Nation, appena dopo i tornelli che dall’RER A portano al metro. Un ragazzo alto e molto magro, color caffellatte col cacao, jeans e giubbotto di pelle, solleva un fuscellino color caffellatte, minigonna e cappello da cui scende una cascata di capelli neri. La porta in braccio fino alla scala mobile e la appoggia delicatamente sul primo gradino. La guarda, estasiato: gli è mancata tanto. Lei lo guarda e ride, poi si abbracciano a più riprese. Nello sguardo di lui, l’aria di chi ha davanti un sogno e non riesce a crederci, un sogno che ha bisogno di sfiorare in continuazione, sulle spalle, lungo le braccia, intorno alla vita. Allora la bacia, ma lei è un po’ a disagio. Li osservo rapita, dalla scala mobile accanto. Sento che la mia bocca si schiude in un ampio sorriso, poi mi guardo intorno, quasi a studiare le reazioni altrui. Il tipo dietro di me li guarda, la bocca semiaperta e l’aria annoiata. Una signora bionda un po’ grossa, più giù, li osserva con aria un po’ severa.
E io penso a Prévert. Sarebbe contento di sapere che i suoi “enfants qui s’aiment” esistono ancora, in questa città con troppe facce appese, a suscitare invidia e ammirazione tra i “passants qui passent” che “les désignent du doigt”.
Les enfants qui s'aiment s'embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt.
Siamo ispirati, oggi ;)
RispondiEliminaanche le formiche sanno essere romantiche, checché se ne dica in giro... ;)
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