Due settimane dopo sono in un minuscolo caffè dell'11esimo arrondissement. Avrà aperto da poco, un anno e mezzo fa non c'era. Si chiama Le café bête et méchant, alle pareti ci sono vecchie stampe di Charlie Hebdo, dietro il banco un uomo dal volto bonario mi accoglie con un sorriso.
Fa freddo, freddissimo, e io non ho con me il mio fidato cappello arancione. Fa freddo anche più di due settimane fa, quando sono tornata a casa - più o meno alla stessa ora di adesso - proprio perché faceva freddo. Dovevo andare al cinema con la Dido, poi l'ho chiamata dopo la lezione per dirle che me ne tornavo nella prateria scellese. E nella placida prateria scellese, mentre Miss Forest faceva i piatti, la prima notizia che mi compariva su feisbuc dal cellulare mi faceva un attimo restare perplessa:
- Oh, c'è stata una sparatoria nell'11esimo.
E quindi prendi il Mac e apri feisbuc per capire un po' meglio: nell'arco di mezz'ora era scoppiato l'inferno. L'inferno nel posto sbagliato, in una città che celebra la vita e l'insouciance in ogni angolo.
Non ho realizzato subito cosa fosse successo, né l'entità del dramma. I morti, una ventina all'inizio, erano diventati quasi 130 il giorno dopo. Quel venerdì sera di due settimane fa guardavo le infos ma non capivo. Ho capito l'indomani mattina quando, aprendo feisbuc, ho letto un messaggio postato da Florian, un ragazzo che ha fatto la tesi nel mio stesso lab. Ecco, Florian era al Bataclan, ha vissuto l'orrore sulla sua pelle, ma è riuscito a scappare senza danni. Fisici, almeno. Perché si percepiva chiaro nelle sue parole il senso di colpa tipico di chi l'ha scampata di fronte a chi invece non ce l'ha fatta. Leggendo le sue parole, ho cominciato a piangere. Il déclic era scattato. E ho continuato a piangere a intervalli regolari, durante tutto il giorno, mentre mi arrivavano messaggi da persone che non sentivo da una vita, che mi chiedevano se stessi bene.
Quel sabato non sono uscita di casa, manco per scendere nel sottoscala a buttare la munnezza.
Sono rimasta incollata alla tv, a sentire random i servizi di BFMTV, tra cui il discorso di Hollande, che mi ha depresso ancora di più. L'unica cosa che volevo in quel momento era ritrovare al più presto i miei amici, abbracciarli tutti, uno a uno, tanti altri miracolati come me. Miracolati, sì, perché noi nell'11esimo arrondissement ci siamo sempre: usciamo sempre lì o quasi, lì andiamo a fare le prove del coro, lì abbiamo una casa sempre aperta per noi. Ma tutti stanno sempre nell'11esimo in fin dei conti: il cuore di Parigi è qui, nella zona Est, nei caffè e nei teatri, nei ristorantini etnici e sulle terrasses.
(continua...)
Ti (vi) abbiamo pensato. Tanto.
RispondiEliminaÈ stato terribile leggere le notizie che arrivavano da Parigi.
RispondiEliminaL'angoscia per gli amici e per le vittime...
---Alex
non me ne parlare, confesso che ho pensato a te formichina, ma visto che non aggiornavi il blogghino da tanto tempo ti davo per tornata in italia. quindi ero tranquilla sulla tua sorte. Anche io quel sabato l'ho passato incollata davanti alla TV, con l'angoscia per le vittime, e la rabbia, tanta rabbia per quei porci di terroristi. E pensare che l'ho saputo per caso, sabato mattina perchè venerdi sera avevamo visto una serie TV, il biondino era andato in germania per sigarette perchè noi di strasburgo si boicotta il governo francese e anche lui l'ha saputo per caso e mi aveva detto per sbaglio 800 vittime, poi ridotte a 133. E ci siamo detti che sarebbe potuto capitare a chiunque di noi, io a Parigi ci vado almeno due volte l'anno ad assistere a concerti carini e alle terrazze dei bar ogni tanto ci vado. Ma non voglio dargliela vinta a quei bastardi, non smetto di vivere per loro. maledetti terroristi!! potessero crepare tutti !!!! provo per loro un odio atroce, pari solo a quello per i nazisti Donna allo specchio
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