriade di altre cose che eri e facevi, ma che in questo momento non riesco a ricordare perché sono ancora troppo scossa.
Ci guarderai da lassù, insieme a nonno Luigi e chissà a quanta altra gente. Riprendici quando facciamo qualcosa che non ti sta bene. Non smettere di tenerci tutti sull'attenti.Ti ringrazio perché oggi hai scavato in me un dolore cosi' grande da portarmi a cercare l'abbraccio del Padre, da troppo tempo non ci riuscivo più.
Ho un grosso rimpianto: quello di non averti ripresa in video quando cantavi questa canzone, e ne sottolineavi, accompagnandoti con la mano, la frase "perché la vita è bella e io la voglio vivere sempre più".
giovedì 13 ottobre 2011
Quiz
Io mi sforzo di non interessarmi a quello che succede in Italia, a non leggere più Il Fatto e a ridurre il consumo di Repubblica. Mi sforzo di non parlare assolutamente di lui, di non pronunciare il suo nome, dicendo "quel signore basso coi tacchetti e il parrucchino" quando è proprio necessario parlarne. Tutto nella speranza che prima o poi esploda come un grande Big Bang di letame e depravazione, che arrivino gli alieni e lo scaraventino in un'altra galassia insieme ai suoi quattro burattini o che muoia "soffoato da peli di potta", come aveva previsto il polpo Paul.
E invece no. Le sue eroiche gesta e le sue raffinate disquisizioni politiche ormai hanno invaso pure i quiz gallici, in cui magari una volta, se si voleva parlare del mio Paese, si facevano domande sulla Cappella Sistina, su Verdi e sul Rinascimento.
E invece no. Le sue eroiche gesta e le sue raffinate disquisizioni politiche ormai hanno invaso pure i quiz gallici, in cui magari una volta, se si voleva parlare del mio Paese, si facevano domande sulla Cappella Sistina, su Verdi e sul Rinascimento.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
(Purg., VI, 76-78)
domenica 28 agosto 2011
Tornai, sigh
Stavolta le ferie sono proprio finite, mi tocca farmene una ragione.
Mi è bastato riaccendere questo strumento del demonio chiamato computer per essere travolta dalla dura realtà: mail a cui rispondere, convegno da organizzare, rapporto semestrale da redigere e ancora tesi, tesi, tesi, il mio incubo peggiore.
Ma è domenica, quindi ci penserò domani. Per oggi mi faccio bastare il dover disfare la valigia, sciacquare ben bene i costumi, prima di farli tornare in letargo in fondo all'armadio.
Rimando ancora una volta i miei racconti, devo ancora riordinare i pensieri e farli sposare con le parole giuste.
Per il momento vi regalo qualche scatto dei 4 giorni passati a Procida. Non sono una gran fotografa, l'ho sempre detto. Sì, Lucone, mi sembra di sentirti quando mi dici "Te devi fà il corsooooo". Ci sta che una volta tornata lassù me lo faccia per davvero il corso, mi piacerebbe un sacco. In attesa di scatti migliori e racconti dettagliati, accontentatevi di queste:
La piovra, spiaggia di Pozzovecchio.
Mi è bastato riaccendere questo strumento del demonio chiamato computer per essere travolta dalla dura realtà: mail a cui rispondere, convegno da organizzare, rapporto semestrale da redigere e ancora tesi, tesi, tesi, il mio incubo peggiore.
Ma è domenica, quindi ci penserò domani. Per oggi mi faccio bastare il dover disfare la valigia, sciacquare ben bene i costumi, prima di farli tornare in letargo in fondo all'armadio.
Rimando ancora una volta i miei racconti, devo ancora riordinare i pensieri e farli sposare con le parole giuste.
Per il momento vi regalo qualche scatto dei 4 giorni passati a Procida. Non sono una gran fotografa, l'ho sempre detto. Sì, Lucone, mi sembra di sentirti quando mi dici "Te devi fà il corsooooo". Ci sta che una volta tornata lassù me lo faccia per davvero il corso, mi piacerebbe un sacco. In attesa di scatti migliori e racconti dettagliati, accontentatevi di queste:
La piovra, spiaggia di Pozzovecchio.
Hibiscus rosso del giardino del sig. Basilio.
Costumino verde ottanio, a riposo.
Testolina formichese che guarda il mare della Chiaia.
martedì 10 maggio 2011
A waste land?
Alberello da frutto (ciliegio?), Somma Vesuviana, primavera 2011.
Terra mia, terra mia
comm'è bell a la pensà
terra mia, terra mia
comm'è bell' a la guardà...
(Pino Daniele, Terra mia)
Se fosse possibile viverci con serenità, sarebbe l'unico posto al mondo in cui vorrei stare.
lunedì 28 febbraio 2011
Voi non potete capire
Ecco, io prenderei un uomo medio, abbastanza giovane ma non troppo, soglia minima di maschilismo, e lo trasformerei per qualche giorno in una donna alle prese col suo appuntamento mensile con Johnny.
Gli farei provare cosa significa svegliarsi in piena notte per fare gli onori di casa al signorino, che spesso si scorda di precisare giorno e ora di arrivo. Cosa significa sentirsi pervadere da un pessimismo cosmico da tragggedia imminente, del tutto ingiustificato, of course. Avere dolori ai reni, alle ossa, alla pancia, come se ti prendessero a cazzotti. Fare fatica a fare qualsiasi cosa. Sentirsi una mappina. E parlare da sole, rassicurarsi che va tutto bene, che non c'è nessun motivo razionale di avere l'umore color antracite. Ricordarsi che anche questo mese passerà.
Sono sicura che una volta riassunte le sue sembianze percorrerebbe il mondo a piedi, convincendo i suoi simili che non si dice "Quella li' è isterica perché c'ha le sue cose!"
Soprattutto, convincerebbe i suoi amici pubblicitari a fare delle pubblicità sensate: perché, e sarei pronta a giocarmi una mano, secondo me le pubblicità degli assorbenti le partoriscono tutte gli uomini.
Gli farei provare cosa significa svegliarsi in piena notte per fare gli onori di casa al signorino, che spesso si scorda di precisare giorno e ora di arrivo. Cosa significa sentirsi pervadere da un pessimismo cosmico da tragggedia imminente, del tutto ingiustificato, of course. Avere dolori ai reni, alle ossa, alla pancia, come se ti prendessero a cazzotti. Fare fatica a fare qualsiasi cosa. Sentirsi una mappina. E parlare da sole, rassicurarsi che va tutto bene, che non c'è nessun motivo razionale di avere l'umore color antracite. Ricordarsi che anche questo mese passerà.
Sono sicura che una volta riassunte le sue sembianze percorrerebbe il mondo a piedi, convincendo i suoi simili che non si dice "Quella li' è isterica perché c'ha le sue cose!"
Soprattutto, convincerebbe i suoi amici pubblicitari a fare delle pubblicità sensate: perché, e sarei pronta a giocarmi una mano, secondo me le pubblicità degli assorbenti le partoriscono tutte gli uomini.
lunedì 31 gennaio 2011
Almeno l'itagliano sallo!
Sono cosciente che con quello che sto per scrivere potrei aggiudicarmi il Pignainculo Award 2011 pure se siamo appena al 31 gennaio, ma non posso proprio farne a meno. Sono anche perfettamente cosciente che i problemi dell'Italia di oggi sono ben altri, ma anche le migliaia di assassini della lingua italiana a piede libero lo sono. Vediamo se riusciamo a redimerne qualcuno con qualche semplice spiegazione, a rischio di farmi odiare dai 4 lettori che mi sono rimasti. Poi avro' i miei problemi con l'italiano anch'io, ma rispetto a quello che mi capita sotto gli occhi tutti i giorni, tra mail, feisbuc, sms e pagine web, sono bazzecole. E poi scusate, sono un'aspirante linguista e ho insegnato italiano a scuola, quindi è mio dovere farlo. Per questo post mi limito all'ortografia, altrimenti potrei stare a scrivere da qui a dopodomani mattina, e non mi pare il caso.
Ma andiamo con ordine.
Gli apostrofi sono un problema enorme, quando vanno messi e quando no? Vediamo caso per caso, a cominciare dalle cose semplici:
UN : l'articolo indeterminativo un, maschile singolare, non si apostrofa mai davanti a vocale. Se scrivete che avete un'ospite, significa che il vostro ospite è donna. Solo una si apostrofa.Per lo spesso motivo, non si apostrofano né nessuno, né qualcuno. Nessun altro, qualcun altro.
QUALE: l'aggettivo interrogativo quale è una parola tronca, non si apostrofa mai. Ma proprio mai mai mai. Anche molti giornalisti sembrano ignorarlo, ma voi fidatevi di formichina dalla penna rossa: si scrive qual è, non qual'è.
PO': quando scrivete un po', sulla o non ci va l'accento, ma ci vuole l'apostrofo: è un'elisione. Abbiate un po' di pazienza!
Siamo D'ACCORDO finora? Notate bene: d'accordo, con l'apostrofo: perché è la preposizione di più il sostantivo accordo. Qua l'apostrofo ci vuole assolutamente, daccordo è un'altra creatura cernobyliana che popola pagine e pagine del web e non solo.
Casi più complessi (qua ci vuole un po' più di pazienza):
GLIELO e GLIEL'HO: glielo è un pronome, composto da glie e lo, e che fino a qualche decennio fa si scriveva separatamente (se non ci credete, leggete Calvino). Gliel'ho invece, oltre al pronome, contiene anche il verbo avere alla prima persona singolare. Piccolo trucchetto: se siete percorsi dal dubbio amletico tra questi due che si somigliano ma non troppo, sappiate che se dopo c'è un participio passato, come detto, fatto, scritto, è matematicamente impossibile che ci voglia glielo. Ci va per forza gliel'ho, non ci sono santi. Glielo si usa solo con tempi semplici: presente, imperfetto, passato remoto e futuro. Gliel'ho solo col passato prossimo. Stesso discorso per la coppia di finte gemelline gliela e gliel'ha. E la stessa cosa vale pure per le due coppie lo e l'ho e la e l'ha. Ah, e dato che è notizia del giorno, sappiate che invece glielò, con l'accento sulla o, non esiste in natura, come i nasci (innesto fra la mela e la pera, inodore e insapore), solo che è un po' più aberrante.
C'ENTRA e CENTRA: c'entra è il pronome ce più il verbo entrare. Centra, invece, è la terza persona singolare del presente del verbo centrare (= colpire al centro, fare centro). Se dite che una persona c'entra, vuol dire che è coinvolta in una data situazione, che c'azzecca, per dirla alla Di Pietro (tanto per citare un assassino celebre). Se poi invece questa persona centra, allora probabilmente o gioca a basket o è particolarmente intuitiva e centra le questioni, appunto. Di solito dopo centra, senz'apostrofo, ci vuole sempre un sostantivo, visto che centrare è un verbo transitivo. Stessa differenza tra l'io c'entro dei manifesti di Casini (e meno male che lo sa!) e io centro il canestro.
CE N'E' e CE NE: ce n'è è una sequenza di pronome, altro pronome e verbo essere. Ce ne, invece, sono due pronomi, ci manca il verbo essere. Prendiamo due frasi per spiegare meglio la differenza:
- Tesssooooro, abbiamo ancora latte?
- Si', ce n'è ancora.
- Tesssooooro, e biscotti invece?
- No, biscotti, non ce ne sono più.
E per sdrammatizzare (ma non troppo), una chicca rinvenuta su feisbuc:
Ma andiamo con ordine.
Gli apostrofi sono un problema enorme, quando vanno messi e quando no? Vediamo caso per caso, a cominciare dalle cose semplici:
UN : l'articolo indeterminativo un, maschile singolare, non si apostrofa mai davanti a vocale. Se scrivete che avete un'ospite, significa che il vostro ospite è donna. Solo una si apostrofa.Per lo spesso motivo, non si apostrofano né nessuno, né qualcuno. Nessun altro, qualcun altro.
QUALE: l'aggettivo interrogativo quale è una parola tronca, non si apostrofa mai. Ma proprio mai mai mai. Anche molti giornalisti sembrano ignorarlo, ma voi fidatevi di formichina dalla penna rossa: si scrive qual è, non qual'è.
PO': quando scrivete un po', sulla o non ci va l'accento, ma ci vuole l'apostrofo: è un'elisione. Abbiate un po' di pazienza!
Siamo D'ACCORDO finora? Notate bene: d'accordo, con l'apostrofo: perché è la preposizione di più il sostantivo accordo. Qua l'apostrofo ci vuole assolutamente, daccordo è un'altra creatura cernobyliana che popola pagine e pagine del web e non solo.
Casi più complessi (qua ci vuole un po' più di pazienza):
GLIELO e GLIEL'HO: glielo è un pronome, composto da glie e lo, e che fino a qualche decennio fa si scriveva separatamente (se non ci credete, leggete Calvino). Gliel'ho invece, oltre al pronome, contiene anche il verbo avere alla prima persona singolare. Piccolo trucchetto: se siete percorsi dal dubbio amletico tra questi due che si somigliano ma non troppo, sappiate che se dopo c'è un participio passato, come detto, fatto, scritto, è matematicamente impossibile che ci voglia glielo. Ci va per forza gliel'ho, non ci sono santi. Glielo si usa solo con tempi semplici: presente, imperfetto, passato remoto e futuro. Gliel'ho solo col passato prossimo. Stesso discorso per la coppia di finte gemelline gliela e gliel'ha. E la stessa cosa vale pure per le due coppie lo e l'ho e la e l'ha. Ah, e dato che è notizia del giorno, sappiate che invece glielò, con l'accento sulla o, non esiste in natura, come i nasci (innesto fra la mela e la pera, inodore e insapore), solo che è un po' più aberrante.
C'ENTRA e CENTRA: c'entra è il pronome ce più il verbo entrare. Centra, invece, è la terza persona singolare del presente del verbo centrare (= colpire al centro, fare centro). Se dite che una persona c'entra, vuol dire che è coinvolta in una data situazione, che c'azzecca, per dirla alla Di Pietro (tanto per citare un assassino celebre). Se poi invece questa persona centra, allora probabilmente o gioca a basket o è particolarmente intuitiva e centra le questioni, appunto. Di solito dopo centra, senz'apostrofo, ci vuole sempre un sostantivo, visto che centrare è un verbo transitivo. Stessa differenza tra l'io c'entro dei manifesti di Casini (e meno male che lo sa!) e io centro il canestro.
CE N'E' e CE NE: ce n'è è una sequenza di pronome, altro pronome e verbo essere. Ce ne, invece, sono due pronomi, ci manca il verbo essere. Prendiamo due frasi per spiegare meglio la differenza:
- Tesssooooro, abbiamo ancora latte?
- Si', ce n'è ancora.
- Tesssooooro, e biscotti invece?
- No, biscotti, non ce ne sono più.
E per sdrammatizzare (ma non troppo), una chicca rinvenuta su feisbuc:
martedì 9 novembre 2010
Masochismo
Nel "pacchetto" (o paccotto) genetico ho ereditato pure questo, il masochismo. Credo sia più di eredità materna. Comunque, pure se il sapere aumenta il dolore (cit.), preferisco sempre sapere e ieri sera, nonostante una bella giornatina del cass, sono andata a vedere Draquila con l'amico filologo, che forse è pure più masochista di me.
Ho scoperto poche cose nuove, il puzzle della vergogna finora l'avevo incamerato a piccoli tasselli, sempre per la mia naturale propensione al dolore, che alimento con la regolare lettura del Fatto quotidiano e altre fonti di malessere. Vederlo tutto insieme fa pero' un altro effetto, come se contemporaneamente ti dessero una scaricata di pugni e sentissi crescere il prurito da allergia ai magnaccia che governano il mio sciagurato Paese. Sentendo le interviste ai fortunati vincitori di una casa, poi, con tanto di spumante e messaggio di auguri dello psiconano, da loro osannato come un nuovo Padreterno, ho avuto come l'impressione che fossero stati accuratamente selezionati per un lavaggio totale del cervello in 3 semplici colloqui, riassumibili cosi': "Complimenti signora, Lei è sufficientemente adatta per poterlo votare di nuovo, la casa è Sua".
Credo che l'intervista finale non me la dimentichero' mai più: "Questa è la grande illusione: che cio' che è vuoto, fasullo, non puo' durare... e invece non è vero... dura."
Poi sono tornata a casa e ho cercato di vedere Vieni via con me in streaming. Ma la Rai budiula dà lo streaming solo ai telespettatori sul territorio italiano (e spiegatemi perché, se loro possono tranquillamente accendere la tv) e per ora lo sto vedendo a pizzichi e mozzichi su iutub. La mia sorellina mi ha postato su feisbuc l'intervento di Benigni, stasera andro' a guardarmi tutti gli altri. Poeta, non me ne voglia se Robertino parmi una Sua reincarnazione in chiave moderna, non solo perché è fiorentino come Lei e non solo quando legge i Suoi, di Canti, ma pure quando ei declama i suoi.
Mando un bacio ai quasi 8 milioni di masochisti che ieri sera hanno visto Vieni via con me, li bacio uno ad uno. Ai 4 milioni e passa di brodi lobotomizzati che hanno preferito il grande fratello auguro invece che un bel fulmine si abbatta sulle loro antenne, lasciando intatta solo la visione di Rai3. E che qualcuno li prenda e li chiuda in una casa per almeno 6 mesi, somministrandogli Draquila e Report ogni giorno. E che l'ospite a sorpresa sia Saviano o Travaglio. O che, in alternativa, gli venga una sciorda senza eguali se, alle prossime elezioni, avranno ancora la voglia di votare chi gli fa credere che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili e che non serve sapere altro.
Ho scoperto poche cose nuove, il puzzle della vergogna finora l'avevo incamerato a piccoli tasselli, sempre per la mia naturale propensione al dolore, che alimento con la regolare lettura del Fatto quotidiano e altre fonti di malessere. Vederlo tutto insieme fa pero' un altro effetto, come se contemporaneamente ti dessero una scaricata di pugni e sentissi crescere il prurito da allergia ai magnaccia che governano il mio sciagurato Paese. Sentendo le interviste ai fortunati vincitori di una casa, poi, con tanto di spumante e messaggio di auguri dello psiconano, da loro osannato come un nuovo Padreterno, ho avuto come l'impressione che fossero stati accuratamente selezionati per un lavaggio totale del cervello in 3 semplici colloqui, riassumibili cosi': "Complimenti signora, Lei è sufficientemente adatta per poterlo votare di nuovo, la casa è Sua".
Credo che l'intervista finale non me la dimentichero' mai più: "Questa è la grande illusione: che cio' che è vuoto, fasullo, non puo' durare... e invece non è vero... dura."
Poi sono tornata a casa e ho cercato di vedere Vieni via con me in streaming. Ma la Rai budiula dà lo streaming solo ai telespettatori sul territorio italiano (e spiegatemi perché, se loro possono tranquillamente accendere la tv) e per ora lo sto vedendo a pizzichi e mozzichi su iutub. La mia sorellina mi ha postato su feisbuc l'intervento di Benigni, stasera andro' a guardarmi tutti gli altri. Poeta, non me ne voglia se Robertino parmi una Sua reincarnazione in chiave moderna, non solo perché è fiorentino come Lei e non solo quando legge i Suoi, di Canti, ma pure quando ei declama i suoi.
Mando un bacio ai quasi 8 milioni di masochisti che ieri sera hanno visto Vieni via con me, li bacio uno ad uno. Ai 4 milioni e passa di brodi lobotomizzati che hanno preferito il grande fratello auguro invece che un bel fulmine si abbatta sulle loro antenne, lasciando intatta solo la visione di Rai3. E che qualcuno li prenda e li chiuda in una casa per almeno 6 mesi, somministrandogli Draquila e Report ogni giorno. E che l'ospite a sorpresa sia Saviano o Travaglio. O che, in alternativa, gli venga una sciorda senza eguali se, alle prossime elezioni, avranno ancora la voglia di votare chi gli fa credere che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili e che non serve sapere altro.
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