Ecco, io prenderei un uomo medio, abbastanza giovane ma non troppo, soglia minima di maschilismo, e lo trasformerei per qualche giorno in una donna alle prese col suo appuntamento mensile con Johnny.
Gli farei provare cosa significa svegliarsi in piena notte per fare gli onori di casa al signorino, che spesso si scorda di precisare giorno e ora di arrivo. Cosa significa sentirsi pervadere da un pessimismo cosmico da tragggedia imminente, del tutto ingiustificato, of course. Avere dolori ai reni, alle ossa, alla pancia, come se ti prendessero a cazzotti. Fare fatica a fare qualsiasi cosa. Sentirsi una mappina. E parlare da sole, rassicurarsi che va tutto bene, che non c'è nessun motivo razionale di avere l'umore color antracite. Ricordarsi che anche questo mese passerà.
Sono sicura che una volta riassunte le sue sembianze percorrerebbe il mondo a piedi, convincendo i suoi simili che non si dice "Quella li' è isterica perché c'ha le sue cose!"
Soprattutto, convincerebbe i suoi amici pubblicitari a fare delle pubblicità sensate: perché, e sarei pronta a giocarmi una mano, secondo me le pubblicità degli assorbenti le partoriscono tutte gli uomini.
lunedì 28 febbraio 2011
domenica 27 febbraio 2011
Paris, 16 janvier 2011
Ho deciso che il titolo di questa foto è "L'équipement du musicien, sans le musicien". L'ho scattata quella domenica che me ne sono andata in giro con Hélène.
Doveva star succedendo qualcosa di interessante dietro l'angolo, quella domenica pomeriggio. Molto interessante, se persino il musicista ha mollato tutto ed è andato a vedere. Me ne accorgo ora.
giovedì 24 febbraio 2011
Il cervello di notte
Noi, pii poveri illusi, pensiamo che una volta spenta la luce spegniamo pure il cervello. Siamo li', la testa appoggiata al cuscino e le membra ben rannicchiate sotto le coperte, a mettere una frontiera tra noi e il giorno. Con l'illusione che insieme alla schiena si distenda pure il neurone e si produca una sorta di sdoppiamento tra il nostro corpo e i nostri pensieri.
Non ho mai nascosto di avere un'attività onirica abbastanza intensa, spesso di difficile interpretazione. Sicuramente molto influenzata dalla mia quotidianeità (sogno spesso treni) o dai media (una volta, in campagna elettorale, ho sognato il nano che mi invitava a bere un bicchiere e cominciava a parlarmi male di Prodi, ma per fortuna mi sono svegliata al momento di entrare nel locale).
Stanotte, invece, ho continuato a pensare sul post di ieri, in cui avevo condensato solo qualche riflessione. E ho sognato un posto sul mare, con le finestre coloratissime, sembrava Vernazza. Mi arrivava un sms di Charles, mi chiedeva se accettavo un assegno di ricerca. Ma io, invece di fare i salti di gioia, pensavo: "E ora come glielo dico che vorrei rifiutare?". Poi entravo in un portone, che doveva essere casa mia. Subito dopo, si accalcavano dentro un sacco di giovani zingari, alcuni proprio bambini. Io mi fiondavo a controllare che non toccassero le mie cose e uno di loro, che avrà avuto 5 anni massimo, mi stringeva fortissimo la mano, in una specie di braccio di ferro in piedi. Ma io non avevo forza a sufficienza per avere la meglio.
Mi sono svegliata con un senso di fiacchezza in tutto il corpo, come se fossi passata sotto un rullo compressore. Mi sono trascinata in cucina, gli occhi ancora semichiusi e dolori ovunque. Ho pensato, nell'ordine:
- voglio restare a Parigi e non voglio tornare in Italia;
- non voglio fare ricerca, non me ne frega una beneamata cippa (per dirla con l'albanese compagna di vita). Finiro' comunque la tesi, ci ho buttato tanto di quel sangue che sarebbe un peccato mollare;
- voglio lavorare coi libri, foss'anche fare la commessa da Gibert jeune. O coi ragazzi.
Uno di questi giorni, busseranno alla porta. Sarà il mio neurone residuo, mi dirà: Uè figlio', famme stà 'nu poc quieto!
Non ho mai nascosto di avere un'attività onirica abbastanza intensa, spesso di difficile interpretazione. Sicuramente molto influenzata dalla mia quotidianeità (sogno spesso treni) o dai media (una volta, in campagna elettorale, ho sognato il nano che mi invitava a bere un bicchiere e cominciava a parlarmi male di Prodi, ma per fortuna mi sono svegliata al momento di entrare nel locale).
Stanotte, invece, ho continuato a pensare sul post di ieri, in cui avevo condensato solo qualche riflessione. E ho sognato un posto sul mare, con le finestre coloratissime, sembrava Vernazza. Mi arrivava un sms di Charles, mi chiedeva se accettavo un assegno di ricerca. Ma io, invece di fare i salti di gioia, pensavo: "E ora come glielo dico che vorrei rifiutare?". Poi entravo in un portone, che doveva essere casa mia. Subito dopo, si accalcavano dentro un sacco di giovani zingari, alcuni proprio bambini. Io mi fiondavo a controllare che non toccassero le mie cose e uno di loro, che avrà avuto 5 anni massimo, mi stringeva fortissimo la mano, in una specie di braccio di ferro in piedi. Ma io non avevo forza a sufficienza per avere la meglio.
Mi sono svegliata con un senso di fiacchezza in tutto il corpo, come se fossi passata sotto un rullo compressore. Mi sono trascinata in cucina, gli occhi ancora semichiusi e dolori ovunque. Ho pensato, nell'ordine:
- voglio restare a Parigi e non voglio tornare in Italia;
- non voglio fare ricerca, non me ne frega una beneamata cippa (per dirla con l'albanese compagna di vita). Finiro' comunque la tesi, ci ho buttato tanto di quel sangue che sarebbe un peccato mollare;
- voglio lavorare coi libri, foss'anche fare la commessa da Gibert jeune. O coi ragazzi.
Uno di questi giorni, busseranno alla porta. Sarà il mio neurone residuo, mi dirà: Uè figlio', famme stà 'nu poc quieto!
mercoledì 23 febbraio 2011
Io non lo so
No, proprio non lo so cosa pensare. Di quello che sta succedendo in Libia, di quello che continua a succedere in Italia, delle rivolte in Tunisia e in Egitto. Saro' naïve, ma credo davvero che la rivolta araba non sia spallata da nessuno: semplicemente la gente si è rotta di subire la fame, la povertà e le prese per i fondelli, e si ribella. E fa bene. Mi auguro solo che presto la polizia libica faccia come quella egiziana, ché di sangue ne è già stato sparso troppo.
Poi guardo all'Italia e scuoto la testa: i politici, invece di pensare a dire e fare qualcosa di sensato, giocano uno squallido ping pong di rinfacci e accuse, la maggior parte della gente continua a vivere a sua insaputa, si mette in palio un posto di lavoro in un reality show, la schizofrenia sembra essere alle stelle. Forse, se da noi la rivoluzione non è ancora scoppiata, è perché non abbiamo abbastanza fame. Lo sdegno (che purtroppo è ancora solo di pochi) non basta.
Probabilmente, in questo momento la preoccupazione dell'italiano medio è che presto dalla Libia arriveranno 300mila rifugiati, questa gente che viene tutta da noi che già stiamo inguaiati a fotterci il posto di lavoro. No, probabilmente l'italiano medio non immagina che il libico sceso in piazza per la sua libertà ha dimostrato di avere più dignità di lui, l'italiano medio che si limita a lamentarsi ma va fiero della sua estraneità alla politica, del fatto che manco più legge il giornale, perché tanto le cose stanno cosi' e cosi' resteranno, amen.
Io non lo so che pensare, so solo che, ora come ora, di tornare in Italia non ne ho davvero nessuna voglia.
Poi guardo all'Italia e scuoto la testa: i politici, invece di pensare a dire e fare qualcosa di sensato, giocano uno squallido ping pong di rinfacci e accuse, la maggior parte della gente continua a vivere a sua insaputa, si mette in palio un posto di lavoro in un reality show, la schizofrenia sembra essere alle stelle. Forse, se da noi la rivoluzione non è ancora scoppiata, è perché non abbiamo abbastanza fame. Lo sdegno (che purtroppo è ancora solo di pochi) non basta.
Probabilmente, in questo momento la preoccupazione dell'italiano medio è che presto dalla Libia arriveranno 300mila rifugiati, questa gente che viene tutta da noi che già stiamo inguaiati a fotterci il posto di lavoro. No, probabilmente l'italiano medio non immagina che il libico sceso in piazza per la sua libertà ha dimostrato di avere più dignità di lui, l'italiano medio che si limita a lamentarsi ma va fiero della sua estraneità alla politica, del fatto che manco più legge il giornale, perché tanto le cose stanno cosi' e cosi' resteranno, amen.
Io non lo so che pensare, so solo che, ora come ora, di tornare in Italia non ne ho davvero nessuna voglia.
martedì 22 febbraio 2011
Porro
Ho fatto conoscenza col Porro (l'ortaggio, non il giornalista) da quando sono al Nord. Prima di allora, lo avevo solo incrociato in qualche libro di cucina e mi chiedevo come mai non ne avessi mai visto uno nella nostra cucina, arrivando a dubitare della sua esistenza, un po' come si fa con lo zenzero: a un certo punto pensi che esista solo nella casetta di zucchero di Hansel e Gretel.
E invece ho scoperto che il porro esiste, constatando che è più o meno come una cipolla ma più dolce e più duttile. Constatando pure che, proprio come il giornalista, il porro è infame, sostanzialmente perché puzza (non perché scrive cose false per un giornale ridicolo). Si', il porro puzza terribilmente e se ci stai a contatto per il tempo di cottura (il bambino è delicato e va sorvegliato, brucia facilmente se non è girato spesso), dopo sei tutt'uno con lui. Il porro è pervasivo: le sue esalazioni ti si annidano nei capelli come api sul miele, la sua acredine dolciastra si insinua nei tessuti, dal grembiule all'epidermide.
Ma almeno, a differenza del giornalista, il porro serve a qualcosa e ti puo' risolvere una cena o addirittura una festa, se sei a corto di idee. Perché il porro, pure se infame, non è spocchioso come il giornalista: è umile e fa amicizia con un sacco di altri alimenti.
Oggi formichina-vissani vi dà qualche idea di abbinamenti, li potete usare per paste, risotti e torte salate:
- porro e salmone, accoppiata infame per eccellenza: dopo avrete le mani che puzzano di salmone e il resto che puzza di porro, ma l'abbinamento è molto delicato;
- porro e tonno, che è un po' come tonno e cipolla ma più soft;
- porro e pancetta, che è un bel contrasto tra il dolciastro del porro e il salato della pancetta, cosi' come pure porro e salsiccia;
- porro, patate e zucchine (o anche solo porro e patate) per una bella minestra calda.
Forse non è il caso di chiamarlo in causa per una cenetta romantica, ma... buon porro a tutti!
E invece ho scoperto che il porro esiste, constatando che è più o meno come una cipolla ma più dolce e più duttile. Constatando pure che, proprio come il giornalista, il porro è infame, sostanzialmente perché puzza (non perché scrive cose false per un giornale ridicolo). Si', il porro puzza terribilmente e se ci stai a contatto per il tempo di cottura (il bambino è delicato e va sorvegliato, brucia facilmente se non è girato spesso), dopo sei tutt'uno con lui. Il porro è pervasivo: le sue esalazioni ti si annidano nei capelli come api sul miele, la sua acredine dolciastra si insinua nei tessuti, dal grembiule all'epidermide.
Ma almeno, a differenza del giornalista, il porro serve a qualcosa e ti puo' risolvere una cena o addirittura una festa, se sei a corto di idee. Perché il porro, pure se infame, non è spocchioso come il giornalista: è umile e fa amicizia con un sacco di altri alimenti.
Oggi formichina-vissani vi dà qualche idea di abbinamenti, li potete usare per paste, risotti e torte salate:
- porro e salmone, accoppiata infame per eccellenza: dopo avrete le mani che puzzano di salmone e il resto che puzza di porro, ma l'abbinamento è molto delicato;
- porro e tonno, che è un po' come tonno e cipolla ma più soft;
- porro e pancetta, che è un bel contrasto tra il dolciastro del porro e il salato della pancetta, cosi' come pure porro e salsiccia;
- porro, patate e zucchine (o anche solo porro e patate) per una bella minestra calda.
Forse non è il caso di chiamarlo in causa per una cenetta romantica, ma... buon porro a tutti!
lunedì 21 febbraio 2011
28
Benvenuta nel giro di questa realtà
fra pareti di bambole e felicità
benvenuta nel gioco dei mille perché
nella sola risposta che è dentro di te
benvenuta alla scuola di belle teorie
nei cortili ingialliti di foglie e bugie
con la voglia di crescere in fretta che avrai
benvenuta fra noi...
a inseguire la vita nei compleanni
che si accendono di commozione ogni volta di più
fra pareti di bambole e felicità
benvenuta nel gioco dei mille perché
nella sola risposta che è dentro di te
benvenuta alla scuola di belle teorie
nei cortili ingialliti di foglie e bugie
con la voglia di crescere in fretta che avrai
benvenuta fra noi...
a inseguire la vita nei compleanni
che si accendono di commozione ogni volta di più
(Marco Masini, Benvenuta)
Ormai tutti sanno quando compi gli anni: c'è feisbuc, ci sono le carte fedeltà, gli abbonamenti a qualsiasi cosa. Il giorno del compleanno il mondo è quasi "obbligato" a ricordarsi di te. E cosi' la casella mail straborda di "auguriiiii", "auguroniiii", "augurissimiii", i più originali "happy birthday", "buon compleanno" e "joyeux anniversaire". Poi ci sono i brillanti che si credono simpatici e innovativi chiedendoti se ti è spuntata una nuova ruga, ma vabbè. Trenitalia ti regala 20 punti sulla cartaviaggio, la profumeria di fiducia ti invita gentilmente a passare da loro perché ti hanno messo da parte un omaggio con cui vogliono festeggiarti.
Come se non fosse vero che ogni anno ti trovi a dover fare i conti in qualche modo con te stesso, coi tuoi difetti e la tua paraculaggine, con quelli che sono sempre stati i tuoi desideri e che manco sai a che punto sei, se li realizzerai mai. Se un giorno non tanto lontano partirai da sola, con lo zaino in spalla, per un lungo viaggio in treno che ti porterà in un posto altro, molto altro. Se in qualche modo ti ribellerai a dinamiche della tua storia personale su cui sembra pesare un'inesorabilità senza pari, che le porterà a bussare di nuovo alla tua porta come il brufolo il giorno prima di un appuntamento importante. Come se non fosse vero che qualcuno a cui tieni non si è ricordato di te.
C'è stato un attimo ieri pomeriggio, un lungo attimo, in cui ho pensato: ora li chiamo e annullo tutto. Se non l'ho fatto, è solo perché in cucina li' con me ad aiutarmi c'era qualcuno che ha lottato contro le sue paure per farmi un regalo. Per non farmi sentire cosi' pessima come mi è capitato negli ultimi giorni . Grazie, Myriam.
giovedì 17 febbraio 2011
martedì 15 febbraio 2011
Ovunque proteggi
"Quello di stasera è un concerto di solidarietà a solitari e male accompagnati. Percio' faremo solo canzoni d'amore."
Ha esordito cosi', parlando al microfono in un francese di salvataggio ma più che dignitoso. Una sciarpa rossa, un cappello a tesa larga, un fiore rosso appuntato sul petto. Ha estratto dalle tasche petali colorati e li ha lanciati davanti a lui, sulle teste dei fortunati in prima fila.
Bohémien, poeta, ironico. Con la parola "whisky" ad affacciarsi spesso nei suoi testi, forse più spesso ancora nelle sue serate in una casa lontana da tutto e tutti, il camino acceso, una lampada fioca, a guardare una foto e a scrivere musica. O all'ultimo tavolino di un bar di paese, a fissare il bicchiere con un sospiro e ad accarezzare la solitudine su un taccuino spiegazzato. Me lo immagino cosi'.
Un pezzo alla chitarra, uno al pianoforte. Ogni tanto si passava le mani sugli occhi, ad asciugare qualche lacrima di commozione. E io ero li' in mezzo, come su un'amaca tra due alberi, cullata dalla dolcezza e dalla profondità di quelle note e quei testi. Con il cuore e la mente completamente sgombri per una volta, senza un nome che risuona come un'ossessione o fotogrammi di un volto in particolare, che si affaccia davanti agli occhi a ripetizione. Innamorata solo della sublimità dell'Amore, desiderosa di proteggerla, preservarla da occhi distratti e mani indelicate. Forse col dubbio che il meglio sia già venuto e non abbia saputo tenerlo dentro me, ma fiduciosa in un rattrapage, se cosi' fosse stato.
"Che la grazia sia con voi": sono state le sue ultime parole prima di lasciare il palco, una benedizione. Forse prima a se stesso. E io glielo auguro di tutto cuore, di proteggere la grazia del suo cuore. Per continuare a regalarcene dei pezzetti in serate come quella di ieri.
Ha esordito cosi', parlando al microfono in un francese di salvataggio ma più che dignitoso. Una sciarpa rossa, un cappello a tesa larga, un fiore rosso appuntato sul petto. Ha estratto dalle tasche petali colorati e li ha lanciati davanti a lui, sulle teste dei fortunati in prima fila.
Bohémien, poeta, ironico. Con la parola "whisky" ad affacciarsi spesso nei suoi testi, forse più spesso ancora nelle sue serate in una casa lontana da tutto e tutti, il camino acceso, una lampada fioca, a guardare una foto e a scrivere musica. O all'ultimo tavolino di un bar di paese, a fissare il bicchiere con un sospiro e ad accarezzare la solitudine su un taccuino spiegazzato. Me lo immagino cosi'.
Un pezzo alla chitarra, uno al pianoforte. Ogni tanto si passava le mani sugli occhi, ad asciugare qualche lacrima di commozione. E io ero li' in mezzo, come su un'amaca tra due alberi, cullata dalla dolcezza e dalla profondità di quelle note e quei testi. Con il cuore e la mente completamente sgombri per una volta, senza un nome che risuona come un'ossessione o fotogrammi di un volto in particolare, che si affaccia davanti agli occhi a ripetizione. Innamorata solo della sublimità dell'Amore, desiderosa di proteggerla, preservarla da occhi distratti e mani indelicate. Forse col dubbio che il meglio sia già venuto e non abbia saputo tenerlo dentro me, ma fiduciosa in un rattrapage, se cosi' fosse stato.
"Che la grazia sia con voi": sono state le sue ultime parole prima di lasciare il palco, una benedizione. Forse prima a se stesso. E io glielo auguro di tutto cuore, di proteggere la grazia del suo cuore. Per continuare a regalarcene dei pezzetti in serate come quella di ieri.
lunedì 14 febbraio 2011
Se non ora, quando?
C'ero pure io, oggi. Non ero in Italia, ma ai piedi del Sacré Coeur. Ed eravamo belli, eravamo tanti. Donne e uomini, italiani ma anche stranieri. La nostra magari non è stata una manifestazione esclusivamente per la dignità delle donne, più che altro una manif contro la causa primaria dello sfacelo italiano, ma mi è piaciuta molto. C'ero anch'io, c'ero per mia madre che non si poteva muovere da casa causa nonna, per mia sorella messa ko dalla bronchite, per le mie amiche che magari potevano tranquillamente andarci ma non si sono sentite chiamate in causa.
Mamme, nonne, studentesse. Ma anche papà coi bambini, ragazzi, qualche signore anziano. Non eravamo tutti gli Italiani a Parigi, ma eravamo una voce. Non c'era nessun cartello contro Ruby, né la Minetti, né la Tommasi. Non c'era lo spartitraffico tra "santarelline" e "zoccole". C'erano donne e uomini incazzati e pacifici. Con la voglia di non vergognarsi più di essere Italiani.
giovedì 10 febbraio 2011
Les soldes
Fare i saldi a Parigi è uno spasso: si fanno davvero affari e l'elevata disponibilità di commessi gay è un incentivo notevole. Basta solo stare attenti ai giorni e agli orari che si scelgono, se non si vuole rischiare l'omicidio plurimo e il gabbio o l'esaurimento precoce condito da imprecazioni e bestemmie scontabili in 250 comode rate di sessioni di striscio sui ceci di due ore l'una.
Ho preso una gonna a trapezio, tutta colorata di rosso, fucsia, rosa, blu, giallo, arancione, verde,si direbbe la tavolozza di Kandinsky, con tanto di viso di giapponesina che fa capolino sulla coscia destra. Poi un vestito di cotone a maniche lunghe, stavolta sui toni dell'azzurro e del rosa. Entrambi sono simbolo della mia ribellione al grigiore. Ah, ci tengo a precisare che entrambi sono di una taglia in meno rispetto al solito (a qualcosa dovrà pur servire abitare al quarto piano senz'ascensore e correre come una formichina disperata da una parte all'altra), mi posso ritenere fiera di me. Poi ho comprato un vestitino di lana a righe a mezze maniche, grigio chiaro e grigio antracite, per non essere troppo fuori posto con l'andazzo cromatico della città. E pure il cardigan abbinato, cosi' faccio veramente jeune fille rangée. Sono sicura che con un paio di orecchini di perle e i capelli raccolti, potrei davvero passare per una formichina seria ed elegante.
Infine, mi sono comprata un secondo pigiamino dei Peanuts: perché si sa, è sempre meglio avere un bracchetto a portata di pigiama per difendersi dai draghi.
Ho preso una gonna a trapezio, tutta colorata di rosso, fucsia, rosa, blu, giallo, arancione, verde,si direbbe la tavolozza di Kandinsky, con tanto di viso di giapponesina che fa capolino sulla coscia destra. Poi un vestito di cotone a maniche lunghe, stavolta sui toni dell'azzurro e del rosa. Entrambi sono simbolo della mia ribellione al grigiore. Ah, ci tengo a precisare che entrambi sono di una taglia in meno rispetto al solito (a qualcosa dovrà pur servire abitare al quarto piano senz'ascensore e correre come una formichina disperata da una parte all'altra), mi posso ritenere fiera di me. Poi ho comprato un vestitino di lana a righe a mezze maniche, grigio chiaro e grigio antracite, per non essere troppo fuori posto con l'andazzo cromatico della città. E pure il cardigan abbinato, cosi' faccio veramente jeune fille rangée. Sono sicura che con un paio di orecchini di perle e i capelli raccolti, potrei davvero passare per una formichina seria ed elegante.
Infine, mi sono comprata un secondo pigiamino dei Peanuts: perché si sa, è sempre meglio avere un bracchetto a portata di pigiama per difendersi dai draghi.
mercoledì 9 febbraio 2011
Le rocce di Leonardo
Non so per quale motivo, ma domenica sera, mentre mi lavavo il viso, sono tornata indietro di una decina d'anni, sui banchi di scuola. Mi è apparso il viso paffuto di Stella, la mia prof di storia dell'arte. Una zitellona corpulenta sulla quarantina, ma ironica e sognatrice. Era una delle mie prof preferite e ha lasciato il segno: il più tangibile, forse, una bella collezione di volumetti sottili e colorati che ancora occupano una buona parte della libreria di mio fratello e che quando avro' un nido mio e "definitivo" portero' con me.
Mi è tornata in mente Stella e una cosa che ci aveva detto a proposito di Leonardo, cioè che nei quadri di Leonardo sullo sfondo trovano spesso posto delle rocce, che il Genio metteva per simboleggiare il cammino fatto dall'umanità fino a quel momento. E in effetti, se osservate i quadri di Leonardo, tutti hanno in lontananza delle rocce che si stagliano, a volte anche appena tratteggiate. Pensavo alle rocce di Leonardo e mi chiedevo quanto spazio occuperebbero oggi, nel quadro di un Leonardo moderno. Forse sarebbero incredibilmente vicine, "mangiando" buona parte del campo visivo dell'osservatore. Nell'ultimo secolo e mezzo abbiamo "camminato" un po' troppo, direi che abbiamo corso. Bisogna tenere il passo, scoprire, sapere tutto lo scibile, produrre, arrabattarsi, consumare cose, attimi, amori. E io per questo non mi sento per niente figlia del mio tempo. Dovevo nascere nel Rinascimento, ma approfondiro' la questione un altro giorno. Ora non ne ho il tempo...
Mi è tornata in mente Stella e una cosa che ci aveva detto a proposito di Leonardo, cioè che nei quadri di Leonardo sullo sfondo trovano spesso posto delle rocce, che il Genio metteva per simboleggiare il cammino fatto dall'umanità fino a quel momento. E in effetti, se osservate i quadri di Leonardo, tutti hanno in lontananza delle rocce che si stagliano, a volte anche appena tratteggiate. Pensavo alle rocce di Leonardo e mi chiedevo quanto spazio occuperebbero oggi, nel quadro di un Leonardo moderno. Forse sarebbero incredibilmente vicine, "mangiando" buona parte del campo visivo dell'osservatore. Nell'ultimo secolo e mezzo abbiamo "camminato" un po' troppo, direi che abbiamo corso. Bisogna tenere il passo, scoprire, sapere tutto lo scibile, produrre, arrabattarsi, consumare cose, attimi, amori. E io per questo non mi sento per niente figlia del mio tempo. Dovevo nascere nel Rinascimento, ma approfondiro' la questione un altro giorno. Ora non ne ho il tempo...
lunedì 7 febbraio 2011
Le cose che non capisco dei Francesi
Negli anni ho imparato a conoscere un po' meglio i mangiaranocchie e devo dire che, se ci sono degli aspetti del loro modo di fare che proprio non tollero, ce ne sono di rimando altri che mi affascinano e provocano la mia ammirazione.
Tuttavia, ci sono delle cose dei Francesi che proprio non riesco a capire, queste:
- Come fanno a rimanere impassibili quando ascoltano musica? Se girate in metro, vedrete tante belle statuine con gli auricolari. Ci vuole un'abilità!
- Perché in tv danno le previsioni del tempo sia prima del telegiornale che dopo?
- Perché prenotano le vacanze 6 mesi prima, ti invitano 2 mesi prima al loro compleanno, devi avvisarli almeno con un mese di anticipo se vuoi passare un sabato sera con loro e sono invece incapaci di rinnovare l'abbonamento del metro un giorno prima? Ogni 1 mattina c'è una coda di almeno 20 persone davanti a ogni sportello... persino io, formichina last minute in tutte le mie cose, rinnovo l'abbonamento il giorno prima, capite???
- Perché ti avvolgono una baguette di un metro con un fazzoletto di carta di 10x5cm?
- Perché leggono mentre camminano per strada?
E soprattutto, perché invece di ispirarsi a politici illuminati del loro passato (Mitterand, per esempio) si ispirano agli schizofrenici stranieri di oggi?
All'inizio, Sarkozy s'era fatto dare dal nano malefico l'indirizzo del suo ciabattino di fiducia, che un po' di tacchetti facevano comodo pure a lui. E fin qui niente di male. Poi ha cominciato a dare in pasto all'opinione pubblica la sua vita privata, il presunto inciucio con la ministra, il divorzio da Cécilia, la moglie gnocca. E vabbè. Poi pero' è passato alla caccia agli zingari, a puntare i piedi al Parlamento Europeo e a inimicarsi i lavoratori con la riforma delle pensioni. In questi ultimi giorni, è arrivato ad attaccare i giudici francesi, con l'aiuto del suo amico Fillon, che parla di "fronda dei magistrati". Il prossimo passo cosa sarà? Le bounga bounga à l'Elysée?
Tuttavia, ci sono delle cose dei Francesi che proprio non riesco a capire, queste:
- Come fanno a rimanere impassibili quando ascoltano musica? Se girate in metro, vedrete tante belle statuine con gli auricolari. Ci vuole un'abilità!
- Perché in tv danno le previsioni del tempo sia prima del telegiornale che dopo?
- Perché prenotano le vacanze 6 mesi prima, ti invitano 2 mesi prima al loro compleanno, devi avvisarli almeno con un mese di anticipo se vuoi passare un sabato sera con loro e sono invece incapaci di rinnovare l'abbonamento del metro un giorno prima? Ogni 1 mattina c'è una coda di almeno 20 persone davanti a ogni sportello... persino io, formichina last minute in tutte le mie cose, rinnovo l'abbonamento il giorno prima, capite???
- Perché ti avvolgono una baguette di un metro con un fazzoletto di carta di 10x5cm?
- Perché leggono mentre camminano per strada?
E soprattutto, perché invece di ispirarsi a politici illuminati del loro passato (Mitterand, per esempio) si ispirano agli schizofrenici stranieri di oggi?
All'inizio, Sarkozy s'era fatto dare dal nano malefico l'indirizzo del suo ciabattino di fiducia, che un po' di tacchetti facevano comodo pure a lui. E fin qui niente di male. Poi ha cominciato a dare in pasto all'opinione pubblica la sua vita privata, il presunto inciucio con la ministra, il divorzio da Cécilia, la moglie gnocca. E vabbè. Poi pero' è passato alla caccia agli zingari, a puntare i piedi al Parlamento Europeo e a inimicarsi i lavoratori con la riforma delle pensioni. In questi ultimi giorni, è arrivato ad attaccare i giudici francesi, con l'aiuto del suo amico Fillon, che parla di "fronda dei magistrati". Il prossimo passo cosa sarà? Le bounga bounga à l'Elysée?
sabato 5 febbraio 2011
giovedì 3 febbraio 2011
Un tempo: questo
Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
(Qo 3, 1-8)
E questo mio, che tempo è? E' un tempo pacato, un tempo in cui lavorare sereni, senza sentire di stare sprecando tempo. E' il tempo per godermi questa città e le persone con cui la sto vivendo, di camminare in un'aria di vetro alzando ogni tanto la testa per vedere cosa ho intorno. E' tempo di non stare a farsi domande, né problemi inutili. E' tempo di lanciare le reti e aspettare pazientemente che si riempiano. E' tempo di leggere, di andare in giro. E' tempo di pensare a cose belle e semplici, di sorridere, di essere meno ingrata con la vita. E' tempo di bellezza e serenità, dopo un anno difficile. E' tempo di non fare rumore, ché non ce n'è bisogno. E' tempo di avvertire, silenziosa e rassicurante, la presenza di un Creatore. E di camminare come una formichina meticolosa, a passi morbidi e ovattati, nella conca della Sua mano.
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