giovedì 21 ottobre 2010

Les enfants qui s'aiment

Nation, appena dopo i tornelli che dall’RER A portano al metro. Un ragazzo alto e molto magro, color caffellatte col cacao, jeans e giubbotto di pelle, solleva un fuscellino color caffellatte, minigonna e cappello da cui scende una cascata di capelli neri. La porta in braccio fino alla scala mobile e la appoggia delicatamente sul primo gradino. La guarda, estasiato: gli è mancata tanto. Lei lo guarda e ride, poi si abbracciano a più riprese. Nello sguardo di lui, l’aria di chi ha davanti un sogno e non riesce a crederci, un sogno che ha bisogno di sfiorare in continuazione, sulle spalle, lungo le braccia, intorno alla vita. Allora la bacia, ma lei è un po’ a disagio. Li osservo rapita, dalla scala mobile accanto. Sento che la mia bocca si schiude in un ampio sorriso, poi mi guardo intorno, quasi a studiare le reazioni altrui. Il tipo dietro di me li guarda, la bocca semiaperta e l’aria annoiata. Una signora bionda un po’ grossa, più giù, li osserva con aria un po’ severa.

E io penso a Prévert. Sarebbe contento di sapere che i suoi “enfants qui s’aiment” esistono ancora, in questa città con troppe facce appese, a suscitare invidia e ammirazione tra i “passants qui passent” che “les désignent du doigt”.

Les enfants qui s'aiment s'embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt.

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