lunedì 17 gennaio 2011

A Charles

Il primo ricordo che ho di Charles è in un'aula di palazzo Sforza, nell'ottobre del 2002. Cominciavo il secondo anno di università all'Orientale, e lui era appena arrivato dall'Università di Pisa, "in prestito", come si fa coi calciatori. Indossava un completo grigio chiaro ed era accompagnato da una persistente nuvola di profumo buono, che non sono mai riuscita ad individuare.
Ricordo di mezz'ora e forse più passata nel suo studio a fare una specie di pre-esame, in cui mi aveva chiesto tutto o quasi del programma, e un bel 30 e lode sul libretto 6 mesi dopo.

Poi ero andata l'anno dopo a chiedergli una lettera di presentazione per l'assistentato e a indagare se potevo fare la tesina con lui, ricevendone un garbato rifiuto perché non ero del corso di traduzione.

Ho ritrovato Charles a Pisa, al secondo anno di specialistica, scoprendo che sarebbe stato di nuovo il mio prof. L'ho beccato nell'atrio di palazzo Matteucci, un lunedi' pomeriggio. Si ricordava di me, ma mi aveva scambiata per una sua vecchia studentessa di Pisa di diversi anni prima. Ne ho approfittato per prenotarmelo al volo: stavolta dovevo assolutamente fare la tesi con lui, ci sono riuscita. Mi ricordo della soggezione che provavo quando andavo a ricevimento, che è rimasta anche dopo la laurea, quando ho continuato a bussare alla sua porta per un saluto o un consiglio. Ho potuto piangere senza pudore quando ho avuto i primi problemi con la tesi, ho potuto scrivergli, chiamarlo. L'ho ritrovato a  Brescia a settembre, giusto in tempo per sentire il mio exposé. E l'ho rivisto a Pisa prima di Natale.

Qualche giorno fa Charles era solo nel suo studio. E' arrivato un cretino, bocciato a un esame, e ha cominciato a dargli addosso, colpendolo più e più volte. Ho saputo i particolari grazie a Repubblica e a due amici che mi hanno linkato l'articolo. Sono rimasta senza parole, al di là dell'affetto che mi lega a Charles, per quello che traduce questo deplorevole episodio. Tu non sai chi sono io, ma come ti sei permesso, nessuno mi puo' giudicare, stai dicendo cazzate, ora ti faccio vedere io. Che non è solo l'atteggiamento di un imbecille bocciato dal prof, è un modello propinato su larga scala, dalla politica alla tivvù, passando per le scuole, le fabbriche, le aziende. Una giungla di fauves in cui l'arroganza è il Leitmotiv. In cui tutti vogliono essere rispettati, ma pochi si curano di rispettare e in cui la meritocrazia è una bella parola con cui riempirsi la bocca ma un acerrimo nemico, semmai dovesse capitare sulla propria strada.

Rimettiti presto, Charles. L'università ha bisogno di te, devi tornare a fare lezioni, esami e ricevimenti e a bocciare chi il francese non lo sa. E spero che un giorno mi chiederai di venire a darti una mano.

2 commenti:

  1. E' l'ennesimo esempio di come ci siamo ridotti ad aprire le porte dell'Università a tutti.
    Non studia più chi ha voglia, talento, merito.
    Secondo me è stato frainteso il vero significato del concetto: "Università per tutti".
    Si è detto TUTTI. Ignoranti, menefreghisti, arroganti, imbecilli inclusi.
    Quindi: abbassiamo il livello di difficoltà per accedere, continuare, finire.
    Quando un Prof. boccia: gli urlo in faccia, lo picchio, finchè non mi dà ragione. Non è neanche contemplato che io debba impegnarmi di più.

    Schifo. Non c'è altro modo di definire tutto questo.

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  2. Secondo me non è questione di aprire le porte dell'università a tutti, anche perché a tutti deve essere data la possibilità di studiare. Che poi si debba operare una selezione, è fuori da ogni dubbio. Ma una selezione seria, non basata su criteri economici.
    Il grosso problema è l'educazione dei ragazzi nelle famiglie, da li' parte tutto. Bisogna restituire dignità alla figura dell'educatore, del genitore in primis.
    Forse non ci crederai, ma ho una conoscente che è maestra elementare a Scampia e mi dice che lavora benissimo laggiù: nonostante tutti i problemi che hanno quei ragazzi, il maestro è una figura estremamente rispettata e la scuola è un modo per salvarsi da tanto schifo.

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